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Se ci fossero stati Twitter o TikTok ai tempi di Montesquieu, il fondatore della democrazia liberale avrebbe dovuto integrare la sua famosa distinzione dei poteri.
Oggi non basta più la separazione tra esecutivo, legislativo e giudiziario, ma occorre aggiungerne una decisiva: quella tra il potere politico e il controllo dei social.
La politica, già messa sotto attacco, è troppo debole e i conflitti di interesse non emozionano più nessuno. Non è l’epoca delle leggi antitrust che fermarono i Rockefeller, delle ammonizioni di Einaudi sulla “prepotenza dei privati “non meno pericolosa della “onnipotenza dello Stato”.
Qui, vediamo affermarsi l’alleanza tra un Presidente, eletto legittimamente con il vecchio metodo della democrazia, e i padroni assoluti, non eletti. Impallidiscono le polemiche italiche sul controllo berlusconiano delle tv. Oggi conta qualcosa di ben più invasivo dei giornali e della tv, perché ciascuno (cioè miliardi di persone) ha in tasca e consulta cento volte al giorno una visione del mondo che crede propria ma è costruita da algoritmi altrui.
Basta il prologo della Presidenza Trump per vedere che l’uomo più potente del mondo coltiva una relazione di scambio con l’uomo che condiziona le opinioni e le emozioni, il suo amico Elon Musk, che per di più fa politica in proprio, condiziona le elezioni tedesche ed entra a gamba tesa nelle democrazie europee.
Avevamo creduto che questa amicizia pericolosa sarebbe finita presto, per l’inevitabilità del conflitto tra due “ego” incompatibili. Ma qui non è roba da Calenda e Renzi.
Il rapporto simbiotico tra Trump e Musk non è legato al banale finanziamento di una campagna elettorale (banale mica tanto. In Italia si sono distrutte carriere per 2,5 milioni di lire versati in francobolli a un politico). Centinaia di milioni di dollari hanno spazzato via qualsiasi resistenza degli ultimi elettori che, poverini, si scandalizzano ancora se il tycoon è un pregiudicato
Tra i due c’è qualcosa di più, che li lega in modo stretto, solo con un difficile pronostico sul futuro, ma con il sospetto che la parte più debole sia già oggi quella del politico. E per di più, nel giro di pochi giorni, il bacio della pantofola trumpiana ha portato a Mar-a-Lago tutta la Sylicon Valley dell’ex progressismo on line. C’è un’assonanza verace di interessi che diventano passioni, per prospettive di altri guadagni, altre accumulazioni, altro potere. Il povero, in questa compagnia, è the Donald, che però da capo banda garantisce per tutti. Putin ha inventato i suoi oligarchi, col denaro in cambio di stabilità (finchè obbediscono, altrimenti polonio), ma qui sono gli oligarchi che sembrano avere il coltello dalla parte del manico. E il fatto più preoccupante è che convergono tutti nell’individuare un nemico, l’Europa delle regole fastidiose del “digital services Act”, del “Digital Markets Act” e dell’AI act.
Resta solo da sperare negli anticorpi della più grande democrazia del mondo, ma Besos possiede il più influente giornale politico Usa, e soprattutto è già partita l’offensiva più insidiosa, quella della cultura. I grandi network social stanno dicendo basta con le virtù woke, con l’omaggio ipocrita ai valori della diversità e del rispetto gender, e basta anche alla favola bella della lotta al cambiamento climatico. Ci vuol poco e su miliardi di postazioni social arriverà il concetto che tutta questa esaltazione delle minoranze, porterà le minoranze al potere. Non abbiamo sentito anche in Italia, che il rischio è l’inversione etnica, dando potere agli invasori di Lampedusa?
Tutto questo è inquietante se il pesce piccolo diventa presidente degli USA. La politica internazionale sta già – legittimamente – facendo i conti con la realtà ed è pronta a trattare con la massima disponibilità con l’istituzione Casa Bianca. Lo fanno gli amici già esistenti di Trump (spesso coincidenti con quelli di Putin) e lo fanno i governi di orientamento decisamente avverso, perchè questa è la politica.
Il problema chiave resta però quello di capire se trattando – correttamente e non – con l’uomo dell’America di nuovo grande, non ci sia dietro di lui qualche burattinaio che pensa a far grande solo se stesso a spese di tutti.
Beppe Facchetti

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