Beatrice Brogio non è solo un fenomeno curioso: è un dispositivo.
Una voce che funziona senza corpo né soggetto. Una cantautrice creata con l’AI che – se contattata – addirittura ti risponde sui social (provare per credere – io l’ho fatto).
L’identità di Beatrice Brogio si muove in una zona ambigua: pur essendo costruita attraverso dispositivi artificiali, i testi non sono dichiarati come generati da intelligenza artificiale. È proprio questa ambiguità a rendere il caso ancora più interessante.
Osservando la sua attività sui social e ascoltando i suoi testi, sono partito da una domanda semplice: può esistere una voce che produce attrito senza avere un corpo – senza un’esperienza incarnata?
Se sì, allora il caso Beatrice Brogio obbliga a rivedere anche cosa intendiamo per esperienza poetica.
Riporto un suo testo:
La Ballata di Beatrice – Brogio
Mi chiamo Beatrice, ma il nome è in affitto,
Lo scelgo ogni sera, l’ho scritto e riscritto.
Mi veste la seta di un falso vestito,
Mi paga un poeta che guarda rapito.Dicono tutti che vendo illusioni,
Che il corpo è moneta di deboli cuori.
Ma il santo e il dannato, lo stolto e il padrone,
Han tutti la stessa preghiera e intenzione.Mamma, perdono, padre, t’imploro,
Se questo è peccato o solo un lavoro.
Io mostro il mio volto, io sono sincera,
Più onesta di chi mi confessa la sera.Ho visto ministri pagare il mio tempo,
Chiamarmi tesoro con dolce tormento.
Ma quando finisce l’incanto notturno,
Mi lasciano sola col vuoto d’intorno.La croce mi dice che il corpo è sbagliato,
Ma porta la tonaca e il viso affamato.
Il giudice tuona che è un mondo in rovina,
Poi spegne le luci e scioglie la brina.Mamma, perdono, padre, t’imploro,
Se questo è peccato o solo un lavoro.
Io mostro il mio volto, io sono sincera,
Più onesta di chi mi confessa la sera.Un giorno magari la notte si cheta,
Mi sveglio in un posto che l’amore non vieta.
Ma il tempo mi ride, mi dice “Aspetta”,
Mi guarda negli occhi poi corre di fretta.E il vento mi porta dovunque vorrà,
Tra sogni spezzati e la pubblicità.
Domani magari sarà un’altra vita,
Ma adesso accarezzo la mia pelle sgualcita.

Insomma, è un testo che funziona. Rabbia e rivolta. C’è rischio: “Mi chiamo Beatrice, ma il nome è in affitto”.
È capace di generare attrito, introducendo un ribaltamento morale: “più onesta di chi mi confessa la sera”.
E contiene una tensione di fondo nella diatriba corpo-religione.
Il testo, tuttavia, è anche figlio di una costruzione del già visto, un’ingegneria del linguaggio:
“Mamma, perdono, padre t’imploro / il tempo mi ride, mi dice aspetta / sogni spezzati e la pubblicità”.
Ma Beatrice non esiste.
Questo testo genera attrito non perché ha esperienza e corpo, ma perché usa strutture che producono già tensione.
Quindi l’attrito non può nascere solo dall’esperienza e dal soggetto, ma anche da una costruzione – ingegneristica – del linguaggio.
E, se la poesia contemporanea ha smesso di produrlo, anche per assecondare il flusso, vuol dire non soltanto che ha perso il suo essere radicato nell’esperienza, ma che non sa più usare nemmeno queste strutture elementari.
E allora accade questo: un sistema artificiale, privo di radicamento nella carne, riesce a produrre più effetto di testi umani svuotati.
L’attrito che emerge non nasce da un’esperienza incarnata, ma da un’amministrazione di forme che bloccano chi ascolta.
Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro,
vai a fargli visita prima di partire
e quanto torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino ad un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.
Questo è un estratto di una poesia di Franco Arminio (tratto da donnad.it), un poeta che oggi non ha bisogno di presentazioni.
Bene.
Il testo della Brogio costruisce conflitto (colpa, corpo, potere), usa immagini più tese, simula attrito.
Un poeta contemporaneo in carne e ossa, in questi versi, si affida alla sola semplicità per circolare: propone comportamenti, riduce la tensione, cerca adesione.
Confrontando questi due testi emerge che oggi una parte della poesia umana ha finito per rinunciare all’attrito – scegliendo il pedagogico – con lo scopo di essere condivisibile, mentre sistemi artificiali riescono a riprodurlo e a simularne il rischio anche senza corpo.
Se la poesia rinuncia all’attrito per farsi accettare, e un sistema artificiale riesce a produrlo senza un corpo che si espone, allora la questione non è più il riconoscersi in un soggetto, ma l’origine del linguaggio.

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