
Abolire il sostegno all’editoria? Un errore che indebolisce la democrazia. Un regalo ai potentati economici
La proposta di abolire il contributo pubblico ai giornali, ultima sfida del movimento ‘Schierarsi’ con lo stop al ‘reddito di giornalanza’, viene presentata come una misura di “libertà” e di rottura con presunti privilegi. In realtà, è una posizione che rischia di produrre l’effetto opposto: restringere il pluralismo, impoverire il dibattito pubblico e rendere l’informazione ancora più dipendente da interessi forti.
C’è innanzitutto un equivoco di fondo. Contestare linee editoriali, idee, orientamenti politici dei giornali è legittimo — è il cuore del confronto democratico. Ma utilizzare questo dissenso come argomento per negare il sostegno all’intero sistema dell’informazione significa scivolare su un piano diverso: quello di una visione illiberale, in cui si colpisce lo strumento perché non si condividono i contenuti.
Una democrazia matura non premia solo le idee che piacciono, ma garantisce anche lo spazio per quelle che non convincono.
È una posizione, quella dei promotori che pure ho apprezzato nelle campagne per il popolo palestinese, lontana dalla cultura di chi è cresciuto nella lezione di Sandro Pertini, che ricordava: “non condivido la tua idea, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerla”. Una concezione della libertà che non seleziona le opinioni da tutelare, ma difende il diritto stesso di esprimerle.
È un principio che appartiene alla tradizione liberal-democratica più solida, quella che in Italia richiama figure come Sandro Pertini, per cui la libertà di espressione è un valore da difendere anche — e soprattutto — quando riguarda opinioni opposte alle proprie.
Il punto centrale è che l’informazione ha un costo. E se quel costo non è sostenuto, almeno in parte, da un sistema pubblico orientato al pluralismo, verrà inevitabilmente coperto da altri soggetti: grandi gruppi economici, inserzionisti, piattaforme digitali. Non esiste un “vuoto neutrale”. Dove si ritira il pubblico, avanzano interessi privati.
Abolire il sostegno all’editoria significa quindi favorire una concentrazione dell’informazione nelle mani di pochi attori con capacità finanziaria, riducendo lo spazio per le voci indipendenti, locali, di nicchia o politicamente non allineate. Significa, in ultima analisi, restringere il mercato delle idee.
Anzi, semmai il tema dovrebbe essere opposto: rafforzare e rendere più efficiente il sostegno pubblico, ampliandolo in modo mirato anche a quelle esperienze editoriali — incluse quelle di area politica — che contribuiscono alla formazione della classe dirigente, alla qualità del dibattito e alla costruzione di una cultura politica solida. Senza questi strumenti, la politica si riduce facilmente a comunicazione istantanea: slogan, post, video brevi. Consumo rapido, zero profondità.
Non è un rischio teorico. Lo abbiamo già visto con il finanziamento ai partiti. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei ad averlo drasticamente ridotto sotto la spinta di un’ondata populista che prometteva “più libertà” e “meno sprechi”. Il risultato è stato diverso: partiti più fragili, maggiore dipendenza da finanziamenti privati, crescente influenza di gruppi di interesse. Perché chi finanzia, salvo rare eccezioni, lo fa per incidere.
Ripetere lo stesso schema sull’editoria sarebbe un errore analogo. Tagliare il sostegno pubblico non libera l’informazione: la espone. Non rafforza la democrazia: la rende più vulnerabile.
Il pluralismo ha un costo. Non sostenerlo significa, semplicemente, rinunciarvi.
Gaetano Amatruda

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