
Caro Direttore 2,
nella tua cortese e precisa risposta non posso che convenire e da storico ti risponderò perché è vero che la “Storia” non si scrive con una semplice dichiarazione bensì con prove documentali. Una prima precisazione va fatta: i fenomeni in quel periodo furono due: tangentopoli a Milano e mafiopoli a Palermo. Una premessa, però, la devo fare: abbattere un mito che vede gli Stati Uniti monolitici mentre, in realtà, ci sono state e ancor oggi ci sono molte correnti di pensiero e di azioni. Il più bravo ed efficace fu, come al solito, Giulio Andreotti che, sollecitato da una domanda di un giornalista su cosa fossero gli Stati Uniti, così rispose: La CIA è una cosa, il Dipartimento di Stato un’altra, la DIA un’altra ancora e la Casa Bianca sta per proprio conto!
Partiamo dal fatto che, nella mia prima lettera, ti ho fornito non solo dichiarazioni ma atti ben precisi: il legame diretto e mai smentito da nessuna fonte USA; Fabio Martini che pubblica della destabilizzazione italiana voluta da Bush padre che, come tu sai, era stato anche a capo della CIA; i 7 giudici convocati di autorità a Villa Taverna con Antonino Scalia sono ancora coperti dal segreto la qual cosa è spiegabile solo in un modo: alcuni sono ancora in vita.
A questo punto non mi resta altro che inondarti di altre “prove “che, guarda caso ce le fornisce ancora una volta La Stampa di Torino, ma dopo ci saranno molte altre fonti. È un’altra intervista questa volta del collega Paolo Mastrolilli, che aveva preso il posto di Maurizio Molinari, del 19 gennaio del 2016 da un titolo bomba eclatante “L’ambasciata USA su Tangentopoli: Tra i protagonisti un pupazzo manovrabile da noi”, l’intervistato fu Daniel Serwer ufficialmente incaricato d’affari e, quindi, capo della rappresentanza diplomatica a Roma negli anni caldi fra il 1990 ed il 1996. Dopo di che ha svolto mansioni delicatissime in Bosnia ed Erzegovina durante la guerra in Jugoslavia e dove fu il mediatore tra croati e bosniaci oltre all’Iraq, Afghanistan e Sudan posti caldi per un personaggio chiave ed importante.
Quest’ultima intervista con Daniel Serwer chiude il cerchio sul “triangolo delle Bermuda” degli americani sull’Italia ed il loro rapporto con Tangentopoli in cui smentiscono molto e male in più lasciano molte perplessità sul loro effettivo ruolo. Nello specifico Paolo Mastrolilli tirò fuori al capo della rappresentanza diplomatica statunitense dell’epoca molte gravi parole, ma sicuramente volute dallo intervistato in rapporto a quanto affermato da Andreotti. La prima riguardava l’ammissione chiara che gli Stati Uniti avevano, in quella vicenda, un pupazzo da loro manovrato e, cosa ancora più incredibile, di non ricordarne addirittura, il nome ed aggiungendo che chiunque poteva esserlo in quel periodo allungando, in tal modo, l’ombra del sospetto su chiunque. La seconda, invece, è la classica excusatio non petita allorché, senza che l’intervistatore glielo abbia chiesto, aggiunse che gli USA non avevano creato Mani Pulite. Ancora più ambigua la posizione sul loro aiuto ai magistrati di Milano che non fu negato, ma disse solamente di non ricordare aggiungendo, subito dopo, che nel caso ci fossero stati gli aiuti al pool lui non avrebbe voluto saperne ufficialmente. Poi smentisce la sua smentita allorché afferma che se il Di Pietro avesse chiesto loro aiuto glielo avrebbero accordato. E, nel tentativo non riuscito di bilanciare le sue dichiarazioni con tutte le parti in causa, affermò che gli amici degli americani cioè Andreotti, Craxi e Martelli stavano cadendo ma che loro non fecero nulla
per proteggerli. Serwer non ricorda di aver mai incontrato Di Pietro, ma ribadì che lo aveva fatto il
console a Milano Peter Semler. Infatti, questi lo aveva proposto per un viaggio negli Usa, compiuto nell’autunno del 1992. Però ribadisce che se Di Pietro avesse chiesto aiuto, gli Usa lo avrebbero dato: «Assolutamente». Appena Tangentopoli era esplosa aveva, però, fatto visita al capo della Procura di Milano, Borrelli: “Lo scopo era capire da dove veniva l’inchiesta, perché era cominciata proprio allora, e dove andava. Eravamo all’inizio, o alla fine?” Serwer uscì convinto che l’Italia che conosceva fosse finita, ma non era dispiaciuto “L’impressione generale all’ambasciata era che fosse venuta l’ora di ripulire le cose. E se questo avesse significato cambiare la classe politica, non ci saremmo opposti”.
Gli elementi che emersero sono molteplici e riguardano il personaggio Daniel Serwer che, come ho sottolineato rivestiva ufficialmente la primaria rappresentanza diplomatica che, tradotto, vuol dire incarico di copertura per fornire immunità diplomatica a soggetti esposti. L’ammissione, anche da parte sua, dei rapporti fra Di Pietro e Semler ed il fatto che lui, in quanto numero uno a Roma, incontrò Saverio Borrelli.
Raffaele Romano

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