
Guardandoli oggi viene da chiedersi se siamo ancora di fronte a due leader mondiali oppure a due anziani in piena regressione infantile, convinti che basti alzare la voce, battere i pugni sul tavolo e pretendere che il mondo si adegui ai loro desideri. Più li si osserva e più emerge la sensazione che entrambi stiano combattendo contro una realtà che non comprendono più.
Putin vive immerso nei ricordi. Da oltre vent’anni racconta una Russia che esiste soprattutto nella propaganda del Cremlino: una superpotenza che non c’è più, un impero che non esiste più e un ruolo storico che appartiene a un altro secolo. La Russia non ha mai dettato gli equilibri globali. Ha vissuto di deterrenza militare, minacce e del prestigio derivante dalla vittoria contro il nazismo, trasformata nel tempo in una rendita politica permanente.
Eppure la storia è meno romantica della narrativa ufficiale. Hitler arrivò fino alle porte di Mosca e l’Unione Sovietica combatté per la propria sopravvivenza prima ancora che per la vittoria. Senza il sacrificio di milioni di sovietici, senza la profondità geografica del territorio e senza il contributo industriale e logistico degli Alleati occidentali, il finale sarebbe potuto essere molto diverso.
Ottant’anni dopo quella vittoria continua a essere evocata come una patente eterna di grandezza. Il problema è che il mondo moderno non misura il peso di una nazione con i ricordi ma con innovazione, tecnologia, industria, finanza e capacità di attrarre investimenti. Su questi terreni la Russia è sempre rimasta marginale.
Per oltre vent’anni Putin ha compensato questa debolezza costruendo una gigantesca operazione di immagine fatta di propaganda, disinformazione, interferenze e una narrazione studiata per proiettare l’immagine di una Russia molto più forte di quanto fosse realmente. A conti fatti quella rappresentazione è sempre stata considerata per quello che era dai veri centri economici e strategici mondiali. Mentre il pianeta si globalizzava, costruendo reti produttive, finanziarie e tecnologiche sempre più integrate, Mosca sceglieva progressivamente di restarne fuori, rifugiandosi in una visione nostalgica e antagonista del proprio ruolo internazionale.
La guerra in Ucraina ha semplicemente tolto il velo. Economia debole, industria arretrata, dipendenza dalle materie prime, crescente subordinazione alla Cina e limiti militari che per anni erano stati nascosti dietro la retorica patriottica sono emersi contemporaneamente. Putin continua però a comportarsi come il bambino che mostra una vecchia fotografia del nonno convinto che basti quella per incutere timore a tutto il quartiere.
Trump rappresenta una regressione diversa. Non vive nel passato, vive nell’istinto. Promette una cosa al mattino, la smentisce nel pomeriggio e ne annuncia una terza la sera. Minaccia, rilancia, corregge, torna indietro e riparte come se nulla fosse accaduto. Più che un presidente sembra un uomo che ha trasformato la politica internazionale in una continua ricerca di attenzione.
La differenza è che Trump guida ancora la più potente struttura economica, finanziaria e militare del pianeta. Fortunatamente per gli Stati Uniti esistono istituzioni solide che limitano il potere di qualsiasi presidente. Congresso, magistratura, sistema federale e apparato amministrativo continuano a rappresentare una rete di contrappesi che impedisce a chiunque di fare davvero ciò che vuole. Trump è quindi più il sintomo della crisi americana che la sua causa.
Esiste però una differenza sostanziale rispetto a Putin. Putin sta principalmente distruggendo valore all’interno della Russia. Trump, invece, sta riuscendo a esportare una parte consistente dei costi delle proprie scelte al resto del pianeta. Dazi, guerre commerciali, minacce economiche, continui cambi di direzione e una crescente imprevedibilità politica stanno generando instabilità nei mercati, rallentando investimenti e aumentando l’incertezza in un sistema globale che vive di fiducia e programmazione.
Il paradosso è che, almeno finora, tutto questo non sembra produrre i vantaggi promessi. L’industria americana non sta tornando improvvisamente a casa, il debito continua a crescere, le tensioni commerciali aumentano e gli stessi Stati Uniti si ritrovano a pagare parte del prezzo delle politiche che dovrebbero avvantaggiarli. In altre parole, Putin ha trascinato la Russia in una guerra che ne sta riducendo progressivamente il peso internazionale, mentre Trump sta contribuendo a trascinare l’economia globale in una fase di instabilità che finisce per colpire tutti, compresi gli americani.
Putin impoverisce soprattutto il proprio giardino. Trump cerca disperatamente di distribuire il costo delle politiche economiche fallimentari americane all’intero condominio globale senza riuscire, almeno per ora, a mettersi in tasca un solo dollaro di vantaggio reale.
La cosa più sorprendente è che entrambi sembrano incapaci di comprendere il mondo che li circonda. Il XXI secolo premia innovazione, ricerca, tecnologia, commercio e collaborazione. Nessuno di questi elementi può essere sostituito dai missili di Putin o dagli slogan di Trump. Eppure continuano a muoversi come due anziani che fanno il girotondo dentro un asilo, litigando per giocattoli che non controllano più davvero. La differenza è che l’asilo è il pianeta e che le loro decisioni coinvolgono centinaia di milioni di persone.
Forse è questa la fotografia più fedele del momento che stiamo vivendo. Due uomini che avrebbero dovuto accumulare esperienza e saggezza e che invece appaiono sempre più prigionieri delle proprie ossessioni. Uno aggrappato ai fantasmi del passato, l’altro ostaggio degli impulsi del presente. Entrambi sempre più lontani dalla realtà.
Tranquilli, passeranno anche loro, la storia e il tempo non fanno sconti a nessuno. Manca poco.
Piero Terracina

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