
La Thailandia è una monarchia parlamentare. L’attuale sovrano, Rama X (nome regale) è succeduto al padre Bhumibol Adulyadej ed è in carica dal 13 ottobre 2016. Il parlamento è bicamerale (Camera dei Rappresentanti e Senato). Dal 2014 il Paese è governato da una dittatura militare seguita a un colpo di Stato. Domenica 14 maggio scorso, la Thailandia è tornata alle urne dopo un periodo di intenso disordine politico e civile.
Ruolo geopolitico. Nella regione del sud est asiatico, la Thailandia è strategicamente rilevante soprattutto per l’elevato grado di autonomia nelle relazioni con le grandi potenze. Non a caso, da alleata degli Stati Uniti, ha realizzato un partenariato strategico con la Cina, fatto di solidi rapporti di cooperazione economica, commerciale e, da ultimo, militare. Le relazioni con gli USA sono invece diventate più critiche in questi anni, a causa dei ripetuti colpi di mano militari e delle restrizioni ai diritti civili e politici dei thailandesi. Washington oggi è meno interessata del passato a sostenere colpi di stato nella regione del sud est asiatico e ha ripetutamente criticato la politica del regno thailandese, fino ad allentare le politiche di assistenza militare, ma evitando strappi radicali per non sospingere Bangkok ancor più verso Pechino. La Thailandia ha inoltre strette relazioni con il Giappone e svolge nell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud est Asiatico) un ruolo importante di integrazione economica e regionale, che la induce a migliorare i propri rapporti con la Cambogia, il Vietnam e Myanmar.
Il profilo autonomo, in un contesto politico regionale di cambiamento, dà alla Thailandia un “potere pivotale” nella gestione regionale dei rapporti con i grandi players della politica mondiale. Cionondimeno, per la crescita della competizione fra Cina e Stati Uniti, essa potrebbe dover compiere in futuro scelte non semplici.
Quadro interno. All’inizio degli anni Duemila la Thailandia mostra una situazione politica simile, esteriormente, a quella italiana degli anni 1994-2011. Un magnate delle telecomunicazioni, Thaksin Shinawatra, come Berlusconi in Italia, emerge nell’agone politico come “uomo nuovo”, sostenuto da un ampio consenso di ceti popolari ma inviso al deep state nazionale (monarchia, nobiltà, vertici militari, alta borghesia) che lo considera un intruso da rimuovere dalla scena. Dal 2001 al 2019 la scena politica thailandese è dominata da uno stesso refrain: Taksin vince le elezioni, direttamente o attraverso formazioni politiche da lui ispirate (dopo iniziative giudiziarie che ne avevano provocato la fuga dal Paese); i militari replicano con ripetuti colpi di stato (2006, 2014), avallati dalla Monarchia, dalla quale dipendono. Il 3 luglio 2011 il partito Pheu Thai, guidato da Yingluck Shinawatra, sorella di Thaksin, ottiene un largo successo e Yingluck diventa primo ministro in un governo di coalizione. Per reazione, nel 2014 i militari aboliscono la Costituzione sciolgono il governo, lo sostituiscono con una giunta militare e avviano una ferrea repressione contro le opposizioni. Anche Rama X si arroga nuovi poteri, con un piglio da monarca assoluto. Le elezioni del 2019 si svolsero secondo le nuove disposizioni costituzionali, che attribuivano alla giunta militare il potere di nominare integralmente i 250 senatori del Regno. Una coalizione organizzata dai militari, capeggiata dal premier Prayut e guidata dal Partito Palang Pracharath ottenne una contestata maggioranza di seggi anche alla Camera. Il nuovo Parlamento confermò Prayut come primo ministro. Alle elezioni ebbe grande successo il Partito del Futuro Nuovo, ostile ai militari, ma fu disciolto il 21 febbraio 2020 dalla Corte costituzionale. Ne vennero imponenti manifestazioni antigovernative, con le richieste di sciogliere il Parlamento, modificare la Costituzione, riformare la monarchia. Le manifestazioni furono durevoli e tanto determinate da costringere il Governo a concedere nuove elezioni.
Le elezioni del 14 maggio. Domenica scorsa i thailandesi hanno rinnovato la Camera, facendo vincere le opposizioni. Ha votato oltre l’80% degli aventi diritto. Il Progressive Move Forward Party (MFP), forza politica liberale e riformista erede del Partito del Futuro Nuovo e guidato da Pita Limjaroenrat, ha raccolto 151 seggi su 500. Esso vuol battersi per una nuova Costituzione che limiti i poteri della monarchia e dei militari. Il populista liberale Pheu Thai Party, della famiglia Shinawatra, ne ha ottenuti 141. Lo United Thai Nation Party del militare golpista Prayut è diventato minoritario, con 76 seggi, condivisi con una formazione minore. La nuova maggioranza nascerà quasi certamente dall’alleanza fra ilPheu Thai guidato dalla figlia dell’ex premier Thaksin Shinawatra, l’MFP e altre quattro formazioni politiche minori, in grado di sommare il 60% circa dei seggi del nuovo Parlamento. Ma l’ago della bilancia per la formazione di un governo chiuso ai conservatori sarà il Bhumjaithai, formazione centrista con 71 parlamentari. La pur molto ampia vittoria dello schieramento democratico potrebbe infatti non essere sufficiente per formare il nuovo governo, essendo di nomina militare tutti i 250 senatori (che dunque sosterranno un candidato premier gradito all’esercito). Per formare una maggioranza indipendente dai militari serviranno 376 seggi sui 500 della Camera (e sui 750 seggi totali in Parlamento). I risultati delle elezioni non sono ancora ufficiali. Lo saranno entro metà luglio.
Scenari. Pita Limjaroenrat, leader del MFP, dovrebbe diventare il prossimo premier, ma la sua strada sarà disseminata di ostacoli. Già fin da ora si annunciano manovre giudiziarie contro di lui, per il possesso di azioni in una società di media, al fine di ribaltare per via giudiziaria il responso delle urne. In Thailandia gli interventi militari e giudiziari nel processo democratico sono del resto diventati regola, con 12 colpi di Stato negli ultimi 90 anni. Se ciò dovesse ripetersi, un nuovo periodo di instabilità sarebbe inevitabile. Due cose sembrano oggi probabili: che si apra un lungo periodo di negoziati fra i vincitori delle elezioni e l’establishment; che le difficoltà saranno massime quando, nel futuro Parlamento, si discuteranno i singoli provvedimenti. Il MFP chiede di attuare politiche progressiste, ma anche di demilitarizzare il Paese e si dovrà vedere quali e quante concessioni la monarchia e l’esercito vorranno accordare. Va infine detto che se un nuovo corso democratico si instaurasse in Thailandia, potrebbero derivarne conseguenze “virtuose” per l’intero sud-est asiatico, dove le istituzioni democratiche hanno subito duri colpi negli ultimi anni, con il golpe del Myanmar del 2021 e la svolta della Cambogia verso un governo autocratico con Hun Sen.
Giancarlo Lupi

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