
C’è un momento, nella politica siciliana, in cui la realtà supera la satira, la satira supera la tragedia e la tragedia diventa semplicemente cronaca.
Quel momento è arrivato quando Gianfranco Miccichè, ex presidente dell’ARS, ha pronunciato parole che nessun avversario politico avrebbe mai osato attribuirgli: «all’Ars c’è una tossicodipendenza da furto, sono tutti inquisiti».
Non lo dice un oppositore, non lo dice un magistrato, non lo dice un commentatore ostile: lo dice uno che quel sistema lo ha guidato, abitato, rappresentato.
Poi arriva la parte più rivelatrice, quella che nel video appare concitata ma che, ripulita, diventa ancora più devastante.
Miccichè racconta che quando chiedeva ai suoi amici il voto per il referendum sulla giustizia, la risposta era sempre la stessa: «no Gianfranco, questa volta non mi futti, siti tutti murumuru ca galera e ora volete pure cambiare la giustizia».
Non è un avversario a dirlo: sono gli “amici veri”, quelli che dovrebbero sostenerlo. E la loro risposta non è un sospetto: è un’accusa diretta, frontale, senza filtri.
Le testate che hanno riportato la vicenda – ANSA, Corriere Etneo, Report Sicilia – confermano i passaggi centrali: «non c’è stato il coraggio di avere la mano pesante nei confronti di chi ruba continuamente», «c’è una specie di tossicodipendenza da furto nell’Assemblea», «oggi c’è un casino che non potete avere l’idea perché sono tutti inquisiti».
Tutto documentato in un video in cui è proprio Miccichè a dire queste cose incredibili, tutto verificabile. Ed è qui che il paradosso politico diventa insostenibile.
A parlare di “tossicodipendenza da furto” è un deputato oggi rinviato a giudizio a Palermo per peculato e concorso in truffa aggravata nell’inchiesta sull’uso dell’auto blu. Secondo l’accusa – ricostruita da MeridioNews, ilSicilia, PalermoLive – l’Audi di servizio della Regione sarebbe stata utilizzata decine di volte per fini privati: visite mediche, spostamenti di familiari, perfino per portare il gatto dal veterinario, ma soprattutto, sempre secondo la Procura, quell’auto sarebbe stata usata anche per fargli recapitare cocaina e cibo dal ristorante dell’amico Mario Ferro, lo chef indagato per spaccio di droga in un’inchiesta in cui si contesta che il deputato si sarebbe più volte rivolto a lui per acquistare sostanze stupefacenti.
Il processo è fissato, le responsabilità saranno accertate in aula, ma il dato politico è già devastante: mentre la giustizia indaga su un presunto uso dell’auto blu per far arrivare la cocaina a un parlamentare regionale, quello stesso parlamentare parla di “tossicodipendenza da furto” dentro l’Assemblea. La contraddizione non riguarda la persona, ma il sistema. Un sistema che arriva a descriversi come “tossicodipendente dal furto”, un sistema in cui la paura della giustizia condiziona le scelte politiche, un sistema in cui perfino gli “amici veri” rispondono «siti tutti murumuru ca galera». È un autoritratto istituzionale, non un attacco esterno. È la conferma che la crisi non è episodica, ma strutturale. La legislatura di Renato Schifani – come ricordano più testate – è già una delle più segnate da indagini degli ultimi anni. Ma che sia un uomo della maggioranza a parlare di “tossicodipendenza da furto” e di un’Assemblea «tutta inquisita» rende la situazione ancora più grave: significa che la consapevolezza del problema è interna, non esterna.
Significa che il sistema non è semplicemente in difficoltà: è in una fase di collasso reputazionale. E allora la domanda finale non è retorica, non è polemica, non è emotiva: è istituzionale.
Se davvero, come afferma uno dei suoi protagonisti, l’Assemblea vive una condizione di procedimenti diffusi, di paralisi morale, di dipendenza sistemica da pratiche distorte, cosa si aspetta a intervenire?
Cosa si aspetta a ristabilire credibilità, trasparenza, responsabilità?
Cosa si aspetta a staccare la spina a un sistema che, a detta dei suoi stessi interpreti, non è più sostenibile?
Angioletta Massimino

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