Se c’è un asteroide in avvicinamento, un astronomo deve osservarlo e monitorarlo, stesso discorso se c’è un virus, una malattia nuova, per un ricercatore medico. Per chi si occupa di Scienza Politica il compito deve essere quello della curiosità intellettuale, e di fronte all’emergere di un movimento del tutto nuovo, con ottime possibilità di sfondare presso un pubblico interclassista, come si sarebbe detto un tempo, in un’epoca in cui i confini di classe sono sempre più sfumati e la protesta è un crescendo, mostrare attenzione (piuttosto che sarcasmo per i tanti vizi di gioventù, come invece molti studiosi, anche qualificati, hanno ripetutamente fatto).
Dopo la terribile crisi economica del 2012-14 —causata dalla fuga dei capitali dall’Italia, per iniziativa delle banche tedesche, è bene tenerlo a mente—, alle elezioni del 2013, il movimento 5 stelle, divenuto il punto di riferimento della protesta, andava seguito attentamente. E così. non appena nel 2013 arrivarono i risultati elettorali, seputo che nella mia città ci sarebbe stata un’assemblea del movimento per festeggiarli, ci andai. Volevo ascoltare cosa avrebbero detto, dopo il risultato eclatante conseguito: avevano conquistato 8,69mln di voti, con una percentuale del 25,56 %, ed erano la terza forza italiana (il primo partito il PD ne aveva 10mln, 29,55 %, e il CD 9,92mln, 29,18 %).
Mi colpì la conduzione di colui che parlò in rappresentanza del movimento. Disse: iscrivetevi ai Meetup e postate le proposte, aggiungendo, abbassando la voce, “non faremo prigionieri”. Ma la cosa che mi sorprese di più fu il vedere la composizione della sala. Tra gli altri c’era un imprenditore locale del fashion, un uomo alto, distinto, sopra i 60 anni, che era tornato a precipizio in aereo da Parigi per essere presente a questa riunione. Disse, l’industria italiana ha bisogno di ripartire, la politica l’ostacola. I 5stelle raccolsero la spinta di protesta verso una politica che badava troppo ai vantaggi di “area” (economica, innanzitutto, e di relazione) piuttosto che a quelli del paese, facendo poco oltretutto per contenere le spinte centrifughe che la crisi aveva fatto risorgere.
Bersani disse che i 5S avevano avuto comunque un ruolo fondamentale, quello di incanalare la protesta che, dopo la crisi, avrebbe potuto imboccare strade diverse, del tipo di Alba Dorata in Grecia.
Alla crisi economica si aggiunse la crisi dei migranti, sulla quale la Lega ha puntato quasi tutto. Ben ha fatto Macron a dichiarare all’indomani di queste ultime elezioni: “… nel mondo in cui viviamo possiamo difendere delle belle idee ma non si può fare astrazione del contesto che c’è. L’Italia vive sotto pressione da mesi e mesi soprattutto per quanto riguarda i flussi migratori“. Si è sbagliato solo nella dimensione temporale, si tratta di anni, quanto alla sinistra di governo di fatto ha contribuito ad alimentare tale fenomeno (anche per vantaggi tangibili di vario tipo per il consenso di area che assicurava) e quando sono scoppiati i primi casi eclatanti con protagonisti i migranti, poco ha fatto per contrastarlo, anche se il ministro degli interni Marco Minniti si è impegnato abbastanza per dare l’impressione che non fosse così (non a caso, forse, è stato punito dagli elettori, almeno in prima battuta, perché percepito come insufficiente).
La questione migranti ha fatto sì che a prendere il largo nel Centro-Nord fosse questa volta la Lega, senza peraltro intaccare la forza dei 5stelle, che anzi si sono rafforzati, facendo man bassa al Sud.
La vittima designata di tali spostamenti di umore elettorale non poteva essere che il Pd, sia perché apparso inadeguato nella gestione della crisi economica, sia perché non ha mai fatto chiarezza circa le sue posizioni sui migranti.
Queste elezioni, ad una lettura attenta, per ora hanno comunque sancito due aspetti in modo incontrovertibile, da un lato la fine del consociativismo, non a caso a farne le spese sono stati il Partito Democratico che ne aveva fatto l’asse portante (le colpe di Renzi, che pure ha tentato di rinnovarlo, non sono l’aspetto decisivo da questo angolo visuale) e Forza Italia (ridotta a numeri poco significativi e sorpassata di slancio dalla Lega), dall’altro la difficile componibilità delle pulsioni che arrivano dalle due Italie.
Per le soluzioni c’è da aspettare.
Luciano Priori Friggi

L’articolo cerca di dimostrare, a poche ore dal voto, che gli elettori vogliono la fine del “consociativismo”, non un nuovo inizio riverniciato, come gia’ tre giorni dopo da piu’ parti si vorrebbe fare.