
Trump aveva messo in scena il grande numero: i dazi come fionda miracolosa. Tiri il sasso oltre oceano e, per una magia tutta sua, a sanguinare sarebbe dovuto essere l’altro. La promessa era sempre la stessa, detta con quella sicurezza da televendita: pagano loro, vinciamo noi, incassiamo noi, e pure con la faccia tosta di far passare la cosa come patriottismo.
Poi, come spesso accade quando la propaganda incontra un registratore di cassa, la realtà gli ha voltato le spalle. Perché i dazi non sono un tweet, non sono un foglio dove apporre una firma da megalomane. Sono una tassa. E le tasse, che strano, qualcuno le deve pagare davvero.
La scena vera è meno epica e molto più umiliante: il dazio lo paga l’importatore americano quando la merce entra negli Stati Uniti. Non “la Cina”. Non “l’Europa”. L’importatore. Americano. Che versa i soldi alla dogana americana. Quindi la favola del “li faccio pagare” inizia già con una piccola crepa comica: stai tassando casa tua e poi ti giri verso il pubblico dicendo che stai punendo il vicino.
E dopo il primo passaggio, arriva il secondo, quello letale. L’importatore non è un missionario. Se può, scarica il costo sul distributore. Il distributore lo scarica sul negozio. Il negozio lo scarica su chi compra. E alla fine chi si ritrova il regalo sullo scontrino è l’americano medio, quello che Trump diceva di voler difendere con il petto in fuori. In pratica: il dazio parte come una minaccia geopolitica e finisce come un aumento sul carrello. Dal “Make America Great Again” al “Make America Pay Again” è un attimo.
Trump provava a venderla così: “tanto il produttore estero abbassa i prezzi e assorbe tutto”. Sì, certo, come no! Ogni tanto qualcuno all’estero taglia un po’ i margini pur di restare sul mercato, ma non abbastanza da trasformare una tassa in un’illusione ottica. Quando i dazi sono grossi e colpiscono settori che non puoi rimpiazzare in due settimane, la filiera americana non ha un tasto “annulla”. Ha solo due opzioni: alzare i prezzi o tagliare margini. E tagliare margini vuol dire investire meno, assumere meno, rischiare meno. Geniale, proprio.
Il bello, se così si può dire, è che questa roba diventa indifendibile appena tocca beni quotidiani. Perché puoi raccontare qualsiasi fiaba su acciaio e geopolitica, ma se al supermercato la roba costa di più, la gente non ti fa l’applauso: ti fa la faccia di chi ha capito che lo stai prendendo in giro. L’inflazione è cattiva, semplice e molto democratica: non ascolta comizi, non guarda talk show, non si offende se le dai del “fake”. Ti presenta il conto e basta.
Ed ecco il momento epico dello zampognaro MAGA, quello che partì per andare a suonare e tornò completamente suonato. Perché quando la botta arriva sullo scontrino, la politica smette di fare il gradasso e inizia a fare i conti. E i conti, di solito, producono la stessa musica: rinvii, eccezioni, riduzioni, “rimodulazioni”. Che è il modo elegante per dire che la grande arma si sta trasformando in una specie di elastico: lo tiri, ti torna in faccia, fai finta che fosse previsto, e provi a sorridere con il labbro gonfio.
A rendere la scenetta ancora più grottesca c’è il fatto che i dazi non sono neanche un oggetto solido sul piano politico e legale: spesso diventano terreno di ricorsi, interpretazioni, bracci di ferro istituzionali. Traduzione: oltre a essere una tassa che ti rimbalza addosso, rischia pure di essere una tassa instabile, che oggi c’è e domani forse no. E quando un intero pezzo di economia vive nell’incertezza, indovina chi paga quella paura. Non il miliardario in TV. L’azienda che deve programmare acquisti e prezzi. E di nuovo, a cascata, chi compra.
Quindi perché gli americani pagano per primi. Perché il dazio viene riscosso in America, da soggetti americani, su beni che entrano in America. Il resto è solo patetica coreografia: chi assorbe, chi scarica, chi taglia. Ma alla fine il succo è quello. E quando ti ritrovi la tua “punizione agli altri” trasformata in un sovrapprezzo interno, capisci che l’idea era brillante solo nella testa di chi la urlava.
Trump aveva iniziato questa storia con il tono del leader che suona la marcia trionfale. Adesso suona più come uno che, dopo aver fatto il bullo al piano bar, scopre che il conto è salato e il POS funziona benissimo. E siccome il conto non lo pagano gli slogan, ma la gente normale, il “grande stratega” finisce dove finiscono tutti quelli che giocano con le tasse come fossero cori da stadio: a rimangiarsi pezzi, a mettere toppe, e a sperare che la memoria collettiva sia più corta dello scontrino.
Peccato: è lo scontrino della pasta Rummo e Barilla che lo ha fottuto. Gli americani agli spaghetti non rinunciano!
Piero Terracina

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