Non siamo mai usciti dal clima avvelenato di tangentopoli. L’Italia è ferma a quel 17 febbraio 1992 quando da una banale indagine di corruzione, prese il via lo tsunami che travolse un intero sistema politico distruggendo, con un malaffare diffuso ma reso sistema corrente e consolidato (come denuncerà -in Parlamento- uno dei leader più lucidi che la storia italiana può annoverare: Bettino Craxi), il molto bene che la tanto vituperata prima repubblica aveva prodotto per la settima -divenuta quinta- potenza economica mondiale.
Come ogni valanga l’incipit è un caso; una svista, un sassolino che travolge tutto e tutti. Una distruzione di credibilità e di fiducia da cui l’Italia non riesce a venire fuori.
La cultura di tangentopoli: quella del “tutto è corrotto” e, per altro verso, quella dell’incoronazione (soprattutto mediatica) dei “buoni” ha prodotto, al di là della spaccatura politica, una frattura morale che ha generato e continua a produrre sfiducia. Dalle aule milanesi si giunge alla cosiddetta “giustizia ad orologeria”, all’accanimento giudiziario/mediatico fino ad uno strapotere diffuso ed innaturale del cosidetto quarto potere che, come un’ondata di ritorno, sta sommergendo la stessa magistratura la cui popolarità ha raggiunto livelli infimi simili a quelli della politica (pre e post tangentopoli).
C’è di più.
Tangentopoli ha “drogato” la politica. Dalla cultura del “tutto marcio” nascono i girotondi, i “vaffa Day”, la rottamazione e, nel 2018, l’affermazione elettorale del “partito dell’anti-sistema”: il movimento che voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.
Ma non basta.
La cultura di tangentopoli ha bloccato l’intero sistema amministrativo/economico con un’eccessiva burocratizzazione di tutte le procedure e l’esigenza di arruolare esponenti graduati delle forze dell’ordine e magistrati in funzioni di controllo e di diretta amministrazione della cosa pubblica.
Questa è, oggi, l’Italia del post-tangentopoli: un cumulo di macerie sotto le quali tutti sono finiti e sotto cui rischia di finire anche il PNRR. Un nuovo piano Marshall, come spesso è stato definito, che -per ottenerlo e tentare di portarlo in porto- siamo costretti a farlo dirigere ad un “tecnico”.
C’est tout dire!
Daniele Marchetti

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