
di Guido AlbertoCasanova*
Quello che Taiwan sta attraversando negli ultimi mesi è niente meno che un nuovo boom economico, che colloca l’isola ai primi posti della classifica mondiale per crescita del PIL. Le cifre sono sorprendenti soprattutto se si considera che quella taiwanese è un’economia già matura, con un PIL pro capite che ormai ha superato quello dei vicini Giappone e Corea del Sud: mentre gran parte del mondo sviluppato cresce a tassi che si aggirano attorno all’1-2%, nel 2025 l’isola ha infatti registrato un tasso di crescita del PIL pari all’8,6% e le previsioni iniziali per l’anno in corso si attestano sul 7,7%. Si tratta di cifre eccezionali, che anche dalle parti di Taipei non si vedevano più da decenni.
A trainare il successo economico taiwanese è la rapida diffusione a livello mondiale dell’intelligenza artificiale (IA). L’accelerazione degli ultimi anni in questo campo ha generato un aumento significativo della domanda di componenti di cui Taiwan è il principale produttore al mondo, nonché quello reputato più affidabile dai giganti del digitale come Apple o Nvidia. Le società tecnologiche dell’isola sono infatti leader mondiali nella produzione di semiconduttori e prima tra tutte è TSMC, la società che fabbrica materialmente i microchip che forniscono la potenza di calcolo indispensabile per lo sviluppo dell’IA.
Se da un lato l’espansione economica taiwanese è certamente un fenomeno lineare che risponde al meccanismo di domanda-offerta, dall’altro non vanno sottovalutate le complessità di questo fenomeno. Il successo economico in campo tecnologico, infatti, si deve confrontare con sfide peculiari che sono uniche della realtà taiwanese e che pone il governo di Taipei di fronte a scelte politiche non semplici.
I numeri del boom
Nonostante le sue piccole dimensioni, Taiwan gioca un ruolo centrale nell’economia globale proprio in ragione delle sue competenze d’avanguardia nella produzione di semiconduttori. Le competenze tecniche, ingegneristiche e industriali possedute da TSMC la rendono infatti l’interlocutore di riferimento per tutti i principali protagonisti dell’IA: senza i suoi prodotti è difficile competere sulla frontiera dell’innovazione tecnologica. Non a caso Nvidia, il gigante statunitense del settore, commissiona a TSMC la fabbricazione dei propri microchip più potenti e avanzati. Il risultato è che Taiwan rappresenta il 70% di tutta la produzione mondiale di semiconduttori per conto terzi, affermandosi come il fornitore indispensabile per lo sviluppo dell’IA.
Nell’ultimo anno le grandi società globali in questo campo hanno annunciato imponenti investimenti capitali per espandere le proprie infrastrutture digitali, accrescendo così in modo sostanziale la domanda di semiconduttori taiwanesi. È proprio questo aumento della domanda internazionale ad aver sostenuto la crescita economica dell’isola, le cui esportazioni nel 2025 sono aumentate del 34,8% rispetto all’anno precedente attestandosi sui 640 miliardi di dollari. Questa accelerazione ha sorpreso anche gli stessi taiwanesi, che inizialmente avevano previsto ritmi di crescita più contenuti.
I vincoli strategici dell’espansione economica
A guidare questo boom sono le esportazioni verso gli Stati Uniti che l’anno scorso sono aumentate del 78% fino a toccare i 198,2 miliardi di dollari. La corsa allo sviluppo dell’IA ha richiesto server altamente performanti e semiconduttori molto avanzati: tra il 2023 e il 2025 l’export taiwanese verso gli Stati Uniti delle categorie a cui appartengono questi prodotti è passata infatti da 33,3 miliardi di dollari a 145,8 miliardi. Il risvolto di questa impennata dell’export tecnologico è però forse più importante dei dati stessi, poiché gli Stati Uniti sono diventati il primo mercato per l’export di Taiwan.
Questo fenomeno corrisponde a un più generale riorientamento di tutta l’economia taiwanese. Fin da quando Pechino è entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, la Cina si è affermata come prima destinazione dell’export taiwanese. Con una quota stabile attorno al 40%, per oltre due decenni la Cina è stato il principale mercato d’esportazione delle aziende taiwanesi, che nel paese oltretutto avevano realizzato una vasta rete di investimenti nel campo dell’elettronica.
A Taipei però per molti lo stretto legame commerciale con Pechino era percepito come una vulnerabilità strategica. La Repubblica Popolare ha rivendicazioni territoriali sull’isola (che ritiene attualmente una provincia ribelle e considera sotto la propria sovranità) e nell’ultimo decennio non ha solo tentato di riaffermarle con maggior vigore in ambito internazionale, ma ha anche rafforzato notevolmente le proprie capacità militari per prepararsi a una possibile unificazione dell’isola con la forza.
Come visto in altri casi, la pressione militare cinese si accompagna spesso alla coercizione economica su cui Pechino può fare leva grazie alla propria centralità commerciale. Proprio per sfuggire a questa vulnerabilità strategica, a partire dal 2016 il governo di Taipei ha cercato di rimodellare i flussi commerciali dell’isola, riducendo l’esposizione di Taiwan alla Cina e reindirizzando l’integrazione economica verso gli alleati come gli Stati Uniti, il Giappone o l’Europa. In altre parole, diversificare il proprio commercio è diventato il vincolo strategico a cui legare lo sviluppo economico di Taiwan.
Le zavorre politiche dell’ascesa tecnologica
Il boom dell’IA realizza concretamente questa esigenza avvertita dal governo dell’isola e oggi la quota dell’export verso gli Stati Uniti (31% del totale) ha sorpassato quella verso la Cina (27%). Tuttavia, questa realtà pone Taiwan di fronte a nuove incognite, rappresentate dall’incertezza in cui l’amministrazione di Donald Trump ha gettato i propri alleati. Le posizioni dell’America First enunciate da Trump, improntate a un transazionalismo amorale che mira a estrarre quante più concessioni economiche (ma non solo) possibili dai propri partner, hanno spinto Taiwan a cercare un’intesa con Washington per scongiurare l’eventualità che i dazi commerciali potessero chiudere il mercato statunitense ai prodotti taiwanesi.
Il negoziato si è concluso lo scorso febbraio, con un accordo che prevede clausole significative. Gli Stati Uniti hanno abbassato il “dazio reciproco” imposto a Taiwan dal 20% al 15%, concordando anche di aprire il proprio mercato all’import di alcuni prodotti agricoli e industriali, mentre Taiwan si è impegnata a rimuovere una vasta gamma di barriere doganali all’import dagli Stati Uniti e ad acquistare gas e petrolio statunitense per un valore di circa 50 miliardi di dollari. Il nucleo dell’accordo però ruota attorno al riconoscimento da parte statunitense a Taiwan dello status di most favoured nation (MFN) per quanto riguarda i prodotti high-tech critici per la sicurezza nazionale, come semiconduttori e derivati, che al momento sono esentati da imposte d’importazione ma su cui pende un’indagine riguardante la sezione 232 dello US Trade Expansion Act che potrebbe imporre dazi del 100% su questi prodotti. Questa categoria rappresenta circa il 76% dell’export taiwanese verso gli Stati Uniti e il riconoscimento della clausola di MFN consentirà ai produttori taiwanesi di godere del miglior trattamento possibile rispetto ai propri competitor internazionali. Per questo motivo, dopo il verdetto della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha rifiutato le basi legali su cui Trump aveva imposto i dazi reciproci lo scorso anno, il governo taiwanese si è affrettato esprime il proprio desiderio di preservare questa parte dell’accordo raggiunto.
Il problema dell’accesso al mercato statunitense però sussiste e il rischio (per quanto al momento mitigato dalle esigenze di sviluppo dell’IA) che Washington imponga alti dazi sull’import di microchip lì dove la domanda è più alta applica una certa pressione sulle società tecnologiche per trasferire una pate della produzione negli Stati Uniti. D’altra parte, il segretario del commercio Howard Lutnick ha apertamente dichiarato l’intenzione di portare negli Stati Uniti circa il 40% della produzione taiwanese di microchip. L’amministrazione di Trump ha una forte leva negoziale nei confronti di Taipei, poiché Washington è il principale garante della sicurezza di Taiwan contro un possibile attacco cinese, ma nella logica transazionale di Trump questa protezione deve essere corrisposta da un adeguato beneficio economico senza il quale gli Stati Uniti potrebbero ripensare il proprio impegno.
Opportunità e sfide nella relazione con Washington
Sono queste le logiche che a gennaio hanno spinto Taiwan e gli Stati Uniti a concludere, prima ancora dell’accordo commerciale, un’intesa preliminare ma fondamentale riguardo gli investimenti nell’industria dei microchip: le società taiwanesi dovranno investire negli Stati Uniti 250 miliardi di dollari in questo settore e il governo di Taipei fornirà 250 miliardi di finanziamenti per sostenere la creazione di un più vasto ecosistema industriale che possa supportare la fabbricazione di semiconduttori. Al centro di questo sforzo c’è ovviamente TSMC, che in Arizona si è già impegnata a investire circa 165 miliardi per aprire nuove linee di fabbricazione di microchip avanzati. Attualmente la quasi totalità dei microchip avanzati fabbricati da TSMC è realizzata a Taiwan ma in seguito agli investimenti annunciati dalla società una porzione rilevante di questa produzione potrebbe essere spostata in Arizona: si tratta di una concessione significativa da parte taiwanese che risponde in parte ai piani di Trump volti alla reindustrializzazione tecnologica e in parte all’obiettivo di TSMC di consolidare la presa sul mercato statunitense dell’IA.
Se però da un lato le politiche tariffarie di Trump incentivano la rilocalizzazione dell’industria dei microchip negli Stati Uniti, dall’altro il governo di Taipei è ben consapevole del rischio politico di questa manovra. Nel caso in cui l’espansione della produzione all’estero facesse sfumare il primato tecnologico dell’isola, contemporaneamente si ridimensionerebbe infatti anche la rilevanza strategica di Taiwan per l’alleato statunitense. Non a caso Cheng Li-chiun, vice premier e capo della delegazione negoziale, ha detto espressamente che l’obiettivo del 40% della produzione interna fissato da Lutnick è impossibile da raggiungere. TSMC quindi, pur inseguendo soluzioni politiche che gli consentano di minimizzare l’impatto dei dazi sulle proprie vendite, continuerà a mantenere il fulcro della produzione e dell’innovazione tecnologica a Taiwan, dove da decenni il governo di Taipei dedica ingenti risorse (dalla formazione universitaria, alla politica energetica, alle agevolazioni finanziarie) per sostenere la prosperità del settore.
I dilemmi interni del successo tecnologico
Ci sono due questioni che però continuano a gravare sul futuro dell’industria. Il primo riguarda la sostenibilità socio-politica dell’attuale fase di espansione economica e il secondo riguarda invece l’aspetto energetico.
Da un punto di vista complessivo, l’economia taiwanese ha beneficiato dell’accelerazione globale verso lo sviluppo dell’IA come dimostrato dai dati del PIL e dell’export. Tuttavia, la ripartizione di questi benefici è stata piuttosto diseguale attraverso la società taiwanese ed è rimasta concentrata all’interno del settore trainante della crescita. Gran parte della popolazione che non lavora nell’industria tecnologica non ha tratto alcun vantaggio significativo dal boom: la testimonianza di questa realtà la si trova nei dati sui salari reali e sull’occupazione, che registrano tassi di espansione quasi piatti rispetto all’economia nel suo complesso. In particolare, a soffrire sono soprattutto i lavoratori giovani e quelli impiegati nei servizi meno qualificati, due categorie che spesso si sovrappongono. Questa dualizzazione dell’economia taiwanese, con un settore che corre a tutta velocità e gli altri che arrancano, rischia di generare un malcontento diffuso tra la popolazione che negli ultimi anni ha dovuto far fronte a problemi importanti come il carovita o la crisi abitativa senza tuttavia poter far affidamento su solide prospettive di miglioramenti salariali.
L’attuale governo guidato dal Partito Progressista Democratico (PPD) del presidente Lai Ching-te, in carica dal 2024, potrebbe finire per pagare lo scotto di questo malcontento non solo nelle elezioni locali in programma a fine novembre ma anche nelle prossime elezioni generali in calendario per gennaio 2028. Se gli elettori dovessero decidere di punire il PPD dopo oltre un decennio di governo, a trarne vantaggio sarebbe senza dubbio il Kuomintang (KMT), che rispetto al partito di Lai è fautore di una linea di maggiore apertura nei confronti della Cina. Nel caso in cui KMT con il sostegno del suo alleato minore, il Partito Popolare Taiwanese, dovesse riuscire a tornare al potere, la linea politica seguita da Taipei subirebbe una revisione radicale: non solo l’attuale leader del partito Cheng Li-wun si recherà in visita a Cina la prossima settimana per incontrare Xi Jinping perseguendo un disegno di distensione, ma negli scorsi mesi il KMT ha anche presentato una proposta di legge che mira a mantenere il primato tecnologico dell’isola, sottoponendo l’export di microchip avanzati all’approvazione parlamentare e limitando la dimensione degli investimenti all’estero. In sostanza se il malcontento dovesse continuare a diffondersi (soprattutto tra i giovani che in passato erano stati una fascia demografica ampiamente a sostegno del PPD) sarebbe messa seriamente in dubbio non solo la collaborazione tecnologica di Taipei con Trump per la reindustrializzazione degli Stati Uniti, ma probabilmente anche l’impegno strategico di Taiwan negli sforzi di contenimento della Cina.
Il secondo dilemma che il successo tecnologico pone davanti al governo è invece come continuare ad alimentarlo. Quella dei semiconduttori è infatti un’industria altamente energivora, che tuttavia si deve scontrare con la povertà dell’isola in fatto di risorse energetiche. Taiwan, infatti, dipende quasi esclusivamente dall’import di gas e carbone per la propria produzione di elettricità, due risorse che rispettivamente contribuiscono al 50% e 30% del mix energetico dell’isola. Reperire queste commodity sui mercati internazionali in modo da garantire alle imprese taiwanesi un vantaggio competitivo sui concorrenti in termini di costi dell’energia è sempre stata una priorità per il governo di Taipei.
L’impatto del conflitto nel Golfo: quale energia per l’isola
Lo scoppio della guerra in Medio Oriente rappresenta quindi un grosso problema per Taiwan, per almeno due motivi: uno ha a che fare con la sicurezza delle forniture, e l’altro con i costi dell’energia. La chiusura dello stretto di Hormuz rende impossibile l’approvvigionamento di LNG dal Qatar, che con il 33,7% è il primo fornitore di gas per l’isola, e pone Taiwan davanti al rischio di dover attingere alle proprie limitate riserve energetiche per tutelare la propria industria. A inizio marzo il ministero degli affari economici aveva rassicurato le imprese facendo sapere di aver sufficienti risorse per coprire il fabbisogno fino a fine aprile, ventilando anche la possibilità di espandere l’attività degli impianti a carbone. Contestualmente il primo ministro taiwanese Cho Jung-tai ha istruito il governo di espandere l’import di LNG dagli Stati Uniti a partire da maggio, per far fronte all’aumento della domanda di elettricità che normalmente corrisponde alla stagione estiva. Dato il grande affollamento della domanda internazionale, non è detto però che gli Stati Uniti siano capaci di soddisfare la richiesta taiwanese (che oltretutto mira a colmare il deficit commerciale esistente).
Se sul fronte della sicurezza degli approvvigionamenti i problemi potrebbero presentarsi nel medio termine, quelli più immediati si presentano sotto il profilo dei prezzi. Per attutire l’impatto sulla popolazione, il governo ha preso alcune misure chiedendo alla compagnia statale dell’energia CPC Corporation di assorbire almeno il 60% dell’aumento del costo del petrolio e predisponendo un taglio delle accise sulla benzina e sul diesel. Di maggior interesse per le imprese è invece la decisione del governo di non alzare il prezzo dell’elettricità, consolidando il vantaggio competitivo di TSMC (che pur possiede il potere di mercato per passare i maggiori costi di produzione ai propri clienti) e delle altre società taiwanesi produttrici di microchip nei confronti della concorrenza internazionale che sta soffrendo a causa della guerra in Medio Oriente. Nel lungo termine però è legittimo ritenere che le prime misure non siano sufficienti politicamente mentre le seconde non siano sostenibili finanziariamente.
È questa la ragione per cui nelle ultime settimane il governo ha compiuto uno storico cambio di rotta per quanto riguarda l’energia nucleare. La propensione di Lai a riaprire i reattori, l’ultimo dei quali è stato chiuso appena l’anno scorso, capovolge un decennio di politiche energetiche perseguite dal PPD prima sotto Tsai Ing-wen (presidente nel periodo 2016-2024) e poi sotto suo successore che miravano a creare una “patria senza nucleare”. Di fronte alla crisi energetica in corso l’attuale presidente ha ribadito la possibilità di sviluppare contemporaneamente le energie rinnovabili e quella nucleare, anche se esplicitamente non ha preso una posizione netta a favore della riapertura dei reattori. Una posizione chiara su questo punto infatti sarebbe probabilmente respinta dalla base del PPD, largamente contraria alla riapertura. La conferma delle intenzioni del governo però è arrivata negli ultimi giorni da Taipower, la società statale per la produzione di energia elettrica, che ha presentato la documentazione necessaria per iniziare l’iter di riapertura della centrale nucleare di Maanshan. Ora la palla passa alla commissione sulla sicurezza nucleare ma dopo le verifiche tecniche toccherà al governo pronunciare l’ultima parola sulla riapertura: sarà quello il momento della decisione politica, che potrebbe arrivare nel 2028 dopo le prossime elezioni generali.
Conclusione
Il boom economico di Taiwan è sintomo di una crescente centralità dell’isola nel sistema internazionale, un fatto politico ormai accettato dai paesi occidentali. Lo sviluppo dell’IA ha trainato una nuova fase di crescita per l’industria dei semiconduttori che è il fiore all’occhiello dell’economia nazionale. Questo successo però si deve scontrare con alcune realtà internazionali e interne. Sul fronte esterno, l’amministrazione Trump rappresenta un’incognita per quanto riguarda le politiche commerciali e per il primato tecnologico di Taiwan. Sul fonte interno invece il boom pone il governo davanti ad alcune sfide socio-politiche ed economiche che, se non gestite correttamente, potrebbero minare considerevolmente il potere del DPP e del suo presidente Lai.
Guido Alberto Casanova
*Istituto Ispi

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