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Trump all’Iran: un ultimatum dopo l’altro

Nuove minacce, vecchi timori. Durante le festività pasquali il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha perso occasione per intensificare le intimidazioni contro l’Iran, dichiarando che il paese mediorientale potrebbe essere devastato nelle prossime ore, se non verrà riaperto lo Stretto di Hormuz. La Casa Bianca, per rispondere alle preoccupazioni suscitate da tali affermazioni, ha precisato che gli Stati Uniti al momento non stanno valutando l’utilizzo di armi nucleari contro l’Iran. Allo stesso tempo, il Commander in Chief ha lasciato intendere che esiste ancora uno spiraglio per la diplomazia, che potrebbe evitare un’ulteriore escalation del conflitto.

di Francesco Petronella | 8 Aprile 2026

Nuove minacce, vecchi timori. Durante le festività pasquali il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha perso occasione per intensificare le intimidazioni contro l’Iran, dichiarando che il paese mediorientale potrebbe essere devastato nelle prossime ore, se non verrà riaperto lo Stretto di Hormuz. La Casa Bianca, per rispondere alle preoccupazioni suscitate da tali affermazioni, ha precisato che gli Stati Uniti al momento non stanno valutando l’utilizzo di armi nucleari contro l’Iran. Allo stesso tempo, il Commander in Chief ha lasciato intendere che esiste ancora uno spiraglio per la diplomazia, che potrebbe evitare un’ulteriore escalation del conflitto. Resta, tuttavia, una notevole distanza tra le parti, in particolare su un punto: Teheran ha chiarito – tramite i mediatori pakistani – che non accetterà alcun accordo per un cessate il fuoco temporaneo, ma solo un’intesa complessiva che metta fine alla guerra, mentre si diffondono nuove indiscrezioni sul fatto che la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei sarebbe nella città santa di Qom in stato di coma, o comunque non in grado di dirigere le operazioni di guerra. Durante una lunga conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump ha assicurato che gli Stati Uniti dispongono di un piano militare capace di distruggere in poche ore ponti e centrali elettriche iraniane, causando danni tali da richiedere decenni per essere riparati. L’ora indicata per questo nuovo ultimatum sono le 20:00 di oggi ora locale, le 2:00 di mercoledì notte in Italia, ma già oggi raid delle forze americane hanno colpito l’isola di Kharg, considerata strategica per il controllo dello Stretto, prendendo di mira infrastrutture militari. Trump ha rincarato la dose scrivendo su Truth social che, se entro l’ora stabilità non accadrà qualcosa di “rivoluzionario” e “meraviglioso”, allora “un’intera civiltà scomparirà, per non rinascere mai più”. Le affermazioni dell’inquilino della Casa Bianca alimentano i timori dei mercati, già messi a dura prova da una crisi energetica senza precedenti, che non sembra destinata a esaurirsi in tempi brevi.

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Nuovo ultimatum?

“Spero di non doverlo fare“, ha detto Trump lunedì mattina durante il consueto evento di Pasqua per i bambini sul prato sud della Casa Bianca, accompagnato dal tradizionale coniglio pasquale gigante che fa da mascotte alla celebrazione. Il presidente ha dichiarato di avere un piano “in base al quale ogni ponte in Iran verrà distrutto” e “ogni centrale elettrica sarà fuori servizio, in fiamme, esploderà e non potrà mai più essere utilizzata“. Per poi precisare: “Non vogliamo che questo accada”. Per scongiurare l’ipotesi di un attacco simile, Washington chiede all’Iran di rinunciare alle armi nucleari e di riaprire lo Stretto di Hormuz, una via cruciale per il transito del petrolio e del gas a livello globale. Diversi osservatori, sia sulla stampa americana che su quella internazionale, hanno criticato le ultime dichiarazioni di Trump, bollate come l’annuncio in diretta mondiale di imminenti crimini di guerra. “Non me ne preoccupo”, ha dichiarato il presidente, nel respingere tali accuse, mentre. Teheran, intanto, ha lanciato un appello a “tutti i giovani, atleti, artisti, studenti e professori” invitandoli a formare catene umane intorno alle centrali elettriche del Paese per proteggerle. Trump ha anche risposto, seppur indirettamente, all’appello pronunciato da papa Leone XIV nell’omelia pasquale. “Chi ha in mano armi le deponga. Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace”, ha detto il pontefice. Trump, per parte sua, ha sostenuto che Dio appoggia il conflitto in corso “perché non vuole vedere la gente soffrire“. “Non piace a lui come non piace a me, non mi sto divertendo”, ha puntualizzato Trump, ricordando di essere la persona che ha “messo fine a otto guerre” e salvato “milioni di persone”. Ai giornalisti che chiedevano cosa pensasse delle accuse di non avere un piano, lui ha risposto: “Ho il piano migliore di tutti, solo che non lo rivelo ai media“.

Corsa contro il tempo?

Il mondo, intanto, sta già affrontando una crisi energetica senza precedenti, di dimensioni e gravità superiori a quelle dei grandi shock petroliferi del secolo scorso. A lanciare l’allarme è Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), in un’intervista al quotidiano francese Le Figaro. Il funzionario ha descritto l’attuale blocco dello Stretto di Hormuz come “più grave delle crisi del 1973, del 1979 e del 2022 messe insieme”. Secondo l’esperto, il mondo non ha mai vissuto un’interruzione delle forniture energetiche di questa portata. Se i Paesi industrializzati (Europa, Giappone, Australia) ne subiranno pesanti conseguenze, i più esposti restano i Paesi in via di sviluppo, già colpiti dall’impennata dei costi di carburante e cibo e da un’inflazione fuori controllo. Le dichiarazioni di Trump hanno già sortito effetti concreti, con i prezzi del petrolio che hanno registrato nuovi rialzi. Sui mercati asiatici i futures del petrolio hanno reagito con forte nervosismo all’avvicinarsi della scadenza. Il Brent è salito di 1,44 dollari (+1,3%), arrivando a 111,21 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) ha guadagnato 2,32 dollari (+2,1%), toccando i 114,73 dollari. Gli operatori temono che, anche in caso di tregua, i danni alle infrastrutture energetiche e marittime possano paralizzare le forniture per mesi. Il blocco di Hormuz, iniziato il 28 febbraio dopo gli attacchi statunitensi e israeliani all’Iran, ha già provocato il crollo delle esportazioni di molti produttori del Golfo. Tim Waterer, analista di KCM Trade, sottolinea che “il tempismo sta diventando fondamentale”, perché la minaccia di Trump di “scatenare l’inferno” su Teheran continua a tenere i prezzi su livelli molto elevati.

Resa dei conti interna?

Al netto delle dichiarazioni roboanti, è evidente come la guerra continui a generare nervosismo e frustrazione tra i ranghi dell’amministrazione Trump. Il paese, che ha rieletto il tycoon all’insegna dello slogan “America First”, si ritrova invece impantanato in un conflitto di cui, a distanza di cinque settimane, non si intravedono né la fine né l’obiettivo strategico. In questo contesto rientra la “Notte dei lunghi coltelli” avviata dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, all’interno del suo dicastero. Come ricorda il sito d’informazione Axios, la rimozione del capo di stato maggiore dell’esercito, generale Randy George, e del generale David Hodne ha colto di sorpresa i vertici militari e ha generato preoccupazione tra i funzionari della difesa. I nomi di George e Hodne si inseriscono così in una lista sempre più lunga di generali e ammiragli rimossi dal segretario alla Difesa, che ha rimodellato lo Stato Maggiore Congiunto. Inoltre, nelle ultime settimane, Trump ha licenziato la Segretaria per la Sicurezza Nazionale, Kristi Noem (per lo scandalo sessuale che ha coinvolto il marito) e la Procuratrice Generale, Pam Bondi, per il modo in cui il dipartimento di Giustizia ha gestito il dossier Epstein, praticamente scomparso dai radar mediatici a causa della guerra. Ora, secondo fonti vicine all’amministrazione, il presidente starebbe valutando l’ipotesi di sostituire anche la Direttrice dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, che avrebbe protetto un ex deputato repubblicano critico verso la guerra all’Iran. Un mese fa, Gabbard si è rifiutata di condannare Joe Kent, capo del Centro antiterrorismo, che si era dimesso pochi giorni prima dichiarando che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti, contraddicendo apertamente le motivazioni addotte dalla Casa Bianca per iniziare la guerra.

Il commento

di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po

“Gli ultimatum servono a ribadire la piena credibilità delle proprie posizioni e per esercitare una forte pressione sull’interlocutore. Questo ultimo di Trump all’Iran non fa eccezione, al netto del linguaggio grottescamente rozzo e violento e della ostentata disponibilità a violare il diritto internazionale, se non a compiere dei veri e propri crimini di guerra. Gli ultimatum sono però più facili da lanciare che da realizzare. Se non conseguono gli obiettivi prefissati, finiscono per alimentare solo un’ulteriore escalation dalla quale diventa ancor più difficile uscire. Se non danno pienamente corso alle minacce, finiscono per danneggiare l’autorevolezza di chi li impone. In entrambi casi, l’obiettivo di riaffermare la propria credibilità produce in realtà un ulteriore indebolimento della stessa”.

Francesco Petronella

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Francesco Petronella

Giornalista professionista dal 2021, lavora come digital journalist per l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI). Ha scritto analisi per il magazine “Atlante” della Treccani e contributi per testate italiane e straniere come Il Foglio, Agenzia Nova, Il Fatto Quotidiano, Upday, The New Arab. Ha collaborato alla redazione dell’ “Atlante geopolitico del Mediterraneo 2023” dell’Istituto di studi politici San Pio V. Ha studiato arabo ed ebraico all’università “L’Orientale” di Napoli.

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