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Donald Trump continua a muoversi come un leader in campagna elettorale permanente, ma negli ultimi mesi la realtà sembra presentargli un conto sempre più pesante. Dopo le polemiche con Papa Leone XIV, gli attacchi alla premier italiana Giorgia Meloni e le tensioni continue con i principali leader europei, arriva ora un colpo ben più serio perché tocca il cuore della sua strategia economica e politica: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato gran parte dei nuovi dazi voluti dalla Casa Bianca, definendoli illegittimi e stabilendo che il presidente ha ecceduto i propri poteri costituzionali. La sentenza, approvata con sei voti contro tre, smonta uno dei pilastri simbolici della seconda presidenza Trump: l’idea che i dazi fossero non soltanto uno strumento economico, ma la dimostrazione plastica della “forza” americana contro il resto del mondo. Per Trump i dazi non erano semplici tariffe commerciali. Erano propaganda politica trasformata in politica economica. E proprio per questo la decisione della Corte assume oggi un valore devastante sul piano simbolico e politico.
I giudici hanno chiarito che il presidente non poteva utilizzare la legge del 1977 sulle emergenze economiche per imporre unilateralmente tariffe globali senza il via libera del Congresso. In altre parole, la Corte Suprema ha ricordato che perfino un presidente come Trump non può trasformare l’emergenza in un lasciapassare permanente per aggirare gli equilibri costituzionali americani. Ed è qui che emerge il vero problema politico della Casa Bianca. Trump aveva costruito la propria immagine di leader forte proprio sulla capacità di agire rapidamente, senza mediazioni, imponendo la propria volontà agli alleati, ai mercati e persino alle istituzioni americane. Ma negli ultimi tempi questa immagine mostra crepe sempre più evidenti. I dazi dovevano riportare industria e posti di lavoro negli Stati Uniti, ma hanno alimentato inflazione, tensioni commerciali e incertezza economica. Il popolo Maga, quello che lo aveva sostenuto con entusiasmo promettendosi una rinascita economica nazionale, oggi si trova invece alle prese con il caro vita, l’aumento dei prezzi e un crescente senso di delusione. E i sondaggi sulle prossime elezioni di midterm cominciano a riflettere questa inquietudine.
La vicenda dei dazi rappresenta allora qualcosa di più di una semplice sconfitta giuridica. È un autogol politico che si inserisce dentro una fase di crescente isolamento del presidente americano. Persino all’interno del fronte conservatore americano si percepisce una certa stanchezza verso una leadership fondata più sull’annuncio che sulla stabilità. Trump continua a usare la politica estera e commerciale come strumento di mobilitazione emotiva, alternando minacce, rilanci, sospensioni e nuove provocazioni. Ma la realtà economica non segue i tempi della propaganda. Le imprese americane chiedono prevedibilità, i mercati cercano stabilità, gli alleati pretendono interlocutori affidabili. E invece la Casa Bianca continua a muoversi secondo una logica da campagna permanente, nella quale ogni crisi viene trasformata in uno scontro personale. Anche la sentenza della Corte Suprema è stata immediatamente liquidata da Trump come una decisione “folle”, accusando i giudici di sabotare la sicurezza economica americana. Ma più aumenta il tono dello scontro, più emerge la difficoltà del presidente nel gestire un consenso che non appare più compatto come nei primi mesi del suo ritorno alla Casa Bianca.
Il problema, alla fine, è sempre lo stesso: la distanza crescente tra la narrazione trumpiana e la vita quotidiana degli americani. Le guerre commerciali possono entusiasmare una parte dell’elettorato sul piano identitario, ma quando si traducono in aumento dei costi, instabilità economica e tensioni internazionali diventano un boomerang politico. Trump continua a presentarsi come l’uomo che combatte il sistema, ma oggi è proprio il sistema istituzionale americano – dalla Corte Suprema al Congresso – a ricordargli che la democrazia statunitense vive di contrappesi e limiti costituzionali. È un passaggio importante, perché dimostra che anche nella fase più muscolare della politica americana esistono ancora argini istituzionali capaci di frenare le spinte più estreme del potere esecutivo. Intanto però il tempo politico corre veloce. Le elezioni di midterm si avvicinano, il malcontento cresce e il popolo Maga comincia a chiedersi se dietro i proclami e le provocazioni esista davvero una strategia capace di migliorare la vita quotidiana degli americani. Ed è probabilmente questa la domanda che oggi preoccupa più di tutte Donald Trump.
Cesare Mannucci

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