Una forte denuncia è contenuta nel bel documentario di Oppenheimer che, forse e dico forse, se nella passata edizione della rassegna veneziana non avesse ottenuto il Leone d’oro il documentario italiano “Sacro Gra”, peraltro facendo arrabbiare pubblico e critica, oggi saremmo a parlare della vittoria di Joshua Oppenheimer voluto da Herzog e coprodotto da Danimarca, Finlandia, Indonesia, Norvegia e Regno Unito. Invece “The Look of Silence” deve “accontentarsi” del Gran Premio della Giuria: il massimo premio a due documentari, uno di seguito all’altro, deve essere apparso ai giurati, guidati da Alexandre Deplat, un fatto disdicevole.
Premesso che “The Look of Silence” riparte da dove termina la precedente fatica di questo atipico documentarista texano, ma se “The Act of killing” faceva parlare il leader degli squadroni della morte che nel 1965 sterminarono oltre un milione di oppositori nell’Indonesia di Suharto, con la presente pellicola, Oppenheimer passa ad indagare l’effetto di tale violenta strage sulle vittime. A dare voce ai superstiti di tali massacri un optometrista itinerante che svolge la sua opera di villaggio in villaggio: tra i suoi clienti si intrattiene con gli antichi assassini al servizio del regime e a questo proposito è bene ricordare che coloro che tale strage hanno voluto e determinato non solo non hanno pagato per il loro crimine ma molti sono ancora al potere.
In effetti, Adi, è il fratello minore di una vittima delle purghe del 1965-66 che hanno visto lo Snake River tingersi di rosso per il sangue versato dalle vittime. Adi misura la vista a gente che non sa vedere con occhi diversi quello che hanno provocato in passato: certo; sono miopi! Tracce di ripensamento, turbamento, pentimento e resipiscenza? Niente di niente. “…così abbiamo salvato lo Stato…” è la giustificazione ricorrente. Del resto, fin dall’inizio del film, si vede un insegnante che indottrina i suoi alunni dicendo loro come fossero cattivi, miscredenti e contro lo Stato i “comunisti”.
Adi, senza uno scatto d’ira o un segno di odio o di violenza, magari frenata a stento, ma con tanto dolore e tanta tristezza, cerca di comprendere le motivazioni che hanno mosso torturatori e assassini ad agire nel passato. Mentre gli interrogati ammutoliscono, tacciono spesso, Ali aspetta pazientemente una parola, un segno, un turbamento momentaneo ma in fondo tutti loro si sentono degli eroi, si sono mossi per il bene dello Stato. Da un racconto all’altro, l’optometrista viene a conoscenza che anche lo zio a cui misura la vista è coinvolto nei massacri. In fondo è lui stesso responsabile della morte del nipote.
Perché chiede Adi. Alla fine la risposta, quando arriva è sempre la stessa stanca e monotona giustificazione. Il bene dello Stato e poi un flebile sussulto da parte dello zio: non immaginavo, non sapevo… Già nessuno si sente responsabile fino in fondo e questa é una delle caratteristiche sempre presenti nella “banalità del male”. Dopo averlo perso per un’incollatura sarà la volta dell’oscar per Oppenheimer? Chissà!
I titoli di coda mostrano la presenza di molti collaboratori alla realizzazione del film nascosti – meglio dire protetti- dietro l’anonimato compaiono solo la regia di Joshua Oppenheimer, la fotografia di Lars Skree, il montaggio di Niels Pagh Andersen e la distribuzione di I Wonder Pictures.

Lascia un commento