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TERROR HÁZA (LA CASA DEL TERRORE)

Di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 7 Marzo 2011

C’è un posto dove la storia deve essere condotta, per potere essere raccontata, un posto dove gli uomini devono andare e fermarsi. Un posto che non avrei immaginato. Si trova a Budapest, al numero 60 di via Andrássy. Si chiama Terror Háza, la Casa del Terrore. In questo edificio, che affaccia su una delle vie eleganti e alberate della capitale ungherese, s’insediarono inquisitori, torturatori e assassini del Partito delle Frecce Crociate, i nazisti locali, subito dopo la loro uscita furono sostituiti dagli inquisitori, torturatori e assassini del regime comunista. Un cambio della guardia che non fu un cambio di cultura.

Quel che impressiona non sono le celle, ricavate dalle vecchie stanze per il carbone, o gli strumenti di tortura, o le forche dove strozzare gli uomini liberi, gli ebrei, i credenti, chiunque non rispondesse al normotipo dello schiavo, impressiona di più il corridoio prima dell’ingresso, quello che ci si trova per primo a percorrere. In fondo si trovano due stele appaiate, una nera e una rossa, una in memoria del terrore nazista, l’altra del terrore comunista. Nulla, se non il colore e il simbolo, a distinguerle, nulla a rendere l’una maggiore dell’altra. Nulla. Perché nulla può essere invocato. Nulla.

Chi ha allestito il museo ha fatto opera di verità, senza alcunché concedere agli alibi: ungheresi erano i carnefici nazisti, ungheresi quelli comunisti, ungheresi le vittime. Non ci sono scuse, non ci sono attenuanti, nulla sarebbe stato possibile se le vittime fossero state tutto intero il proprio popolo. Una lezione, specie per chi, come capita a noi italiani, scrive e riscrive la propria storia alla ricerca continua di autoassoluzioni. Serve di più, è più utile, la cruda realtà.

Le donne e gli uomini che sono sopravvissuti a quella storia, avendo passato parte della loro vita in quel luogo, lo raccontano in schermi che inseguono continuamente il visitatore, non gli danno tregua. Un uomo piange, ma è l’eccezione. I più raccontano, usano le parole per cercare di descrivere quel che non è descrivibile. “Quando dalla cantina di via Andrássy venni condotto al primo interrogatorio serio, -dice Vendel Endrédy, che vi ha passato sei anni- pregai Dio almeno per un’ora, perché cancellasse i nomi dei miei amici dalla mia memoria”. Gli uni e gli altri, difatti, non s’accontentavano di rubare le vite, volevano estirpare la dignità, la solidarietà, la forza delle vittime. Per questo occorreva esercitarsi a torturare in ogni modo.

Dal piano di sopra si può arrivare agli scantinati, alle celle, ai corridoi dell’infamia, solo utilizzando un ascensore. E’ di vetro, scende nel buio, con esasperante lentezza. Aiuta ad immaginare quel che poteva significare. Il fatto è che l’Europa delle ideologie sanguinarie è scesa per intero in quello scantinato. Il fatto è che ancora si fa fatica a capire, preferendo sterilizzare la memoria come un asportabile tumore del passato. Invece no, non è passato, è il presente, è il futuro degli uomini che s’abbandonano alle idee assolute.

Dicevo del popolo, che non si assolve. Eppure a Budapest il popolo si ribellò. Scrisse Raymond Aron, una delle coscienze libere che le mode culturali occultano, perché la libertà non si può indossarla come un abito all’ultimo grido: “Quello che avevamo ritenuto impossibile –che un popolo potesse abbattere, da solo, uno Stato totalitario- è divenuto realtà”. Era la realtà di Budapest, nel 1956. Ma non bastò, perché i carri armati sovietici riportarono l’ordine. I comunisti di ogni parte del mondo giustificarono quell’invasione. La guerra fredda diede ragione alla forza contro la libertà. La ribellione fu affogata nel sangue e l’esempio dei morti e dei deportati fu di lezione per gli altri. Così, nell’indifferenza del mondo, gli uomini uomini, le donne donne, ripresero a scendere nello scantinato di via Andrássy.

Si deve essere capaci di ricordare, dicono i falsi saggi, ma mettendosi la storia alle spalle. No, questa storia dobbiamo mettercela sulle spalle, portarcela sempre dietro, far più che ricordarla: viverla. Venga qui, al Terror Háza, chi non ebbe il coraggio di parlare, chi non lo ha di conoscere, chi non lo avrà di capire.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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