Le proteste di fine maggio a Bangkok, quelle di appena un mese prima a Chiang Mai e l’immediata reazione delle forze armate del Paese dall’altra trasmettono la sensazione di un futuro di instabilità, almeno dal punto di vista politico, per la Thailandia. Il Paese è governato da un esecutivo militare a seguito del colpo di Stato del 2014, che con buona probabilità dovrà presto lasciare il passo ad un compiuto processo di democratizzazione. Già nel 2017, il generale Prayuth Chan-ocha, primo ministro in carica a seguito del golpe, aveva dichiarato che sarebbero state presto tenute delle elezioni democratiche.
Dal 2014 ad oggi, gli effetti della politica autoritaria e forzatamente stabile di Bangkok non sono andati sempre a braccetto con i risultati economici. L’economia thailandese, infatti, non ha ottenuto risultati eccellenti ed è rimasta legata ad un andamento balbettante almeno sino al 2017.
L’anno scorso, però, la crescita del Pil ha raggiunto risultati che non si toccavano dal 2012. Dopo una prima fase di stallo, dovuta con ogni probabilità alle misure eccessivamente autoritarie del governo tese a ristabilire adeguate condizioni di sicurezza, l’economia ha approfittato di alcune riforme di tendenza liberale dei militari per riprendersi con apprezzabile decisione. La ripresa del 2017 potrebbe essere senz’altro frutto delle riforme economiche del 2015, concepite per attrarre investimenti esteri sotto l’egida del Thailand’s Board of Investment. Leggi tutto su Affari Internazionali: http://www.affarinternazionali.it/2018/06/thailandia-ritorno-democrazia/

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