
Le immagini arrivate dal G7 hanno raccontato molto più di qualsiasi comunicato ufficiale. Seduto tra i leader delle principali economie occidentali, Donald Trump è apparso come un uomo fisicamente presente ma mentalmente altrove. Uno sguardo distante, un atteggiamento chiuso, quasi infastidito dalla necessità stessa di confrontarsi con gli altri interlocutori.
La sensazione è stata quella di assistere a una rappresentazione moderna del celebre Marchese del Grillo: “Mi dispiace… Ma io so’ io e voi non siete un ca@@o”. Un approccio che forse può funzionare in una campagna elettorale permanente, ma che diventa pericoloso quando si trasferisce nei delicati meccanismi della diplomazia internazionale.
Mentre il mondo attraversa una delle fasi più complesse degli ultimi decenni, con la guerra in Ucraina ancora aperta, il Medio Oriente sull’orlo di un’escalation incontrollabile, la competizione strategica con la Cina e un’economia globale attraversata da tensioni crescenti, il presidente americano sembra muoversi seguendo una bussola tutta personale, spesso scollegata dalle esigenze degli alleati e dalla costruzione di una strategia condivisa.
Le fotografie del vertice mostrano leader impegnati a cercare un dialogo, a mantenere aperti i canali di comunicazione, a preservare almeno formalmente un minimo di coesione occidentale. Non per convinzione ideologica, ma per semplice realismo politico. Nessuno può permettersi di mettere diplomaticamente nell’angolo gli Stati Uniti. Nessuno può fingere che Washington non resti ancora il perno militare, economico e strategico dell’Occidente.
Eppure, proprio mentre gli altri tentavano questo difficile esercizio di equilibrio, Trump sembrava recitare un copione diverso. Più che guidare il tavolo, appariva isolato dal tavolo stesso. Più che costruire consenso, sembrava interessato a ribadire una distanza. Più che cercare alleati, dava l’impressione di voler ricordare a tutti chi detiene il peso maggiore.
La stessa sensazione emergeva dalle numerose interviste rilasciate durante il vertice. Al di là delle posizioni espresse, colpiva la struttura stessa dei ragionamenti. Le risposte apparivano spesso confuse, frammentarie, fortemente autocentrate e povere di elementi realmente condivisibili. Ogni questione internazionale finiva inevitabilmente per ruotare attorno alla sua figura, alle sue intuizioni, alle sue convinzioni e alla propria narrazione personale. Il risultato era un susseguirsi di dichiarazioni nelle quali la complessità dei problemi sembrava dissolversi dentro una visione sempre più individuale e autoreferenziale.
Ed è proprio questo l’aspetto che dovrebbe far riflettere maggiormente.
Questo articolo non vuole essere una valutazione politica del G7. I risultati del vertice potranno essere discussi da diplomatici, economisti e storici. Ciò che emerge con forza, invece, è la rappresentazione di una leadership che appare progressivamente scollegata dal contesto nel quale opera. Un uomo che sembra vivere all’interno di una propria realtà interpretativa, dove percezioni personali, convinzioni assolute e letture soggettive finiscono spesso per prevalere sull’analisi dei fatti e sulla necessità del confronto.
Osservando Trump durante questo G7, più che un leader intento a coordinare gli alleati, si aveva l’impressione di assistere all’azione di una figura sempre più chiusa in sé stessa, convinta della propria infallibilità e sempre meno disponibile ad ascoltare interlocutori che non confermino la sua visione del mondo.
È una percezione che va oltre la politica. Riguarda il delicato rapporto tra potere e personalità. Perché quando una quantità immensa di potere militare, economico e diplomatico si concentra nelle mani di un uomo che mostra evidenti difficoltà nel distinguere tra interesse collettivo e rappresentazione di sé, la questione smette di essere soltanto politica e diventa inevitabilmente motivo di preoccupazione.
La politica internazionale non è un reality show e nemmeno una trattativa immobiliare. Le grandi crisi si affrontano costruendo convergenze, non alimentando solitudini. La forza di una leadership non si misura dalla capacità di umiliare gli interlocutori, ma dalla capacità di convincerli, coordinarli e guidarli.
Osservando questo G7 emerge una domanda inquietante. Chi sta realmente conducendo la politica estera americana? Una strategia ponderata e coerente oppure gli impulsi di un uomo sempre più convinto che il mondo debba semplicemente adattarsi alle sue decisioni?
Perché se gli alleati europei appaiono spesso deboli, indecisi e privi di una visione comune, gli Stati Uniti di oggi sembrano soffrire di un problema diverso ma altrettanto pericoloso: l’illusione che la forza possa sostituire la diplomazia e che l’unilateralismo possa sostituire la leadership.
La storia insegna che nessuna potenza, per quanto grande, riesce a governare da sola un sistema internazionale sempre più complesso. Ignorare questo principio significa trasformare l’autorevolezza in arroganza e la leadership in isolamento.
Ed è proprio questa la fotografia più preoccupante uscita dal G7: non quella di un’America forte, ma quella di un’America sempre più sola.
Come ho spesso detto, Trump è il problema, non la soluzione.
Piero Terracina

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