
di Lorenzo Lamperti*
Le novità delle esercitazioni annuali a Taiwan. I pattugliamenti dopo l’accordo Giappone-Filippine e le manovre sulle isole minori. Nuove teorie sulla “riunificazione”. I summit tra Xi e Trump. Cheng Li-wun negli Usa. Politica interna verso le elezioni locali. Economia boom, ma non per tutti. Il confronto intrastretto sul grande schermo. La rubrica di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)
Frank Huang, presidente e fondatore del produttore di chip Powerchip Semiconductor Manufacturing Corp (PSMC), è morto il 31 luglio a causa di un’insufficienza cardiopolmonare. Una perdita grave per chi voleva sapere che cosa pensasse l’ industria tech di Taiwan. Lui diceva sempre anche on the record quello che gli altri dicono solo off the record. Qui (dal minuto 26) un esempio, in un’intervista del 2024.
Le esercitazioni Han Kuang
Mercoledì 5 agosto sono cominciate a Taiwan le Han Kuang, le esercitazioni militari più importanti dell’isola. Si tengono ogni estate dal 1984 e servono a testare la capacità delle forze armate della Repubblica di Cina di reagire a un eventuale attacco dell’Esercito Popolare di Liberazione della Cina continentale. Fino al 14 agosto si sviluppano dieci giorni e nove notti di simulazioni, integrate quest’anno con l’esercitazione di mobilitazione Tongxin n. 36.
Il ministero della Difesa di Taipei ha costruito uno scenario in quattro fasi. Nella prima, Pechino userebbe le proprie manovre periodiche come copertura per un addestramento anfibio su larga scala, dietro cui nascondere i preparativi di uno sbarco anfibio. Nella seconda, l’Esercito Popolare di Liberazione avrebbe completato il caricamento delle forze e i preparativi per l’attraversamento dello Stretto. Nella terza si simulano gli sbarchi veri e propri, con bombardamenti congiunti e convogli anfibi lungo più direttrici. Nella quarta, le forze di Pechino avrebbero superato le spiagge e avanzerebbero verso l’interno.
Sul piano militare, debuttano i carri armati americani M1A2T Abrams, appena entrati in servizio e assegnati alla 584ª Brigata Corazzata per la difesa delle aree strategiche del nord dell’isola, comprese spiagge e centri di comando. Debutta anche il nuovo Comando di Combattimento Costiero, inaugurato il 1° luglio, che riunisce sotto un’unica struttura missili antinave, radar mobili, sorveglianza costiera e sistemi senza pilota. Per la prima volta, inoltre, due brigate di riservisti saranno mobilitate a pieno organico, una nel nord e una nel sud dell’isola, per un totale di circa 5.000 uomini.
Le novità più significative riguardano però il fronte civile. Per la prima volta viene simulato il trasferimento delle linee di produzione bellica: diverse aziende civili dovranno mostrare di saper continuare a produrre equipaggiamento militare anche in caso di attacco ai centri industriali. E soprattutto, il 10 e il 13 agosto, la rete mobile verrà deliberatamente rallentata per circa trenta minuti in alcune aree di Taiwan, in coincidenza con le esercitazioni di allerta aerea: non un blackout totale, ma una connessione abbastanza lenta da rendere difficile l’uso delle app della vita quotidiana, per testare la reazione di cittadini e istituzioni a un eventuale cyberattacco o interruzione delle comunicazioni.
È un cambio di impostazione piuttosto evidente, che ha due obiettivi: alzare la consapevolezza nei taiwanesi e dimostrare all’esterno che si sta investendo nella capacità di difesa. Va tenuto presente, come sottolineato lo scorso anno, che spesso gli annunci vanno al di là della pratica. Secondo diversi analisti, restano però delle lacune, sia nella capacità di approvvigionamento di armi che nel loro dispiegamento. Taiwan attende ancora la consegna di armi già acquistate dagli Stati Uniti (tema di cui ho parlato qui) e il via libera a un nuovo pacchetto da 14 miliardi di dollari, congelato da Donald Trump nella fase di tregua con Xi Jinping. Sul fronte interno, l’opposizione (che ha la maggioranza in parlamento) ha tagliato nei mesi scorsi un budget speciale per la difesa proposto dal governo (che Pechino considera “secessionista”), insieme a un programma per lo sviluppo di droni militari autoctoni, e continua a spingere per un rilancio del dialogo con Xi Jinping.
A giugno c’è stato il primo lancio di prova del sistema missilistico Himars di fabbricazione USA, in direzione della Cina continentale.
Rallentano invece le manovre militari di Pechino. Nella prima metà di quest’anno, il numero di caccia dell’Esercito Popolare di Liberazione rilevati nei pressi dell’isola è più che dimezzato rispetto all’anno precedente, attestandosi a 1.334 unità. Si tratta del dato più basso degli ultimi tre anni e del ritmo operativo più contenuto dal 2023. Potrebbero incidere sia le espulsioni tra i militari, sia soprattutto la tregua con gli Stati Uniti e il congelamento della vendita di armi operato (almeno per ora) da Trump.
I pattugliamenti dopo l’accordo Giappone-Filippine e le manovre sulle Pratas
A giugno, Tokyo e Manila hanno annunciato l’avvio dei negoziati per delimitare i rispettivi confini marittimi lungo la cosiddetta “prima catena di isole”, un’area strategica che comprende anche Taiwan e che Pechino considera direttamente collegata alle proprie rivendicazioni territoriali. A pochi giorni di distanza è arrivata la risposta cinese, sotto forma di una nuova operazione marittima nelle acque a est dell’isola.
Pechino ha inviato una flottiglia di navi governative nella zona, inducendo Taiwan a dispiegare proprie unità della guardia costiera. L’iniziativa è stata presentata dalle autorità cinesi come una speciale operazione di applicazione della legge marittima, organizzata dal ministero dei Trasporti con il coinvolgimento delle amministrazioni per la sicurezza marittima del Fujian e del Guangdong. Secondo la versione ufficiale, lo scopo è rafforzare le capacità di pattugliamento d’altura, esercitare la giurisdizione amministrativa nelle acque considerate di interesse nazionale e garantire la sicurezza della navigazione.
A rendere l’operazione particolarmente rilevante è anche la composizione della flottiglia. Tra le unità impiegate figurano la Haixun 09, la più grande nave pattuglia civile cinese con un dislocamento di circa 10 mila tonnellate, la nave idrografica Haixun 08 da 7.500 tonnellate, la nave di soccorso oceanico Haixun 06 e la nave di recupero Donghaijiu 113. Si tratta di mezzi destinati formalmente a compiti di controllo, ricerca, soccorso e monitoraggio, ma che contribuiscono anche a consolidare la presenza cinese nelle aree marittime contese. Secondo la piattaforma specializzata Marine Equipment & Government Vessel Information, si tratterebbe inoltre della prima operazione coordinata tra autorità marittime e guardia costiera della Repubblica Popolare nella zona. I pattugliamenti si sono poi ripetuti anche nelle scorse settimane.
Se una prima lettura porta a interpretare gli eventi come l’ennesimo capitolo del confronto tra Pechino e Taipei, il contesto regionale suggerisce un messaggio più ampio, rivolto soprattutto a Giappone e Filippine. Proprio nei giorni scorsi Tokyo e Manila hanno annunciato l’apertura di negoziati formali per delimitare le rispettive zone economiche esclusive e le piattaforme continentali. Si tratta di un dossier che interessa aree marittime situate a est di Taiwan e che la Cina considera strettamente connesso alle proprie rivendicazioni.
A questo si aggiunge il recente vertice di Tokyo tra il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. e la premier giapponese Sanae Takaichi, che ha impresso un’ulteriore accelerazione alla cooperazione in materia di sicurezza tra due alleati degli Stati Uniti. I due leader hanno concordato di avviare colloqui sulla condivisione di intelligence militare e di accelerare il trasferimento alla marina filippina di sei cacciatorpediniere della classe Abukuma. Parallelamente, le esercitazioni Balikatan hanno visto, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la presenza di truppe giapponesi sul territorio filippino.
Dal punto di vista di Pechino, questi sviluppi vanno ben oltre una normale cooperazione bilaterale. La leadership cinese teme infatti che un coordinamento sempre più stretto tra Tokyo e Manila possa limitare la propria libertà di azione in caso di una futura crisi legata a Taiwan. Non a caso il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, ha accusato Giappone e Filippine di alimentare una “logica di contrapposizione tra blocchi”.
Ne ho scritto qui.
Il governo ha riaffermato la sovranità su alcune zone coinvolte nella questione, ma l’opposizione lamenta l’assenza di proteste contro Manila sulle rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale.
Secondo i media di Stato, Pechino ha completato un rilevamento dei fondali nelle complesse acque a est di Taiwan. È la prima volta che le autorità marittime della Cina continentale conducono operazioni di rilevamento idrografico nella zona per integrare i dati di mappatura dei fondali, in precedenza incompleti.
La nuova strategia marittima viene definita “governance delle acque adiacenti“. Spinta dal passaggio dalla strategia del “prendere tempo” a quella dell’azione proattiva, Pechino sta trasformando le acque a est di Taiwan in un’area soggetta a una gestione di routine.
Sempre a giugno, Taiwan aveva denunciato la presenza congiunta di una nave della guardia costiera cinese e di un’unità per la ricerca oceanografica nei pressi delle isole Pratas, remoto atollo controllato da Taipei col nome di Dongsha nel Mar Cinese Meridionale. Secondo la guardia costiera taiwanese si è trattato del primo caso osservato di operazione coordinata tra queste due tipologie di imbarcazioni, interpretato come un ulteriore segnale della pressione sulle aree periferiche amministrate da Taiwan.
Lorenzo Lamperti
*China Files

Lascia un commento