
Da oggi i container brasiliani che sbarcano nei porti americani pagano il 25% di tasse in più. Dalla mezzanotte scorsa infatti sono scattati i nuovi dazi annunciati da Washington nei confronti dei prodotti provenienti dal gigante sudamericano. Non è la prima volta: un anno fa Trump aveva già colpito il Brasile con un dazio del 50%, poi bocciato a febbraio dalla Corte Suprema che aveva dichiarato illegittimo il ricorso all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). L’amministrazione ha quindi deciso di avvalersi di un nuovo strumento capace di reggere in tribunale. Lo ha trovato rispolverando la Section 301 del Trade Act del 1974, la stessa già usata contro la Cina nel primo mandato Trump: più lenta, perché richiede un’istruttoria vera, ma anche più versatile e solida da difendere in un’aula di tribunale. Anche se, va detto, il Brasile non è un Paese verso cui gli Stati Uniti abbiano un deficit commerciale da correggere, ma anzi uno con cui vantano da anni un surplus di oltre 425 miliardi di dollari. Un dato che lo stesso presidente brasiliano Lula ha rivendicato citando le statistiche del governo americano e accusando Washington di “giocare sporco”. L’azione arriva infatti a meno di tre mesi dalle elezioni presidenziali brasiliane, in cui Lula sfiderà Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente alleato di Trump: un dettaglio che a Brasilia nessuno considera casuale. I dazi farebbero dunque parte di uno scontro più ampio – economico, politico, giudiziario – che la Casa Bianca sembrerebbe pronta a replicare, con qualche variazione, anche con altri partner.

Dazi: dalla clava al bisturi?
Fino a febbraio, Trump aveva usato i dazi come una clava colpendo avversari e partner commerciali con tariffe generalizzate. A febbraio la Corte Suprema ha detto no: il tycoon aveva oltrepassato i limiti della sua autorità, costringendo Washington a passare dalla clava al bisturi. Il rappresentante commerciale Jamieson Greer ha annunciato infatti il ricorso alla Section 301, che richiede qualcosa che l’IEEPA non richiedeva: un’indagine approfondita, documentata, che accerti pratiche commerciali sleali specifiche da parte di un singolo Paese. Nel caso del Brasile, l’accusa riguarda diversi settori, tra cui i servizi finanziari e l’agricoltura. C’è però un dettaglio che vale più di ogni dichiarazione, ed è la lista delle esenzioni previste per i prodotti da tassare. Caffè, carne bovina, succo d’arancia, aeromobili, componenti energetici: tutto ciò che gli Stati Uniti non possono permettersi di far mancare ai propri scaffali o alle proprie fabbriche resta fuori dal dazio. Il Peterson Institute for International Economics ha fatto due conti e il risultato è eloquente: tra esenzioni dirette e prodotti già coperti da altri regimi tariffari, due dollari su tre di merci brasiliane vendute agli Stati Uniti sfuggono ai nuovi dazi. Quello che resta tassato – macchinari, componenti elettrici, oro, pneumatici, zucchero, abbigliamento – è la parte che Washington può permettersi di sacrificare.
Assist involontario a Lula?
Il tempismo non sembra casuale: i dazi al Brasile entrano in vigore a meno di tre mesi dalle elezioni presidenziali di ottobre, in cui Lula sfiderà Flavio Bolsonaro, senatore e figlio dell’ex presidente Jair, condannato a 27 anni di carcere per aver tentato di ribaltare la sconfitta elettorale del 2022, proprio mentre la famiglia Bolsonaro faceva pressioni su Washington perché intervenisse in suo soccorso con misure commerciali. Quella pressione, però, non avrebbe prodotto l’effetto sperato: Bolsonaro è stato condannato comunque, mentre Lula ha incassato un dividendo politico difendendo la sovranità brasiliana dalle pressioni straniere. I sondaggi lo confermano: oltre la metà dei brasiliani attribuisce la responsabilità dei dazi a Flavio Bolsonaro, che nei mesi scorsi ha visitato più volte la Casa Bianca, nonostante lo stesso senatore avesse chiesto un rinvio delle misure, temendo che avvantaggiassero il suo avversario. Ma se i dazi rischiano di danneggiare il candidato che Washington vorrebbe favorire, perché Trump insiste? Per Chris Garman di Eurasia Group, la questione elettorale non sarebbe affatto al centro del calcolo della Casa Bianca. Il caso brasiliano servirebbe invece come esempio per lanciare un segnale più ampio e dimostrare a tutti i partner che chi non chiude un accordo con Washington finisce comunque per essere colpito, indipendentemente dalle conseguenze politiche interne al Paese bersaglio.
Il Brasile come banco di prova?
Il caso brasiliano arriva pochi giorni dopo l’annuncio di nuovi dazi al 50% contro il Canada in base a un’altra sezione del codice commerciale. Un segnale che Cnn descrive come “un monito rivolto al resto del mondo”, più che una misura pensata specificamente per Ottawa. Lo schema – un’indagine formale, una lista di accuse, un’aliquota elevata ma corredata di esenzioni mirate – che Trump si appresterebbe ad estendere a decine di paesi già nei prossimi giorni, dato che i dazi globali del 10% introdotti dal presidente scadranno alla fine di questa settimana. Anche se resta da capire quanto questo nuovo modello regga alla prova della scala. Il Brasile infatti pesa relativamente poco nell’interscambio complessivo americano, e le sue esportazioni verso gli Usa valgono ormai meno del 10% del suo export totale. Con Cina, Corea, Giappone e soprattutto l’Unione Europea, già coinvolta in un’indagine parallela sulle tasse sui servizi digitali, i volumi in gioco cambiano ordine di grandezza, e con essi il rischio di ritorsioni capaci di colpire duro anche l’economia americana. Il Brasile, insomma, è il collaudo su pista, l’Europa – con un mercato dieci volte più grande e legami commerciali molto più fitti – è il vero banco di prova, ma anche quello dove uno scontro aperto rischia di fare danni su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Il commento
Di Matteo Villa, Head, Policy Lab ISPI
“Anziché “lasciare”, Trump raddoppia. Invece di usare la sentenza della Corte Suprema come pretesto per una tregua in vista delle elezioni di midterm, si riparte con i dazi. Canada e Brasile sembrano indicare che la Casa Bianca abbia imparato a colpire in modo più selettivo. Una strategia che riduce i costi per consumatori e imprese americane, ma indebolisce la minaccia con cui Trump vorrebbe costringere gli altri Paesi a negoziare.”
Alessia De Luca

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