Se il tempo, come si dice, è davvero “signore” e migliora le qualità delle cose buone mentre mette in luce la mediocrità delle altre, questo spettacolo, datato 1999, ne è la prova eclatante.
Scene, costumi, regia di quell’edizione che Lindsay Kemp aveva firmato e che torna nel circuito dei teatri della toscana con questa produzione del teatro di Livorno, appaiono nuovissimi, freschi e attualissimi, capaci ancora di trasmettere quelle energie che l’ideatore aveva loro trasmesso al momento della realizzazione.
Grandissimo Kemp che sembra aggiungere al suo genio la saggezza degli anni trascorsi senza che questa privi i suoi spettacoli di quel pizzico di piacevole follia che, in un panorama spesso soporifero e piatto, fa davvero la differenza.
Uno spettacolo equilibratissimo che appassiona dall’inizio alla fine senza cadute, senza eccessi, senza retoriche né spettacolarismi inutili. Una produzione dove il difficile connubio tra musica e spettacolo trova il suo giusto mix rendendo pertinente, credibile, utile ogni scelta registica.
Grande il contributo di un David Haughton come light design capace di segnare in modo magistrale ogni passaggio della vicenda e della musica “raccontando” le emozioni che questa delicatissima opera sa offrire.
Eccellente la regia di Kemp che ha trovato nei cantanti anche degli ottimi attori capaci di dare significanza al gesto quanto alla parola cantata.
Il Flauto Magico è ben di più di una piacevole favola: i suoi molteplici livelli di contenuti, anche esoterici, hanno bisogno di “briglie lente” per dare la possibilità di espandersi nella mente e nel cuore del pubblico e risuonare per ognuno secondo le capacità e le predisposizioni di comprensione. Kemp sa offrire questo con una leggerezza ed una sensibilità davvero speciale; commuove e fa ridere, emoziona e indigna, gioca sulle nostre debolezze e sui nostri luoghi comuni per spiazzarci, confondendo quelle certezze di cui ci serviamo per giudicare e ci invita invece ad abbandonarci al piacere liberatorio dell’ascolto e della visione senza vincoli e senza limiti.
Entriamo nella sua storia con una circospezione che perdiamo un attimo dopo per divenire parte di essa, siamo quella storia e la viviamo sul palcoscenico librandoci oltre ogni regola per essere davvero degni di quella storia.
Lo ha ben capito anche il pubblico pisano che, con un sold out, ha dato un primo segnale riconfermato durante lo spettacolo e poi esploso nel finale quando le chiamate alla ribalta con gli applausi sembravano non aver fine.
Un piacere tangibile è stato condiviso da quel pubblico che si è poi soffermato nel foyer non solo per ammirare la mostra fotografica di Giovanna Talà dedicata a Linday Kemp, ma per commentare lo spettacolo e in qualche modo continuarlo oltre la scena.
Nella buca, l’Orchestra della Toscana ben diretta dal Maestro Dejan Savic, ha dato una buona prova di sé entrando in quella articolata partitura alla ricerca di quei dettagli che Mozart mette a disposizione dei musicisti come piccoli gioielli, non sempre riuscendoci ma dimostrando sempre attenzione e rispetto alla preziosità dell’assieme.
Ottima la prova del Coro Lirico Toscano diretto dal Maestro Marco Bargagna.
Tra gli interpreti, spicca per una grande capacità di vivere e far vivere il palcoscenico William Hernandez, Papageno, baritono costaricano, eclettico e fantasioso attore dalla voce sonora e morbida. Bella la prova di Yukiko Aragaki, Pamina, come pure quelle di Blagoj Nacoski, Tamino, Sarah Baratta, la Regina della Notte, Antonio Panunzio, Monostatos, Silvia Lee, Papagena. Qualche incertezza all’inizio subito fugata da una grande performance per il basso Manrico Signorini, un significativo Sarastro. Interessanti le tre dame della Regina, Roxana Herrera Diaz, Sara Paone e Carlotta Vichi. Ma il plauso va anche a tutti gli altri interpreti che hanno saputo costruire un effetto d’assieme decisamente piacevole regalandoci una serata da ricordare.
Pisa si prepara intanto al prossimo appuntamento, sabato 11 febbraio, con l’opera del progetto LTL Opera Studio IL CAPPELLO DI PAGLIA DI FIRENZE di Nino Rota basata su uno dei più famosi vaudeville di Eugène Labiche “Un chapeau de paille d’Italie” del 1851 che vedrà l’Orchestra giovanile Italiana diretta dal M° Francesco Pasqualetti.
Stefano Mecenate











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