Dopo 6 mesi di governo, quello del rinnovamento, stantio come un vecchio trabiccolo anni 50 con veggio annesso buttato in soffitta, nonostante la mia incompetenza in discipline lontane da me, ho capito tutto. O meglio, ho avuto contezza di quello che mi frulla e fruga in mente dall’insediamento di questo esecutivo. Le radici, i principi, le idee, se non le ideologie, sono necessari per il buon andamento nelle pratiche di buon governo. In mancanza di queste siamo davanti a un gigante dai piedi d’argilla. Insulso programma o pseudotale ribattezzato in contratto per svicolare e sviare l’attenzione da progetti e programmi impossibili da attuare.
In pratica questi ragazzotti, maschi e femmine, dunque allineati al rispetto di genere che tanto ci attanaglia da tempo, dopo aver vinto al superenalotto un premio da re Mida, si sono dovuti inventare un metodo per superare i tanti paletti di una legge elettorale perversa. Fatta e voluta, purtroppo, non da giovani ma da vecchi marpioni accecati da odi e rancori atavici verso qualcuno che forse avrebbe potuto agire al meglio. E, pur di non dare una possibilità di governo stabile formato da gente seria e competente, quale sarebbe stato o potuto essere, il Capo dello Stato ha dato il Paese in mano a questi scalmanati e scapestrati, su un piatto d’argento. Ma, al contrario di re Mida, questi signorini lo hanno reso rugginoso in pochissimo tempo, precocemente, anzichè trasformarlo in oro. Come promesso con proclami roboanti fin dal primo giorno, al grido di honestà. Un uccellino mi ha detto che prima o poi dentro il Dibba fuori Giggino. Mossa finale per arrestare la caduta delle stelle.
I figli sculaccino i padri. Adelante!
Padri e figli comun denominatore? Non saprei ma certamente chi tocca i fili muore, o almeno prende scosse fulminanti, se non fatali.
Una volta si sculacciavano i figli. Oggi i padri son davvero birichini. Altro che sculaccioni. Parlasi di ministro del lavoro, nemesi storica di qualità. Perdindirindina.
Certo non sono peccati capitali ma quando il Ministro del Lavoro ha un padre costruttore che pare, ha a che fare con lavoro nero nell’impresa edile, che altro dire. Indifendibile. Non solo: quando Pizzo, il lavoratore assurto alla cronaca, si infortunò ad un dito, il padre del vicepremierino gli avrebbe chiesto “di non dire che mi ero fatto male nel suo cantiere. Mi consigliò di dire che mi ero fatto male in casa”.
I fatti, si precisa, risalgono a “un periodo antecedente di due anni a quando Luigi Di Maio è diventato proprietario al 50% dell’azienda di famiglia”, impresa in cui lui stesso ha lavorato per un periodo, breve, tende a precisare, come operaio, con tanto di busta paga che ha prontamente esibito, come da lui stesso promesso, con parole sue, di martedì. Ha inoltre assicurato la sua intenzione di fare luce su quanto denunciato da Salvatore Pizzo. “Io non gestisco direttamente l’azienda. E tra il 2009 e il 2010 non ero socio. A me questa cosa non risulta ma il fatto è grave, verificherò”. Ecco, francamente quando è entrato ufficialmente in azienda avrebbe comunque dovuto espletare almeno una diligence per verificare se ci fosse qualcosa che non andava, chiedendo, qualora così fosse, che venisse fatto un ravvedimento operoso e messa a pulito la situazione che da quel momento legalmente condivideva. E così era. Ma, sempre con parole sue, ha sottolineato che non avrebbe mai immaginato né sperato, all’epoca, 8 anni or sono, di scontrarsi con una buona stella che lo avrebbe portato a Montecitorio e poi a Palazzo crisi. Ops, lapsus, Chigi. Inoltre si viene a sapere anche di abusivismo conclamato su terreni del padre. Tutto da verificare , certo, siamo garantisti.
Dulcis in fundo.
“E’ che avete fatto causa a un signore che si chiama Luigi Calabresi, mio padre”. Ma Luigi Calabresi “non c’è più da quaranta e rotti anni”. E questo errore, secondo il direttore de La Repubblica, “dà l’idea dell’approssimazione con cui fate le cose”.
Risposta piccata del vice premier: “Io ho un centinaio di casi di approssimazione dei vostri articoli”. No comment.
Per non dire delle schede fatte e non fatte, delle reazioni piccate e arrogantelle del sottosegretario all’economia, ragioniera che risulta essere in possesso di laurea breve in economia aziendale e di un cv che la vede, con le mezze maniche, fra i libri contabili dell’azienda di famiglia. Nonché staffista portaborse nel neo gruppo consiliare dei penta del Piemonte. Indagata e rinviata al giudizio per diffamazione dal 6 aprile 2017. Honestà honestà.. già ma siam tutti garantisti. Ha preso parte al corso di Alta Formazione in Economia e Management in Sanità a La Sapienza al corso di Perfezionamento in Drafting Linguistico. alla Luiss. Non male diranno i miei piccoli lettori per una ragazza ambiziosa di 32 anni. Un po’ pochino per mettersi in competizione con Padoan. Questo lo diciamo noi!
Carla Ceretelli

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