
di Lorenzo Borga*

Per Taiwan la dipendenza militare dagli Stati Uniti si sta rivelando rapidamente un problema. Da quasi mezzo secolo la sicurezza dell’isola si regge su una promessa implicita di Washington: fornire le armi necessarie per scoraggiare un’invasione cinese. Ma una promessa vale soltanto finché viene percepita come credibile. Ecco perché la decisione dell’amministrazione Trump di congelare temporaneamente un nuovo pacchetto di armamenti da 14 miliardi di dollari ha acceso un dibattito che va ben oltre la burocrazia delle forniture militari.
La dipendenza di Taiwan dall’ombrello militare americano è quasi totale. Il rapporto Sipri di quest’anno mostra che il 96% delle importazioni di sistemi di difesa dell’isola provengono dagli Usa. Alla fine di aprile la lista degli ordini già approvati ma non ancora consegnati valeva 29,7 miliardi di dollari, in aumento rispetto all’anno precedente nonostante l’arrivo dell’ultima tranche di carri armati Abrams abbia finalmente chiuso uno dei programmi più datati. Taiwan negli anni ha cercato di ridurre questa vulnerabilità investendo in una propria industria della difesa. Oggi produce autonomamente missili, radar, droni, navi militari e persino alcuni velivoli da combattimento. Ma continua a dipendere dagli Stati Uniti per le tecnologie più avanzate e per una parte decisiva delle proprie capacità militari.
Anche la dottrina difensiva dell’isola riflette questa dipendenza. La strategia taiwanese non è concepita per sconfiggere la Cina da sola. È progettata per resistere abbastanza a lungo da consentire l’intervento americano. L’obiettivo è rallentare un’eventuale invasione, aumentarne i costi e trasformare le prime settimane di guerra in una finestra di tempo utile all’arrivo dei rinforzi statunitensi e dei loro alleati regionali. Una strategia che può funzionare soltanto se la volontà politica di Washington rimane credibile quanto le sue capacità militari.
La cornice giuridica di questo rapporto è il Taiwan Relations Act del 1979. La legge stabilisce che gli Stati Uniti debbano mettere Taipei nelle condizioni di difendersi, fornendo armamenti e assistenza militare adeguati. Dal 1990 in effetti, il Congresso Usa ha autorizzato decine di miliardi di vendite di armamenti Usa all’isola, con un’accelerazione nel corso degli ultimi anni. Tuttavia, la legge non impone però a Washington di intervenire direttamente in caso di conflitto. È il principio della cosiddetta “ambiguità strategica”, che per decenni ha contribuito a scoraggiare sia un’invasione cinese sia eventuali dichiarazioni unilaterali di indipendenza da parte di Taipei. Ma l’ambiguità funziona solo finché tutte le parti ritengono plausibile un intervento americano.
Ed è proprio qui che si inseriscono le dichiarazioni di Trump. Dopo l’incontro con Xi Jinping, il presidente americano ha affermato di non aver ancora preso una decisione sul nuovo pacchetto di armamenti, alimentando dubbi sulla continuità dell’impegno statunitense. Taipei, dal canto suo, prova a rafforzare il rapporto con Washington anche attraverso nuovi acquisti. A maggio il parlamento taiwanese ha trovato un accordo per finanziare 25 miliardi di dollari di ulteriori commesse militari dagli Stati Uniti: sistemi Patriot, missili di precisione Hellfire, sistemi anti-drone e missili contro veicoli corazzati. Ma oltre agli interrogativi politici stanno emergendo quelli industriali. Gli Stati Uniti avranno la capacità produttiva necessaria per rispettare gli impegni presi? La guerra nel Golfo Persico ha consumato grandi quantità di missili intercettori e armamenti di precisione. Washington ha già avvertito diversi alleati, dall’Europa al Giappone, che le consegne potrebbero subire ritardi. E per un’isola che basa la propria strategia sulla disponibilità di sistemi d’arma americani, il fattore tempo rischia di diventare cruciale quanto la quantità delle forniture.
Per questo diversi analisti militari suggeriscono a Taiwan di guardare con maggiore attenzione alle lezioni emerse negli ultimi conflitti. Sia l’Ucraina sia l’Iran hanno mostrato come droni, mine, guerra elettronica e sistemi relativamente economici possano imporre costi elevati anche a forze militarmente superiori. L’idea è semplice: invece di inseguire la superiorità convenzionale cinese, Taiwan può rendere qualsiasi invasione talmente lunga, costosa e incerta da scoraggiarla in partenza.
In fondo, il dibattito aperto dalla pausa nelle forniture americane riguarda molto più delle armi. Riguarda il modello stesso di sicurezza su cui Taiwan ha costruito la propria sopravvivenza negli ultimi decenni. La dipendenza funziona finché il garante resta prevedibile. Diventa invece una vulnerabilità quando la politica entra nell’equazione. E per Taipei il rischio più grande non è che gli Stati Uniti voltino le spalle all’isola. È che Pechino inizi a dubitare che Washington sia davvero disposta a intervenire. E la credibilità, una volta erosa, è molto più difficile da ricostruire che da perdere.
Lorenzo Borga
Sky Tg24 e Istituto Ispi

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