
Tonfo delle Borse asiatiche, travolte dalla fuga degli investitori dai titoli legati all’intelligenza artificiale dopo il crollo di Wall Street. In apertura di seduta di venerdì, l’indice Kospi di Seul è precipitato di oltre l’8%, facendo scattare la sospensione automatica delle contrattazioni per 20 minuti, mentre il Nikkei di Tokyo ha perso oltre il 5% nelle prime battute. Vendite massicce sui colossi dei semiconduttori: Samsung Electronics ha ceduto il 10% e SK Hynix il 13%. A innescare la nuova ondata di ribassi sono i timori che la vittoria democratica alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti porti a una stretta normativa sull’IA e rallenti la costruzione dei data center. Giovedì il Nasdaq ha perso il 5,5%, mentre l’indice americano dei semiconduttori è crollato del 12,2%. A pesare anche i dubbi sulla sostenibilità degli investimenti miliardari nel settore, con Giappone, Corea del Sud e Taiwan particolarmente esposti attraverso le rispettive filiere tecnologiche.
Cina, stop a mega affare di SoftBank nella robotica
La Cina ha bloccato l’acquisizione da 5,4 miliardi di dollari della divisione robotica del gruppo svizzero ABB da parte della giapponese SoftBank, infliggendo un duro colpo alle ambizioni del miliardario Masayoshi Son nell’intelligenza artificiale applicata alla robotica. Secondo il Wall Street Journal, Pechino teme il trasferimento all’estero di tecnologie e dati sensibili sviluppati in Cina, potenzialmente utilizzabili per addestrare modelli di IA, anche alla luce dei legami di SoftBank con OpenAI. È il secondo importante stop imposto da Pechino quest’anno a un’acquisizione tecnologica straniera, dopo quello all’operazione Meta-Manus.
IA, la Cina blocca 600mila chip di Nvidia
Circa 600mila chip H200 di Nvidia sono fermi nei magazzini di Hong Kong, in attesa che Pechino autorizzi la loro importazione nella Cina continentale. Lo rivela Reuters, secondo cui le autorità cinesi continuano a negare il via libera alle forniture su larga scala, nonostante la forte domanda dei colossi tecnologici nazionali. Alcune aziende hanno ottenuto consegne limitate a circa 10mila chip ciascuna, ma Pechino punta a ridurre la dipendenza dalla tecnologia americana e a favorire i semiconduttori prodotti in Cina. Il paradosso è che le restrizioni di Washington, poi rimosse, hanno alimentato il mercato parallelo: un server con otto H200 costa oltre 900mila dollari, il triplo rispetto a un anno fa. I processori Nvidia restano cruciali per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, settore nel quale le alternative cinesi non hanno ancora raggiunto prestazioni equivalenti.
Taiwan, Micron sospende la costruzione di un maxi impianto di chip
Il colosso americano dei semiconduttori Micron ha sospeso i lavori per un nuovo impianto da 4,5 miliardi di dollari a Taiwan a causa di una prolungata vertenza sindacale. La costruzione dello stabilimento di Taoyuan, destinato a produrre memorie avanzate per l’intelligenza artificiale, è stata quasi completamente fermata. I lavoratori chiedono una maggiore partecipazione agli utili generati dal boom dell’IA, mentre l’azienda teme nuove incertezze sui negoziati. L’impianto, denominato Fab 11E, avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2028. Micron, che produce a Taiwan circa il 60% delle proprie memorie DRAM, assicura che le attività esistenti proseguono regolarmente. Lo stop rischia di aggravare le tensioni nella filiera globale dei chip, già alle prese con una forte domanda di memorie avanzate.
La Cina attribuisce il surplus ai blocchi occidentali sulle tecnologie
Durante l’inaugurazione della nona edizione della China International Import Expo (CIIE) a Shanghai, il vicepremier cinese Ding Xuexiang ha respinto le critiche internazionali sul surplus commerciale record di Pechino, sostenendo che l’avanzo è in parte causato dai vincoli e dai divieti imposti dai Paesi occidentali all’esportazione di beni ad alta tecnologia verso la Cina. Ding ha sottolineato che la Cina intende importare volumi significativi di prodotti avanzati, ma si vede impossibilitata a farlo a causa delle barriere commerciali, citando anche il ruolo del Paese nella divisione internazionale del lavoro e il contributo delle multinazionali estere al surplus cinese. La presa di posizione giunge all’indomani delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti e in concomitanza con le pressioni dell’Unione Europea per ridurre il deficit bilaterale.
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