
di Giuseppe Di Luccia*
Con la pubblicazione ad agosto della Strategia su scienza e tecnologia per la sicurezza nazionale (National Security Science and Technology Strategy, NSSTS), gli Stati Uniti hanno definito una nuova cornice per rafforzare il proprio primato scientifico e tecnologico a sostegno delle priorità individuate nella Strategia di sicurezza nazionale del 2025. Per Washington il conseguimento della superiorità strategica, della protezione del suolo americano e dell’anticipazione di potenziali minacce da tecnologie passa dal primato in 14 settori di tecnologia critica ed emergente, in particolare intelligenza artificiale, sistemi sottomarini e spazio ma anche calcolo quantistico e biotecnologie. Come ogni strategia, all’identificazione degli obiettivi segue quella degli strumenti necessari a conseguirli. Le direttrici sono (i) stabilire priorità tra le tecnologie funzionali agli obiettivi strategici; (ii) costruire resilienza; (iii) promuovere innovazione; (iv) proteggere il comparto scientifico-tecnologico nel suo complesso.
Dietro di esse si cela una trasformazione più profonda. Le interdipendenze economiche sviluppate negli ultimi decenni hanno generato vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento e hanno di fatto consegnato ai Paesi coinvolti nelle fasi upstream, midstream o downstream una leva geopolitica tanto maggiore quanto più critica è la tecnologia. La sicurezza nazionale dipende dunque anche dalla sicurezza degli ecosistemi per la tecnologia. La NSSTS pone la costruzione di ecosistemi resilienti tra glielementi trasversali della strategia: ecosistemi capaci di garantire accesso e controllo di risorse, capitali, tecnologie e capacità produttive riducendo l’esposizione a soggetti ostili.
Da qui la necessità di ricostituire la capacità industriale sul proprio territorio e sviluppare una rete a tenuta stagna di alleati e partner che agiscano come ‘force multiplier’.
La Strategia conferma pertanto la crescente convergenza tra sicurezza nazionale ed economica, mostrando allo stesso tempo un cambio rispetto al passato: se per decenni alleanze e partnership hanno favorito la creazione di supply chain, ora è la necessità di renderle resilienti che contribuisce alla ridefinizione delle relazioni internazionali.
Rispondere alle sfide con economic statecraft
È difficile pensare che nei suoi 50 anni di storia l’Office of Science and Technology Policy (OSTP), autore della NSSTS, abbia vissuto un momento più complesso di quello attuale. Definire le politiche di sicurezza su scienza e tecnologia della più grande potenza globale, in relativo declino e in un contesto in cui il progresso rischia di avere unpotenziale destabilizzante senza precedenti, significa individuare il giusto equilibrio tra ambizione e responsabilità. Missione ulteriormente complicata dalla progressiva chiusura del gap tecnologico con la Cina, dalle tensioni geopolitiche e dalle spinte dei mercati finanziari ai campioni tecnologici. Ne conseguono sfide interne tra ruolo del governo, garante della sicurezza nazionale, e settore privato che ha nel profitto e nella competitività sul mercato gli obiettivi esistenziali; e sfide geoeconomiche, come la lotta per il controllo di infrastrutture critiche, materiali e chokepoint. È proprio all’incrocio tra queste dimensioni che la NSSTS promuove la sicurezza economica dacapacità di proteggere l’economia da shock esterni a gestione strategica delle dipendenze scientifiche, tecnologiche e industriali.
Gli strumenti attraverso cui questa gestione viene perseguita producono effetti che vanno oltre la loro applicazione immediata. Analizzarli consente di comprendere non solo cosa Washington intenda proteggere, ma anche quale trasformazione dell’economia globale stia cercando di promuovere. Una priorità è garantire sicurezza nella ricerca e nelle informazioni. Ad agosto il dipartimento della Guerra degli Stati Uniti ha invitato 30 università a rivedere possibili collegamenti accademici, finanziari o di ricerca con certe istituzioni situate in Paesi considerati ostili come Cina, Russia e Iran. All’interruzione immediata di collaborazioni volte a prevenire il trasferimento di conoscenze e competenze corrisponde in prospettiva lo sviluppo di una rete d’innovazione staccata da quella avversaria, nella quale la possibilità di collaborare dipende anche dall’affidabilità geopolitica del partner. In senso più ampio, il potenziamento dei controlli alle esportazioni limita l’accesso di avversari a beni, materiali e tecnologie, spesso obbligando le imprese a rivedere fornitori, clienti, mercati di destinazione e processi produttivi: nel lungo periodo, questa pressione può favorire la nascita di ecosistemi tecnologici alternativi.
Come i flussi commerciali sensibili anche quelli finanziari sono sottoposti a uno scrutinio più severo. Per impedire l’accesso tramite capitali alle tecnologie sensibili, alla proprietà intellettuale o in senso più ampio alle industrie strategiche, il meccanismo di screening degli investimenti esteri viene ulteriormente rafforzato sia ampliandonel’ambito di applicazione sia approfondendo le possibili connessioni tra investitori e soggetti a rischio. Parallelamente, la NSSTS sostiene il controllo dei flussi finanziari in uscita, in particolare attraverso il programma Outbound Investment Security. Le limitazioni riguardano investimenti su settori quali IA, sistemi di calcolo quantistico, semiconduttori, supercomputer e tecnologia ipersonica, con l’estensione ulteriore del perimetro di applicazione ai comparti industriali interessati dalla strategia cinese di fusione militare-civile.
Infine, la sicurezza delle supply chain passa attraverso il tentativo di riportare sul territorio nazionale capacità produttive considerate strategiche (homeshoring), recuperando parte della capacità industriale dispersa nei decenni della globalizzazione. Il problema, tuttavia, è che la reindustrializzazione non può avvenire rapidamente e che la capacità produttiva non è l’unico elemento mancante. La disponibilità di manodopera specializzata, infrastrutture e materie prime rappresenta un vincolo altrettanto importante. Il caso dei semiconduttori è emblematico: gli investimenti statunitensi sostenuti dal CHIPS and Science Act si confrontano con la difficoltà di replicare rapidamente sul territorio americano ecosistemi produttivi sviluppatisi nell’arco di decenni in Asia. Diventa quindi necessario trovare alternative nei mercati dei Paesi partner o alternative funzionali in prodotti equivalenti. Si cerca così di passare da vulnerabilità generate da interdipendenza a una sua gestione che riduca il rischio d’esposizione geopolitica.
Blocchi o orbite?
È proprio questa trasformazione a rappresentare, probabilmente, l’elemento più interessante della NSSTS. Da qualche anno Washington assume un ruolo sempre più attivo nella definizione degli assetti economici e tecnologici, intervenendo in settori strategici attraverso strumenti di economic statecraft. Il fenomeno non è nuovo: i controlli alle esportazioni, ad esempio, furono utilizzati già durante la Guerra fredda per limitare il trasferimento di beni e tecnologie militari e a duplice uso verso l’Unione Sovietica e i Paesi del Patto di Varsavia, attraverso il Coordinating Committee for Multilateral Export Controls (CoCom).
Stiamo tornando ai blocchi della Guerra fredda? Non proprio. Sebbene la Cina stia adottando misure che rispecchiano quelle occidentali, un pieno decoupling non è auspicabile né dalle parti contrapposte né da Paesi terzi. La Cina mantiene un interesse significativo nell’accesso ai mercati occidentali, mentre gli Stati Uniti non sono in grado di sostituire rapidamente la capacità produttiva cinese in numerose filiere strategiche a partire dai minerali critici e, più specificamente, dalle terre rare.
Ed è qui che emerge la differenza rispetto al passato. Durante la Guerra fredda erano soprattutto le alleanze a definire lo spazio economico in cui sviluppare le catene di approvvigionamento. Il panorama attuale, invece, mostra anche la dinamica inversa: è la capacità di un Paese di fornire infrastrutture, capitali e capacità produttive a contribuire alla definizione di partnership strategiche. In altre parole, sono gli ecosistemi economici e tecnologici a contribuire alla definizione delle alleanze, e non soltanto le alleanze a definire gli ecosistemi. Ciò che rende un ecosistema compatibile non è solo il ruolo di ‘force multiplier’ che il Paese terzo può giocare in ragione dei propri input, ma è anche l’allineamento agli strumenti di lawfare adottati da una delle parti o la capacità di garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento delle tecnologie critiche edemergenti attraverso, ad esempio, la protezione della proprietà intellettuale o il rispetto degli standard finanziari internazionali.
I differenti livelli di allineamento producono a loro volta diversi livelli di integrazione. Una partnership può limitarsi alla protezione di asset delocalizzati oppure estendersi all’accesso ai capitali, alle tecnologie e ai mercati del Paese leader. Piuttosto che l’idea di blocchi, questa prospettiva evoca quella di orbite operanti a diversa distanza.Nell’industria scientifica e tecnologica le orbite più vicine agli USA potrebbero comprendere Paesi come Taiwan, Paesi Bassi, Corea del Sud e Giappone, fortemente integrati negli ecosistemi tecnologici statunitensi. A una distanza maggiore potrebbero collocarsi altri Paesi dell’Unione europea, con un elevato livello di integrazione ma anche coninteressi economici e strategici propri. Nelle orbite più esterne si trovano i Paesi con ecosistemi più complessi, nei quali convivono interessi statunitensi e cinesi, come Kazakistan, Malaysia o Vietnam.
Questa geometria variabile consente di leggere la competizione tecnologica contemporanea in modo diverso dalla semplice contrapposizione tra Stati Uniti e Cina. Non tutti i Paesi devono scegliere necessariamente un campo; possono invece occupare posizioni diverse all’interno di ecosistemi parzialmente sovrapposti, sfruttando la propria capacità di fungere da ponte, hub produttivo o fornitore di input strategici.
Val la pena, infine, sottolineare un corollario di questo nuovo assetto sull’assistenza internazionale offerta dal Dipartimento di Stato americano. L’idea di sicurezza nazionale non passa più necessariamente dalla sicurezza globale. Per Washington l’impegno internazionale deve essere orientato a consolidare il primato statunitense nell’ambito delle tecnologie critiche ed emergenti rilevanti ai fini della superiorità strategica. L’assistenza per lo sviluppo di capacità normative e istituzionali è pertanto mirata a quei Paesi in cui lo sviluppo di un ecosistema avanzato possa favorire il primato di Washington.
Giuseppe Di Luccia
*Istituto Ispi

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