
di Francesco Marone*
Gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti imposero al mondo un’immagine piuttosto precisa della minaccia terroristica: una sequenza coordinata di attacchi catastrofici a opera di un’organizzazione transnazionale con una struttura gerarchica e una leadership riconoscibile, protetta da una base territoriale sicura e capace di pianificare per anni un’operazione complessa e spettacolare.
Da quella tragedia nacque un sistema di contrasto al terrorismo senza precedenti, pur non esente da gravi limiti ed errori. Comprendeva il coinvolgimento in guerre e altri interventi militari, il potenziamento e ampliamento degli apparati di sicurezza, nuove norme penali, maggiori controlli sui trasporti, il rafforzamento del contrasto al finanziamento del terrorismo e una più robusta architettura di cooperazione internazionale.
Nel corso del tempo, l’insieme di risposte maturato su scala globale dopo lo shock dell’11 settembre ha consentito di ottenere risultati importanti: Al-Qaeda non ha più le capacità operative che possedeva nel 2001; lo Stato Islamico o Daesh ha perso il suo autoproclamato “Califfato” territoriale in Siria e Iraq nel 2019; numerosi attentati sono stati sventati. Tuttavia, i successi raccolti non hanno affatto condotto alla scomparsa della minaccia. A 25 anni dall’11 settembre 2001, la minaccia jihadista è ancora viva. Essa ha piuttosto cambiato forma, adattandosi alle nuove condizioni: appare oggi più decentralizzata, più fluida e per molti aspetti più difficile da decifrare.
L’evoluzione del fenomeno procede tipicamente con andamento irregolare. Secondo gli ultimi dati del Global Terrorism Index, nel 2025 le vittime del terrorismo nel mondo sono diminuite del 28%, a 5.582, e gli attacchi di quasi il 22%, a 2.944; è il livello più basso dell’intera serie storica, che inizia nel 2007. In Occidente le vittime sono state 57 (circa l’1% del totale), con un incremento rispetto alle 15 vittime registrate nell’anno precedente. Quasi il 70% dei morti nel 2025 si concentra in appena cinque Paesi (Pakistan, Burkina Faso, Nigeria, Niger e Repubblica Democratica del Congo) e oltre il 50% nella regione del Sahel. Come questi dati suggeriscono, il terrorismo jihadista è arretrato in alcune regioni, soprattutto in Medio Oriente, ma si è radicato in altre, specialmente nell’Africa subsahariana, dove conflitti e tensioni già esistenti, povertà, fragilità statale e frontiere porose possono offrire spazi di intervento e opportunità a vari gruppi jihadisti.
Una rete transnazionale
Una prima trasformazione rilevante maturata in questi 25 anni riguarda l’assetto organizzativo del fenomeno e le sue ricadute geografiche. Il jihadismo non ha più un unico “centro di gravità”. Lo Stato Islamico, emerso da una scissione con Al-Qaeda, continua a operare come un attore transnazionale articolato su più livelli: un nucleo centrale, branche regionali, reti locali e singoli sostenitori. Analogamente, Al-Qaeda conserva gruppi affiliati, talvolta capaci di combinare l’uso della violenza con il controllo del territorio e la capacità di adattamento alle condizioni politiche locali.
Allo stesso tempo, come accennato, la violenza si sta concentrando in alcune aree geografiche, con una prevalenza dell’Africa subsahariana, divenuta nuova frontiera del jihadismo. Nel Sahel, in particolare, alcune formazioni jihadiste non si limitano a compiere attacchi; esigono tasse, impongono blocchi economici, intervengono nelle controversie locali e stringono alleanze tattiche con attori separatisti. L’ampia offensiva condotta in Mali nell’aprile 2026 da Jamaat Nusrat al Islam wa al Muslimin (JNIM), gruppo affiliato ad Al-Qaeda, in coordinamento con forze a prevalenza tuareg, ha mostrato quanto il confine tra terrorismo, guerriglia e competizione per il controllo del territorio possa essere sottile. Un altro recente segnale d’allarme viene da una culla del jihadismo di questo secolo, la Siria. All’inizio del 2026 il sistema di detenzione del nord-est del Paese è collassato: dal campo di al-Hol sono fuggite circa 20mila persone considerate legate allo Stato Islamico.
In Occidente il quadro è molto diverso. Il jihadismo appare in flessione e assume prevalentemente una forma “liquida”: a essere protagonisti della minaccia terroristica sono singoli radicalizzati o, al più, piccoli gruppi, solitamente interessati a compiere attacchi con tattiche poco sofisticate, tempi di preparazione brevi, armi rudimentali (o altri mezzi facilmente reperibili) e bersagli scarsamente protetti (spesso civili selezionati opportunisticamente in luoghi pubblici). Nel suo ultimo rapporto annuale sul terrorismo (pubblicato il 13 luglio 2026), Europol ha registrato 24 “attacchi terroristici jihadisti” nell’Unione europea nel 2025: nove portati a termine (di cui otto con coltelli) e 15 sventati. Tutti gli attacchi portati a termine sono stati compiuti da singoli individui. Nello stesso anno sono state arrestate 347 persone per reati legati al terrorismo jihadista.
La minore complessità e sofisticazione dei piani di attacco in Occidente non significa che il livello di pericolo sia trascurabile: armi da taglio, veicoli o, più raramente, armi da fuoco possono provocare un numero significativo di vittime e possono produrre un effetto psicologico sproporzionato rispetto ai mezzi impiegati. Lo ha ricordato la strage di Bondi Beach a Sydney, il 14 dicembre 2025, con 15 persone uccise in occasione di una celebrazione ebraica.
L’abbassamento dell’età
Una seconda trasformazione riguarda il profilo degli autori. Le informazioni disponibili sui Paesi occidentali suggeriscono, in particolare, un significativo abbassamento dell’età nei percorsi di radicalizzazione e nel coinvolgimento in attività terroristiche di matrice jihadista. Per esempio, secondo il rapporto di Europol, nel 2025 ben 108 dei 347 arrestati nell’UE per reati jihadisti avevano 18 anni o meno. Il Global Terrorism Index stima, inoltre, che nel medesimo anno il 42% delle indagini legate al terrorismo in Europa e Nord America abbia riguardato “bambini e adolescenti”, con una percentuale triplicata rispetto al 2021. Sono dati e stime da trattare con cautela, anche perché definizioni e sistemi di rilevazione variano da Paese a Paese, ma indicano una tendenza evidente e preoccupante.
Il processo di “ibridazione”
Una terza trasformazione riguarda la natura dei percorsi di radicalizzazione. In molti casi, quantomeno in Occidente, il punto di entrata all’estremismo violento non coincide più con l’ingresso in un’organizzazione, ma è rappresentato da un’esperienza personale di graduale avvicinamento, spesso online. Tale percorso è segnato, specialmente per i più giovani, da una combinazione variabile di ricerca di identità e di appartenenza, isolamento sociale, risentimento personale, fascinazione per la violenza e consumo compulsivo di contenuti estremi.
In aggiunta, le ideologie estremistiche “tradizionali”, come appunto il jihadismo, sempre più spesso vengono, per così dire, smontate e ricomposte, in un processo di “ibridazione”: richiami al jihadismo possono quindi convivere, in maniera apparentemente paradossale, con riferimenti neonazisti, occultisti o satanisti, misogini e/o complottisti, all’insegna della trasgressione, pur senza formare una dottrina coerente.
L’impatto dell’innovazione tecnologica
La quarta trasformazione è di natura tecnologica. Nel 2001 Internet aveva un peso limitato nel jihadismo e non vantava ancora una natura pienamente interattiva. Oggi il web occupa invece una posizione cruciale: non è soltanto il luogo in cui si produce e distribuisce propaganda estremistica, ma è anche lo spazio nel quale si possono costruire identità, coltivare relazioni e costruire comunità (anche su piattaforme di gaming), accumulare riconoscimento e reputazione sociale, raccogliere fondi, condividere istruzioni operative e selezionare bersagli. Nonostante le difficoltà incontrate negli ultimi anni, lo Stato Islamico conserva un ecosistema online composito e diffuso, capace di rigenerarsi, almeno in parte, dopo le rimozioni.
In questo contesto le crisi internazionali, dalla guerra a Gaza al conflitto con l’Iran, possono essere prontamente utilizzate in modo strumentale come fattori di amplificazione e di mobilitazione: consentono di incrementare la produzione di contenuti propagandistici, ravvivano la competizione tra organizzazioni jihadiste rivali e alimentano gli incitamenti all’uso della violenza contro i nemici.
L’intelligenza artificiale generativa tende ad ampliare queste possibilità. Consente di tradurre rapidamente, produrre immagini e video, adattare messaggi a pubblici diversi, facilitare ricerche online e ridurre il costo di alcune attività. Tuttavia, sarebbe un errore confondere ciò che è tecnicamente immaginabile con ciò che è già operativamente disponibile. Le analisi più prudenti suggeriscono, per ora, soprattutto un incremento di scala, velocità ed efficienza di attività già note, non una sorta di rivoluzione delle capacità terroristiche. Ad oggi i gruppi violenti, compresi quelli jihadisti, continuano a preferire strumenti più familiari e semplici da utilizzare. Presumibilmente, almeno nel breve periodo, il rischio più concreto non consiste quindi nell’improvvisa comparsa di capacità operative radicalmente nuove, ma nel progressivo abbassamento delle barriere tecniche per attori privi di competenze specialistiche.
Una risposta da aggiornare
Molte delle risposte inaugurate o potenziate dopo il 2001 possono essere ancora utili per fronteggiare il terrorismo, nel rispetto dello Stato di diritto e delle libertà fondamentali; cooperazione di polizia e giudiziaria, scambio di informazioni e dati, contrasto del finanziamento, protezione delle infrastrutture e capacità investigative per individuare e interrompere un piano terroristico continuano a salvare vite. Sarebbe pericoloso disinvestire in questo campo delicato soltanto perché oggi la minaccia non appare più così visibile in Occidente.
Occorre piuttosto affinare e aggiornare la strategia di risposta con pazienza e lungimiranza, adattandola a reti disperse, ambienti digitali e percorsi individuali ibridi e più rapidi. In particolare, vanno ulteriormente rafforzati i programmi di prevenzione che mirano a evitare che un individuo a rischio abbracci un percorso di radicalizzazione o, se lo ha già abbracciato, che possono aiutarlo ad abbandonare tale percorso volontariamente. Queste iniziative, complementari all’antiterrorismo tradizionale, richiedono il contributo di attori della società civile, a partire da scuole e servizi sociali. Inoltre, sono necessarie migliori capacità di analisi dei circuiti finanziari e una cooperazione più strutturata con le piattaforme online. In conclusione, il jihadismo ha cambiato volto dal 2001, mutando assetto organizzativo, distribuzione geografica, profilo degli attori e linguaggio. Prevenire e contrastare efficacemente questa minaccia significa conservare le migliori capacità costruite dopo l’11 settembre e al tempo stesso adattarle a un fenomeno in continua trasformazione.
Francesco Marone
*Istituto Ispi

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