Negli ultimi giorni non ho fatto altro che sentire un sacco di persone (com’è che si chiamano, Opinion maker?) dire, più o meno, che “in Giappone con un terremoto 6.4 della Scala Richter ballano la Lampada; lì non crolla nulla, anzi, si divertono come pazzi”. “impariamo dal Giappone!!” Quel genio della Dacia Maraini ha detto “in Giappone anche in caso di terremoti tremendi i grattacieli oscillano ma non cadono!” Ora, gli stessi Giapponesi ammettono che la situazione di Italia e Giappone non è assolutamente confrontabile perché loro non hanno la quantità di città grandi, medie e piccole e innumerevoli piccoli paesini antichi come i nostri perché in Giappone, come nei Paesi Arabi, hanno preferito conservare meno e ricostruire nel tempo; noi non potevamo certo abbattere i nostri meravigliosi centri storici per far luogo a casette di legno! Dunque è anche vero che in Giappone in caso di terremoti hanno meno crolli, per il semplice fatto che hanno un’infinità di centri storici in meno rispetto a noi e quindi le loro case, costruite con criteri antisismici (si vede che la Yakuza è meno pervasiva delle nostre ‘Ndranghete, Cosa Nostra, ecc..), reggono meglio. Ma reggere meglio non significa che sono immuni dai crolli. Tutti hanno dimenticato, per esempio, che solo nel 2011 il Giappone ha avuto 18.000 morti e 4600 dispersi a causa di un terremoto seguito da un maremoto. È vero che l’80% delle vittime sono state causate dallo Tsunami, ma è anche vero che 3 o 4000 morti sono stati causati dal terremoto. Inoltre, le nostre Dace Maraini ignorano che le centrali atomiche di Fukushima hanno contaminato mezzo Giappone a causa del terremoto (sulla contaminazione i Giapponesi hanno fatto e stanno facendo gli Indiani). Ricordo anche che dopo una prima scossa potentissima di magnitudo 9.0, le altre scosse, quelle che hanno danneggiato le centrali, sono state di magnitudo da 6.0 a 7.4! Quindi? È vero, i bambini Giapponesi, per esempio, compiono spesso esercizi di evacuazione dalle scuole con terremoti simulati e hanno nuove costruzioni antisismiche migliori delle nostre e più diffuse, ma una volta esaminate e tenuto conto delle specificità nostre e loro, perché non la smettiamo di fare paragoni e cerchiamo di risolvere i nostri problemi nel modo più confacente per i nostri territori e le nostre costruzioni?
Pier Franco Schiavone

Personalmente trovo l’iperbole un poco fuori posto quando si voglia fare seria divulgazione tecnico-scientifica, ma si tratta di quisquilie.
Propongo anche di abbandonare l’argomento Fukushima, visto che è estremamente vasto e pure poco pertinente.
Ho una certa affinità per il Giappone, paese che ho visitato già due volte e presto visiterò ancora.
In questi gioni, il nord del Giappone ha subito gravi inondazioni a causa del passaggio di un tifone. Quindi sì, non esistono luoghi solo virtuosi; i disastri naturali accadono dovunque. La differenza è ciò che si fa per prevenirli, mitigarne gli effetti e rispondere quando il disastro accade.
L’immenso patrimonio artistico ed architetettonico dell’Italia è croce e delizia allo stesso tempo, perchè mantenere questo patrimonio richiedi grandi sforzi.
E, temo, anche scelte dififcili, perchè come lei fa notare, non è possibile mettere in sicurezza tutto – perlomeno nello spazio di una generazione, diciamo. Per cui sarà necessario stabilire delle priorità.
Ecco, apro le danze con un commento un pò lungo e critico. Spero di non essere sgradito…
Dove l’autore sbaglia è nel raccontare i fatti di Fukushima: fu il maremoto a mettere fuori uso generatori e pompe di raffreddamento dei reattori di Fukushima-Daichi, e la mancanza di raffreddamento portò alla fusione del nocciolo con conseguente rilascio di materiali radioattivi.
Se è vero che il governo giapponese non è esattamente un esempio di trasparenza, dire che la contaminazione interessa mezzo Giappone è esagerato; si può parlare di livelli pericolosi di radiazioni in un’area limitata intorno alla centrale; ma nel caso della contaminazione radioattiva è ormai quasi impossibile distinguere gli effetti delle radiazioni da quelli del panico che scatenano.
L’autore invece afferma correttamente che il Giappone è molto più povero dell’Italia di edifici storici. Questo è anche dovuto al fatto che fino alla Seconda Guerra Mondiale il materiale da costruzione preferito era il legno (ed il bambù), che non è molto durevole rispetto alla pietra, e soprattutto è combustibile.
Un paragone interessante è quello col terremoto di Kumamoto del 2016 (https://en.wikipedia.org/wiki/2016_Kumamoto_earthquakes). Lì due scosse, M6.2 e poi M7.0, causarono danni gravi a più di 1000 edifici, dei quali 90 distrutti (alcuni di questi, a cause delle frane scatenate dal terrmeoto stesso). Fra i più duramente colpiti ci sono diversi edifici storici.
Le vittime furono oltre 2000 fra cui 35 morti, e gli sfollati 44 000.
Caro Flavio Capelli, non sei affatto sgradito, però, scusami, mi sembra evidente che scrivere “mezzo Giappone contaminato” è un iperbole, è un po’ come quando diciamo “sarà un secolo che non ci vediamo”. Ma tornando al nocciolo della questione, molti enti internazionali, a cominciare dall’ONU, hanno fatto a gara per sminuire l’impatto del danno alla centrale nucleare di Fukushima e possiamo comprendere anche perché. Stiamo parlando del Giappone non di San Marino (con tutto il rispetto). Si dice anche che in relazione a Chernobyl l’evento avrebbe provocato un decimo dei danni provocati dalla centrale Ucraina. Forse è vero, tuttavia l’OMS si è così espressa: “le radiazioni provocate dal disastrato impianto nucleare di Fukushima ed entrate nella catena alimentare sono più gravi di quanto finora si fosse pensato… e l’effetto dell’incidente è molto più grave di quanto chiunque avesse immaginato all’inizio, quando si pensava che si trattasse di un problema limitato a 20-30 chilometri”. Furono evacuate ben 10 aree urbane per un totale di circa 184.000 persone (più o meno come evacuare tutti gli abitanti di Pescara e Campobasso). La contaminazione continua ancora oggi e durerà ancora per un certo numero di anni. L’acqua radioattiva, attraverso le falde sotterranee, arriva al mare con conseguenze sulla fauna che poi i Giapponesi ingeriscono. Insomma, è vero che Chernobyl è stata più grave, ma ciò che intendevo dire nel mio intervento è che il Giappone non è affatto immune da danni, come hanno dimostrato i 3/4.000 morti causati dal terremoto del 2011 (oltre ai circa 18.000 dello Tsunami) e soprattutto che non ha alcun senso alimentare i luoghi comuni secondo i quali esistono Paesi “solo” virtuosi” mentre noi siamo i reietti della terra. Purtroppo quando si verificano eventi simili sembra che tutti abbiano una laurea in geologia e una in ingegneria. I politici, soprattutto, sparlano di qualunque cosa senza cognizione di causa (non sempre ma spesso); creando disinformazione e allarme. Io credo che dobbiamo far parlare innanzitutto la scienza. I politici devono prendere atto dei fatti e tenere in considerazione il punto di vista dei tecnici e degli scienziati. Si deve fare ciò che si può senza proclami di soluzione di problemi in via definitiva, perché sappiamo che non è possibile. Sappiamo che possiamo mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico (non vorrei che avessimo già dimenticato frane e alluvioni), sappiamo che si può fare molto per mettere in sicurezza gli edifici pubblici (specie ospedali e scuole) dal rischio sismico e sappiamo che si può intervenire per migliorare la resistenza alle scosse delle abitazioni private quando si procede a una ristrutturazione. Ma sappiamo anche che non riusciremo mai a mettere in sicurezza “tutte” le abitazioni private e “tutto” il nostro patrimonio artistico e archeologico. Pensiamo, solo come esempio, alla città di Matera o alla Basilica di San Pietro. Purtroppo dobbiamo convivere coi terremoti e cercare di limitare i danni. Non dimentichiamo che siamo un Paese con 4.500 musei (il doppio della Francia); 51 siti protetti dall’UNESCO; circa 3.200 castelli (maggior numero in Europa); 500 aree monumentali archeologiche e decine di parchi archeologici. Almeno un migliaio di città d’arte, senza contare che in qualunque centro abitato italiano c’è almeno un gioiello dell’architettura o un’opera d’arte rilevante.