
di Luca Raineri*
Nella notte fra il 28 e il 29 agosto, una rivolta militare ha investito la capitale del Niger, Niamey. Uomini delle forze speciali normalmente di stanza alle frontiere del paese hanno preso d’assalto il palazzo presidenziale e la sede della radio e televisione nazionale. Dopo prolungati scontri a fuoco, senza risparmio di armamenti pesanti, gli assalitori sono stati infine respinti dalle forze lealiste, guidate dalla guardia presidenziale dalle cui fila origina anche l’attuale capo di Stato Abdourahamane Tiani, a sua volta salito al potere con un colpo di stato nel luglio 2023. I ribelli hanno quindi ripiegato nella base militare 101, sita presso l’aeroporto di Niamey, dove si sono asserragliati. Ne è conseguito uno stallo durato diverse ore. Temendo che l’incertezza potesse finire per allargare il fronte ribelle, Tiani ha quindi chiesto alle forze russe di Africa Corps di stanza nel paese di intervenire per sedare la rivolta. I droni russi hanno bersagliato la base 101, sgominando il focolaio di sedizione in pochi minuti. Alla sera del 29 agosto una calma apparente era tornata a dominare le strade di Niamey.
La propaganda di regime ha successivamente cercato di minimizzare l’accaduto, descrivendolo come un “sommovimento d’umore”, o al più un “ammutinamento”. Ma gli osservatori internazionali non hanno faticato a riconoscere nella dinamica degli eventi il copione canonico del golpe militare, di cui la storia del Niger indipendente ha offerto numerose repliche e varianti. Se quindi, da un lato, il ripristino dell’ordine sembra indicare la resilienza del regime di Tiani, dall’altro la scintilla di rivolta manifesta le crepe del suo consenso interno, che la sistematica repressione del dissenso si sforza di occultare.
Le fragilità interne del Niger di Tiani
La congiuntura economica aggrava le debolezze strutturali del Niger, da anni ai vertici della classifica dei paesi più poveri del mondo. Il pur rapido incremento nominale del PIL è di fatto vanificato da un’imponente crescita demografica, che le autorità militari non sono in grado di contenere per non perdere l’appoggio dei religiosi, nonché dall’inflazione galoppante: a quest’ultima concorrono tanto la difficile situazione internazionale quanto le relazioni turbolente fra il governo militare di Niamey e quello democratico e filo-occidentale di Cotonou, in Benin, che del Niger senza sbocchi sul mare rappresenta il principale accesso al commercio internazionale . Di conseguenza, l’erogazione dei salari pubblici è in cronico ritardo e gli investimenti stranieri languono, determinando una situazione economica difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
Se lo screditamento – e la repressione – della classe politica impediscono di offrire una risposta organica a queste problematiche, l’espressione dell’insoddisfazione si incanala verso il tema della gestione della sicurezza. Paradossalmente, la giunta militare guidata da Tiani aveva cercato di legittimarsi presentandosi come l’interprete della domanda di ordine e stabilità di un paese straziato da anni di conflitto contro i gruppi jihadisti legati ad al-Qaeda – fra cui in particolare Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimeen (JNIM) – e alla Provincia dello Stato Islamico in Sahel (ISSP). Eppure, dal colpo di Stato del luglio 2023, il Niger ha registrato uno dei più marcati deterioramenti al mondo in materia di violenza jihadista. Secondo l’Africa Center for Strategic Studies, il numero annuo di vittime legate alla violenza dei gruppi islamisti militanti è pressoché quadruplicato rispetto ai livelli precedenti al golpe. Analogamente, il Global Terrorism Index ha registrato, nel solo 2024, un aumento del 94% delle vittime legate al terrorismo, il più elevato a livello mondiale in quell’anno. Nel 2026 il Niger è al terzo posto al mondo fra i paesi più colpiti dal terrorismo – subito dopo il Burkina Faso, ma prima del Mali. JNIM e ISSP hanno consolidato i rispettivi avamposti nel paese, arrivando a orchestrare sequestri di ostaggi occidentali fin nel cuore di Niamey e di Agadez, e riuscendo a colpire l’aeroporto della capitale – teoricamente uno degli obiettivi meglio difesi del Paese – per ben due volte nel 2026.
Tali difficoltà autorizzano l’interpretazione degli avvenimenti di fine agosto come la manifestazione del malcontento crescente all’interno dell’esercito: non a caso il tentato golpe è partito dalle caserme delle forze speciali impegnate al fronte contro i gruppi jihadisti. Per quanto difficili da confermare, si rincorrono all’interno delle forze armate le voci di malversazioni, corruzione e nepotismi, per premiare le forze più leali, risparmiare il fronte ai figli di notabili compiacenti, e sfruttare la retorica marziale per intascare cospicue prebende. Accrescono sospetti e rivalità anche fratture etniche e verticismi gerontocratici: se da un lato, infatti, il Niger è fra i paesi più giovani del mondo, dall’altro non va trascurato che l’ultrasessantenne Tiani, con un lungo passato ai vertici delle cariche militari dello Stato, non possa giovarsi della stessa immagine di rottura, giovanile e anti-establishment, dei suoi omologhi e alleati capi dei governi militari di Mali e Burkina Faso.
Il tentato golpe di fine agosto rischia quindi di indebolire ulteriormente l’apparato securitario nigerino, alimentando sospetti e purghe, e lasciando sempre più sguarnito il fronte della lotta al jihadismo per assicurare il presidio di una capitale che si scopre minacciata anche dall’interno. Inoltre, il ricorso al supporto russo per domare la ribellione, per quanto efficace sul breve periodo, rischia di risultare politicamente controproducente sul medio termine: nel pur vasto repertorio del golpismo nigerino, chiedere a una forza straniera di sparare sull’esercito nazionale era una linea rossa che nessun capo di Stato aveva mai osato valicare. E infatti, indiscrezioni suggeriscono che vi si sarebbe tenacemente opposto il capo di Stato Maggiore dell’esercito nigerino, generale Salaou Barmou, forse anche in virtù della sua formazione nel corpo delle forze speciali. Pur essendo fra i sostenitori di Tiani della prima ora, e membro fondatore del Comitato militare che ha preso la guida del paese nel 2023, Barmou è stato quindi allontanato dalle sue funzioni l’11 settembre, e sostituito dal generale Sani Kiaou, fedelissimo di Tiani. Si consolida così l’impressione di un potere isolato, autoreferenziale, e tenuto in vita unicamente dal filo sottile di un telefono a cui rispondono pretoriani stranieri.
Fra immobilismo locale e riconfigurazione regionale
Tale bilancio converge, pur con le dovute differenze, con il quadro che sembra emergere dai paesi limitrofi analogamente guidati da governi militari e riuniti nell’Alleanza degli Stati del Sahel. In Burkina Faso, le drammatiche difficoltà riscontrate dalle forze di sicurezza nella lotta ai gruppi jihadisti concorrono a spiegare i vari tentativi di “golpe nel golpe” – se ne contano almeno quattro – a opera di elementi delle forze armate che hanno cercato di rimpiazzare la giunta militare guidata da Ibrahim Traoré. In Mali, agli attacchi coordinati del 25 aprile scorso da parte di JNIM e della milizia ribelle tuareg del Front de Libération de l’Azawad (FLA), il governo militare di Assimi Goita ha risposto con inchieste e purghe interne, a suggerire il timore endemico di un complotto di palazzo. In entrambi i casi, la presenza di forze russe si è dimostrata la principale garanzia di sopravvivenza dei rispettivi governi, che infatti si sono precipitati a ribadire l’importanza imprescindibile dell’alleanza con Mosca dopo ogni battuta d’arresto.
In questo quadro, l’instabilità crescente del quadrante saheliano suscita le preoccupazioni ma anche le mire dei potenti vicini nordafricani. L’Algeria sembra disporsi a un approccio molto più proattivo rispetto al tradizionale contegno improntato alla rigorosa non-interferenza. I fatti del 25 aprile hanno consentito di riannodare le relazioni con il Mali, da tempo congelate, di fatto riportando Algeri al centro della trattativa fra Bamako e i ribelli Tuareg. Mentre il tentato golpe in Niger ha offerto l’opportunità di esibire un’inedita postura che articola solidarietà politica e influenza concreta, quando il 30 agosto Algeri ha inviato una pattuglia di caccia e un grosso cargo militare a sostegno del governo di Tiani. Fra le ragioni della sollecitudine di Algeri si indovina un disegno di diplomazia energetica: il Niger confina infatti con tutti i principali produttori di idrocarburi del continente africano – Nigeria, Libia, e la stessa Algeria – e disporrebbe di risorse domestiche ancora inadeguatamente sfruttate. La sua stabilità – a prescindere dal colore politico – rappresenta dunque una condizione imprescindibile dell’ambizione di Algeri di proporsi come hub energetico africano verso un’Europa alla disperata ricerca di nuovi partenariati. Architrave di tale disegno sarebbe la costruzione dell’oleodotto trans-sahariano – più volte annunciata – che dovrebbe collegare i giacimenti di Nigeria e Algeria attraversando il Niger: un megaprogetto destinato a svilupparsi lungo una direttrice che collide apertamente, in senso tanto strategico quanto geografico, con la visione alternativa ventilata dal Marocco di proporsi ai paesi saheliani senza sbocchi sul mare come porto privilegiato affacciato sull’Atlantico.
In ultimo, anche i governi rivali della Libia hanno recentemente intensificato gli sforzi rispettivi in Sahel, e precipuamente in Niger, per volgere il vuoto di potere che qui si riscontra a vantaggio delle proprie esigenze strategiche. Nel corso del 2026 il governo di Tripoli si è riavvicinato a Niamey stringendo una serie di accordi in materia di sicurezza, lotta alla criminalità e investimenti. Negli ultimi mesi, tuttavia, è stato il governo rivale di Tobruk, sotto l’egemonia della famiglia Haftar, a dare prova di una crescente influenza regionale. Nel corso dell’estate Saddam Haftar, figlio prediletto dell’ormai senescente Maresciallo Khalifa Haftar, ha mediato con successo la liberazione di svariati ostaggi occidentali (in particolare un missionario statunitense) detenuti dallo Stato Islamico in Sahel, nonché di alcuni militari russi detenuti dal FLA. Il credito di fiducia riscosso in cambio presso Washington e Mosca consente al giovane, ambizioso Haftar di portare avanti una strategia che, un lato, intende promuovere la propria candidatura alla guida di una Libia unificata, come preconizzato dal cosiddetto “piano Boulos” tratteggiato dall’inviato di Trump per la Libia; e dall’altro, rassicurare il Cremlino sulla solidità dell’alleanza con Mosca, indispensabile alla tenuta militare del governo di Tobruk. L’abilità diplomatica della mossa, in cui peraltro Niamey non sembra aver avuto voce in capitolo, sembra essere riuscita a far chiudere un occhio alla comunità internazionale sulla circostanza imbarazzante secondo cui il leader libico si sarebbe avvalso, per la riuscita dell’operazione, della stretta collaborazione di Cherif Ould Taher, noto narcotrafficante maliano, additato dalle Nazioni Unite come nemico della pace, di cui quindi si confermerebbe la consuetudine – più volte evocata – con la famiglia Haftar.
Sarebbe quindi limitante derubricare il tentato golpe in Niger come la mera replica di un noto copione ormai invecchiato, o a un fascicolo chiuso nell’istante del suo fallimento e da ridurre a una mera nota di cronaca. Al contrario, a un’osservazione più attenta esso rivela fratture e ricomposizioni che dall’epicentro di Niamey scuotono il paese e la regione sotto le sabbie sempre bollenti del Sahel.
Luca Raineri
*Istituto Ispi

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