
Donald Trump e Vladimir Putin tornano a parlare di petrolio. E già questa sarebbe una notizia. Ma la vera sorpresa è un’altra: mentre Washington e Mosca discutono di affari, l’Europa sembra quella che, dopo aver organizzato la festa, scopre che gli invitati hanno deciso di cenare da un’altra parte. Perché il problema, a quanto pare, non è soltanto che due grandi potenze tornino a parlarsi. È che lo facciano senza aspettare l’Europa, senza chiederle il permesso e, soprattutto, senza preoccuparsi troppo di quello che potrebbe pensare. Apriti cielo. Per anni ci siamo abituati a considerare Mosca un interlocutore con cui era diventato sempre più difficile trattare. Adesso, quando sul tavolo tornano a comparire petrolio, energia e interessi economici, scopriamo che la diplomazia può riprendere il suo corso. E che persino i nemici, qualche volta, riescono a trovare un linguaggio comune. Soprattutto quando si parla di affari. La cosa, naturalmente, non è così semplice. Un’intesa energetica non cancella una guerra, non risolve il conflitto in Ucraina e non garantisce che dalle strette di mano arrivino risultati duraturi. Ma il paradosso rimane: ciò che fino a ieri sembrava politicamente impensabile, oggi torna a essere materia di trattativa. E l’Europa? L’Europa osserva, commenta, si interroga. Un po’ come lo spettatore seduto in prima fila che, dopo aver passato tutto il film a spiegare agli altri come avrebbero dovuto recitare, scopre improvvisamente che la trama è cambiata. E che il biglietto, per giunta, l’ha pagato lui. Da anni assistiamo a una curiosa abitudine geopolitica: giocare alla guerra a casa degli altri. Un concetto che, trasferito nella vita quotidiana, apparirebbe abbastanza stravagante. Immaginiamo di invitare gli amici a cena, di discutere per ore su come arredare casa loro, di scegliere il colore delle pareti, di spostare i mobili e, alla fine, di mandargli anche il conto dei lavori. In politica internazionale, invece, può diventare una strategia. Naturalmente ogni protagonista ha le sue ragioni. E sono sempre ragioni serissime. La storia, la sicurezza, i valori, gli interessi, gli equilibri. Parole importanti, tutte perfettamente rispettabili. Talvolta così rispettabili che sembrano essere state inventate proprio per evitare di pronunciare quella più semplice: potere. Poi accade qualcosa di quasi scandaloso: Washington e Mosca tornano a parlarsi. E non soltanto di geopolitica, di confini o di sicurezza. Si parla anche di energia, di petrolio, di forniture e di soldi. Insomma, di interessi concreti. E qui l’Europa sembra improvvisamente una signora affacciata alla finestra che vede due vicini, dopo anni di liti furibonde, sedersi al tavolino di un bar. “Ma come?” “Stanno parlando.” “Sì, ma… con chi?” “Tra loro.” “Ah.” Silenzio. “E noi?” Questa, forse, è la vera sorpresa. Non tanto che due potenze possano cercare un’intesa, ma che possano farlo senza aspettare che qualcun altro dia loro il permesso. È una scoperta quasi rivoluzionaria: la diplomazia, dopotutto, consiste anche nel parlare con chi non la pensa come noi. Una pratica antica, perfino banale, che negli ultimi tempi sembra avere assunto il fascino di una tecnologia perduta. E noi europei, abituati a discutere di tutto con grande partecipazione e ancora maggiore comunicazione, rischiamo di trovarci nella posizione più curiosa: quella di chi ha passato anni a spiegare agli altri cosa dovessero fare e adesso teme che gli altri decidano di fare qualcosa senza consultarlo. È un po’ come il bambino che, durante una partita a Risiko, ha sempre dato consigli a tutti e improvvisamente scopre che gli altri giocatori hanno deciso di cambiare gioco. “Scusate, ma questa non era la partita che avevamo organizzato noi?” Il paradosso europeo, in fondo, è tutto qui. Abbiamo costruito un continente che considera la guerra una follia, ma che continua a ragionare di sicurezza attraverso la logica della guerra. Abbiamo fatto della pace il nostro valore fondativo e, contemporaneamente, imparato a parlarne con un linguaggio sempre più militare. La sicurezza è diventata una questione di riarmo, le relazioni internazionali una successione di ultimatum, le trattative un terreno sul quale ogni concessione rischia di essere interpretata come una sconfitta. E così, quando due avversari tornano a sedersi allo stesso tavolo, invece di tirare un sospiro di sollievo ci domandiamo immediatamente se non ci sia qualcosa che non va. È curioso. Se due persone che litigano da anni decidono finalmente di parlarsi, normalmente si dovrebbe sperare che riescano a trovare una soluzione. Noi, invece, rischiamo di preoccuparci soprattutto di chi abbia organizzato l’incontro e di chi possa ricavarne un vantaggio. Forse siamo diventati così abituati alla guerra da considerare sospetta la pace. Oppure abbiamo dimenticato che la politica internazionale non è una gara a chi pronuncia la frase più severa, ma un intreccio di interessi, trattative, compromessi e convenienze. Naturalmente, sarebbe ingenuo pensare che basti un accordo sul petrolio per cambiare il corso della storia. Trump ha i suoi interessi, Putin i suoi, e nessuno dei due è diventato improvvisamente un benefattore dell’umanità. I grandi della Terra non fanno beneficenza geopolitica: cercano vantaggi, consolidano posizioni, misurano le proprie forze. Ma proprio per questo la domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: perché il ritorno al dialogo ci sorprende tanto? E perché, quando a parlare sono gli altri, la prima preoccupazione sembra essere quella di non perdere il posto al tavolo? L’Europa avrebbe tutto l’interesse a essere protagonista di una trattativa che riguarda la sicurezza del continente, il futuro dell’Ucraina e gli equilibri economici internazionali. Ma per esserlo davvero non basta commentare le mosse altrui, né limitarsi a manifestare indignazione quando le decisioni vengono prese altrove. Occorre avere una strategia, una voce riconoscibile e la capacità di trasformare i propri valori in iniziative concrete. Altrimenti si rischia di restare spettatori di una partita nella quale si gioca anche il nostro futuro, salvo poi lamentarsi quando il risultato non ci piace. E allora guardiamo Washington e Mosca mentre tornano a parlare di petrolio, energia e possibili intese, e ci viene spontaneo esclamare: “Non ci posso credereee!” In fondo, però, sarebbe bello che questa volta il vero colpo di scena fosse proprio quello più semplice. Che i grandi del mondo, dopo aver passato anni a spiegare quanto sia difficile parlarsi, scoprissero che possono farlo. Che il dialogo non fosse considerato una resa, il compromesso un tradimento e ogni concessione una sconfitta da vendicare. E che noi europei, per una volta, invece di preoccuparci soltanto di chi ha vinto la partita, riuscissimo a capire come contribuire a cambiarne le regole. Anche perché il mondo non è un Risiko. E soprattutto, a differenza del Risiko, quando qualcuno perde non si rimettono le pedine nella scatola.
Angelo Santoro

Lascia un commento