
Nel Medio Oriente la questione non è soltanto militare. Il nodo reale riguarda l’assetto che emergerà dopo un eventuale cambio di regime in Iran. In questo scenario la linea politica di Donald Trump introduce un elemento di forte discontinuità rispetto alla tradizionale strategia americana. La sua impostazione non è centrata sulla costruzione di equilibri multilaterali ma su una logica transazionale che lega politica estera, energia e competizione economica tra blocchi occidentali.
Il precedente venezuelano è utile per comprendere lo schema operativo. La rimozione di Nicolás Maduro non ha determinato una vera trasformazione strutturale del sistema di potere. Il vertice politico è cambiato, ma l’apparato politico, militare ed economico rimasto al controllo del paese è sostanzialmente lo stesso che aveva guidato il collasso dell’economia venezuelana. Parallelamente si è riaperto il capitolo energetico e il petrolio venezuelano è rientrato nei circuiti negoziali internazionali. Il risultato è stato un riassetto geopolitico più che una transizione politica.
Applicare una logica simile all’Iran significherebbe operare su una scala incomparabilmente più ampia. L’Iran è una potenza regionale con una capacità di influenza diretta sul sistema energetico globale. Lo stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali choke point del commercio petrolifero mondiale. Qualunque intervento che modifichi l’assetto politico di Teheran ridisegna automaticamente il controllo delle rotte energetiche e gli equilibri economici del Medio Oriente.
In questo contesto la strategia di Trump appare coerente con una visione più ampia. La sua politica economica ha sempre considerato l’Europa non come un partner strategico ma come un concorrente industriale. Le tensioni commerciali, i dazi minacciati o applicati e la critica costante alla struttura economica dell’Unione Europea rientrano in un disegno di riequilibrio dei rapporti economici occidentali a favore degli Stati Uniti.
Il Medio Oriente diventa quindi una leva strategica. Un riassetto del potere in Iran consentirebbe di ridefinire il sistema di controllo delle risorse energetiche regionali e delle relative catene di approvvigionamento. In questo scenario Washington rafforzerebbe la propria posizione negoziale sulle rotte petrolifere mentre l’Europa verrebbe progressivamente marginalizzata dai principali meccanismi decisionali che regolano l’energia mediorientale.
Il modello operativo sarebbe relativamente semplice. Rimozione del vertice politico più esposto, conservazione di parte dell’apparato amministrativo e militare e successiva rinegoziazione dei rapporti energetici. Un cambio di leadership che permette di ridefinire gli equilibri economici senza affrontare l’instabilità totale di una rivoluzione interna.
Se un simile schema venisse applicato all’Iran, il risultato non sarebbe necessariamente la nascita di un nuovo sistema politico democratico. Piuttosto emergerebbe un Medio Oriente riorganizzato attorno a nuovi rapporti energetici nei quali gli Stati Uniti rafforzano il proprio controllo strategico mentre l’Europa perde progressivamente capacità di influenza.
Il punto centrale non è quindi soltanto la caduta o la sopravvivenza del regime iraniano. La posta in gioco riguarda la redistribuzione del potere economico all’interno dell’Occidente. In questa prospettiva l’operazione non rappresenterebbe semplicemente un intervento regionale ma un tentativo di ridisegnare l’architettura energetica globale rafforzando la centralità americana e riducendo il peso strategico europeo.
Occhio, speriamo bene e che le mid term lo mettano seduto.
Piero Terracina

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