
In questo periodo la classe politica italiana rimane prevalentemente espressione delle vecchie élite dirigenti, ma iniziano a emergere importanti cambiamenti, sia sul piano sociale sia su quello politico. La componente non elettiva continua a essere reclutata principalmente attraverso i canali tradizionali, come i legami familiari, la nobiltà e i rapporti consolidati tra le élite, mentre solo in misura limitata i partiti e i sindacati cominciano a fungere da nuovi strumenti di accesso. Questo fenomeno riguarda quasi esclusivamente i socialisti, che si distinguono per un approccio più aperto al reclutamento. Il sistema di selezione della classe dirigente non è più solo una semplice cooptazione: evolve in una forma di “cooptazione-competizione”, che rimane però limitata. La competizione si manifesta tra le élite tradizionali — la gentry agraria, l’aristocrazia di servizio e le professioni liberali consolidate — e le nuove élite emergenti, legate al mondo del lavoro, all’industria e ai ceti borghesi urbani.
Nel Senato del periodo giolittiano si registra un forte rinnovamento, con l’ingresso di 532 nuovi senatori. Pur rispettando le categorie ufficiali del sistema di nomina, si nota una tendenza a riequilibrare la storica prevalenza della gentry agraria, aprendosi a ceti imprenditoriali e borghesi. Le presidenze del Senato e gli uffici di presidenza diventano progressivamente a maggioranza borghese. L’alta diplomazia rimane ancora dominio dell’aristocrazia di servizio, ma il reclutamento si orienta sempre più verso la borghesia, che comincia a soppiantare la vecchia componente. Un fenomeno simile avviene nell’esercito, dove i vertici restano legati alle vecchie élite, mentre l’ingresso dei nuovi elementi si consolida gradualmente.
Per quanto riguarda l’alta magistratura, nel 1914 tutti e cinque i presidenti delle Corti di Cassazione erano senatori, mentre i presidenti delle Corti di Appello erano magistrati, di cui solo tre avevano anche la qualifica di senatore. Il presidente del Consiglio di Stato e il presidente della Corte dei Conti erano entrambi senatori, ma provenivano da carriere professionali di rilievo: il primo, Adeodato Bonasi, era professore universitario e già ministro di Grazia e Giustizia; il secondo, Ernesto Di Broglio, era stato ministro del Tesoro.
Sul fronte della componente elettiva della classe politica, l’allargamento del suffragio nelle elezioni del 1913 produce solo un rinnovamento parziale. La maggioranza dei deputati proviene dalla media e alta borghesia professionale e dalla gentry agraria, spesso rappresentando borghesia agiata e indipendente, in grado di sostenere le spese di trasferimento nella capitale e di finanziare le campagne elettorali. La composizione professionale del Parlamento dalla XXI alla XXIV legislatura evidenzia una prevalenza della componente forense, in aumento dal 37% al 41%; la presenza di medici cresce dal 5% al 6%, mentre quella degli ingegneri rimane sostanzialmente stabile. In generale, dal 1861 al 1913, la composizione professionale dei parlamentari resta sostanzialmente immutata.
Il rinnovamento sociologico, pur modesto a livello parlamentare, si manifesta più chiaramente nelle amministrazioni locali. Con le elezioni comunali e provinciali del 1914 molte realtà passano alla sinistra, sia in province periferiche e nel Mezzogiorno sia nei grandi centri urbani, dove la circolazione delle élite era stata più lenta. Si tratta di un ricambio politico e sociologico significativo, che interessa indistintamente realtà urbane e rurali. Sebbene la classe dirigente mantenga un’apparente omogeneità, al suo interno si intensificano fratture e competizione tra le élite, anche se queste tensioni non sono immediatamente percepibili sul piano sociologico.
Durante la Prima guerra mondiale, il processo di nazionalizzazione delle masse mette in evidenza il ruolo crescente degli intellettuali di piccola e media borghesia. Parallelamente, il management industriale e le nuove élite che si formano nel sindacato e nei partiti di massa contribuiscono alla formazione di nuove leadership politiche. In questa fase diventa più corretto parlare non di una “classe dirigente”, ma di diverse élite dirigenti, ognuna con un proprio ruolo e specifiche competenze.
Il processo di cooptazione nelle cariche non elettive diventa sempre più competitivo, grazie all’ingresso delle nuove élite, sebbene le élite tradizionali continuino a mantenere un’influenza significativa. Il cambiamento più evidente riguarda però la componente elettiva: il ricambio, già visibile a livello locale nel 1914, diventa più marcato con le elezioni del 1920 e soprattutto nel 1919, quando l’introduzione del suffragio universale maschile e della rappresentanza proporzionale favorisce i partiti di massa.
Il ricambio coinvolge non solo quantità, ma anche qualità dei parlamentari. Nel gruppo socialista entrano 125 nuovi deputati: 36 provenienti dalle classi popolari, 62 dalla borghesia e 31 dalla piccola borghesia. La componente professionale resta principalmente legata al mondo forense, ma cresce la presenza di medici, sindacalisti e organizzatori di partito autodidatti; in proporzioni minori aumentano gli intellettuali tecnici. Anche il Partito Popolare contribuisce in modo significativo al rinnovamento sociologico del Parlamento, sebbene con modalità diverse dai socialisti.
Questi mutamenti rendono ormai improprio parlare di un’unica classe politica. Al suo posto si delineano diverse élite politiche, spesso antagoniste, che riflettono le trasformazioni sociali, professionali e culturali del Paese, aprendo la strada a un nuovo equilibrio tra tradizione e innovazione nella politica italiana.
Calogero Jonathan Amato

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