
A proposito del discusso ddl Zan c’è un problema di metodo, ancor prima che di merito, che si impone. Perché un disegno di legge nato per combattere l’omofobia e altri comportamenti legati al rifiuto della diversità sessuale è stato trasformato nell’affermazione (per legge!) di una teoria filosofica e addirittura nella sua imposizione nelle scuole e nella punibilità di chi dissente da essa?
Le teorie filosofiche non si impongono per legge, devono essere lasciate al libero dibattito degli studiosi e anche dei cittadini che intendono misurarsi con esse. È evidente che sulla teoria del gender non c’è un comune sentire, anzi sono più forti le voci che la rifiutano, ma non è nemmeno questo che conta: resta il problema di metodo di cui abbiamo detto e che consiglierebbe una riflessione alle forze politiche che sostengono tale ddl invece di voler procedere alla conta parlamentare senza ascoltare le voci che proporrebbero soluzioni non traumatiche che consentirebbero comunque di raggiungere l’obiettivo primario della legge, il contrasto all’omofobia.
C’è da riflettere sul fatto che qualunque sia l’esito della votazione essa finirebbe per ritorcersi contro i suoi sostenitori. In caso di insuccesso parlamentare, la sconfitta metterebbe in crisi l’attuale gruppo dirigente del PD che più di tutti si è identificato in questo ddl. Ma anche se il ddl fosse approvato con una maggioranza risicata ciò non cambierebbe gli equilibri culturali nella società, come avvenne nel caso delle leggi, e dei relativi referendum, sul divorzio e sull’aborto, che sancivano una presa di coscienza già diffusa nel Paese. In questo caso avremmo una legge non condivisa, e soprattutto non compresa, dalla maggioranza del Paese e probabilmente senza effetti sui comportamenti concreti delle persone.
Resta da chiedersi da dove viene tanta caparbia insistenza su questa proposta. In realtà, come molte altre declinazioni ideologiche, essa è uno dei frutti del radicalismo americano, che appartiene alla stessa famiglia del politicamente corretto, della cancel culture e di altre trovate del genere. Si può capire che la sinistra americana, priva di un consistente retroterra culturale, abbia finito per partorire, come proprio segno identitario, teorie del genere. Meno comprensibile che queste teorie siano state accolte e fatte proprie dalla sinistra europea, che questo retroterra l’avrebbe. Ma forse questo è proprio il segno della sua crisi, crisi soprattutto di identità.
Valentino Baldacci (www.vocerepubblicana.it)

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