
“Le allegorie non sono di nessuno.”, proclama con invincibile sicumera Paolo di Paolo su Repubblica, invocando l’idea che Tolkien sia né di destra né di sinistra. E che la destra pianti bandierine nella Terra di Mezzo da cinquant’anni. Adesso, con assoluta calma e senza alcuna vis polemica, quindi posiamo Glamdring e la cote, analizziamo il problema abissale di questo articolo.
Prima di tutto, se Tolkien odiava qualcosa e ne stava lontanissimo era proprio l’allegoria. La Terra di Mezzo non è una maschera che cela una verità esoterica. La Terra di Mezzo è un pezzo di letteratura mancante nel mondo: l’epica inglese (o anglosassone, se preferite). Esiste quella Irlandese (quella sopravvissuta alla affilata penna dei monaci, almeno), esiste quella norrena e pure quella gallese. Quella inglese, per mille motivi, no.
Quindi il Professor Tolkien, per rimpire questo vuoto, inventò svariate lingue, partendo dall’elfico, un mondo ricchissimo e infine ci scrisse due storie compiute. Una per bambini, lo Hobbit, e un capolavoro della storia della letteratura: Il Signore degli Anelli. Che non gli valse il Nobel perché, a differenza di Paolo di Paolo, i giurati dell’epoca avevano mangiato la foglia, invece di fumarsela. E avevano capito un dettaglio fondamentale, piccolo se volete, ma fondamentale: Tolkien non ha scritto una allegoria, ma ha dato una casa a un vasto mondo, un mondo irriducibilmente anti marxista. Quello di chi, da una parte o dall’altra, non accettava il progresso tecnocratico come una vittoria. Sì, tra questi c’erano gli hippy. È durata molto poco. Perché prima o poi ti accorgi che la Contea non è una comune. E c’erano gli orfani del fascismo. Fascismo che lui aborriva, sia chiaro, soprattutto nella declinazione nazista.
Tolkien non è un camerata. Mai stato. Ma era un cattolico che andava a messa ogni mattina, era un monarchico convinto e credeva nei valori tradizionali. Era, dunque, un conservatore. Ora, possiamo giocare con la semantica quanto vogliamo, ma è difficile che una impostazione personale così netta non si rifletta nei suoi libri. La destra se ne è resa conto e ne ha fatto una bandiera. Non ha piantato alcuna bandiera, ne ha fatto integralmente una bandiera. A costo di una serie di cortocircuiti logici, soprattutto nella parte della lotta alla tirannia.
Non finisce qui. Siccome Tolkien piace, come visto, da sempre pure a sinistra, qualcuno da quelle parti prova da cinque decenni a tirar su casa a Hobbitville. Scoprendo, però, che più ci prova più finisce per diventare un cittadino ideale di Mordor. Il periodo più buio di questa immigrazione clandestina si è avuto dopo la morte di Christopher Tolkien, il figlio minore, il custode dell’eredità paterna. Da quando il Tolkien Estate è diventato una macchina per soldi è stato autorizzato di tutto. Due soli esempi.
La nuova traduzione in Italiano è stato un dolore fisico per tutto il mondo Tolkeniano. Quello vero, almeno. Non solo sono spariti i raminghi, sostituiti dai “forestali”, con tutte le battute del caso, ma si è pure avuto uno sgradevolissimo attacco alla Principessa Alliata di Villafranca, prima traduttrice (approvata, peraltro, da Tolkien stesso). La logica ci pare fosse “demitificare”. Ovvero uccidere la poesia, per averne una versione letterariamente e scientificamente corretta. In sostanza, hanno sostituito Arwen con Saruman.
E vogliamo parlare della serie Netflix degli Anelli del Potere? Un disastro formato commerciale in cui tutti gli uomini sono idioti, Galadriel è tanto potente quanto insopportabile, la trama fa schifo e l’unica cosa che si salvi è la colonna sonora.
Ecco, queste due prove dovrebbero quanto mettere sull’avviso i vari di Paolo là fuori che quando qualcuno prova DAVVERO a mettere bandierine nella Terra di Mezzo il risultato, orrendo, si vede immediatamente. Perché l’opera stessa si rivolta. Pianta muri molto alti e per abbatterli si fanno disastri. Per cui no, la mostra di Roma su Tolkien non è “appropriazione culturale”, al massimo è l’omaggio di una comunità che, braccata per ottant’anni, ha trovato rifugio (per quanto temporaneo) a Granburrone. E, uscitane trionfante, ringrazia per l’ospitalità.
P.S. L’autore si domanda come sia possibile che tanti giovani credano ancora in “Dio, Patria e Famiglia”. La verità è che, ahimè, non ci credono affatto. È che tutti i di Paolo del mondo, con le loro matite rosse e blu, la certezza di essere i migliori e la loro arroganza culturale, gli fanno profondamente schifo. Gliene fanno così tanto, gliene fanno così profondamente che scelgono qualsiasi cosa gli dia fastidio. Tra una boccata e l’altra di Foglia di Pianilungone ci rifletta il nostro autore. Non sia mai che capisca l’errore nelle sue vie.
Luca Rampazzo

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