
Mentre i sistemi di informazione a reti unificate continuano a parlare di svolte, di possibilità e delle presunte doti messianiche trumpiane ereditate da un prozio, l’unico essere vivente in grado di far terminare una guerra “che dura da 3.000 anni”(affermazione Trump), la realtà sul terreno è un’altra. A Gaza non è cambiato nulla. Nessun cessate il fuoco reale, nessuna amministrazione civile pronta, nessun disarmo verificabile. La popolazione è sfollata soprattutto dentro la Striscia. L’Egitto fa passare aiuti ma non apre a un trasferimento di massa e IDF continua a colpire reti, quadri e tunnel per impedire a Hamas di rimettersi in piedi. Questo è il quadro realisticamente attuale.
Trump occupa la scena e si presenta come l’unico uomo sulla Terra capace di chiudere una guerra “di tremila anni”. Registro messianico, autocelebrazione a volume massimo. Sulla carta promette bombe ferme, ostaggi a casa, smilitarizzazione e una governance tecnica che risolve tutto, la soluzione secondo lui è dietro l’angolo. Manca però il mazzo di chiavi. Chi disarma sul serio. Chi paga stipendi e servizi dal giorno uno. Chi garantisce che tra tre mesi non si ricomincia. Senza risposte operative è spettacolo, non soluzione.
C’è un vuoto ancora più evidente. Al tavolo chi dovrebbe rappresentare Hamas. Con quali poteri reali. Con quale controllo sul terreno. Oggi l’unica merce spendibile sono gli ostaggi. Niente legittimità istituzionale, niente progetto di sicurezza accettabile per la controparte, nessuna garanzia di esecuzione il giorno dopo la firma. Se ti presenti solo con gli ostaggi, il negoziato ha lo spessore di un foglio di carta velina.
Sul lato israeliano la politica si interroga sul dopo. Un’idea concreta di Stato palestinese con confini, sicurezza e bilancio non esiste nemmeno nell’anticamera della scatola cranica del più ottimista. Finché mancano le tre fondamenta sicurezza, governo operativo immediato, soldi vincolati a risultati misurabili ogni annuncio resta aria fritta.
La chiave di lettura operativa è semplice. Prima si chiude il dossier ostaggi con verifiche terze e automatismi di ritorno se qualcuno bara. Poi si separa la sicurezza dal civile con una fase transitoria a breve termine, compiti chiari, scadenze vere. I fondi entrano solo a obiettivi centrati. Nessun assegno in bianco. Solo dopo si può parlare di politica e istituzioni.
Va considerato che per Hamas l’unica opzione sul tavolo, se vuole davvero sbloccare tutto, è l’autoeliminazione militare e politica con evacuazione completa dalla Striscia. Qualsiasi mezza via è fumo. O spariscono dalla storia o combattono sino alla fine con il mitra in una mano e il Corano nell’altra, confidando nel Paradiso e le 72 vergini. Sparirebbero lo stesso, ma 72 vergini al seguito sono pur sempre tanta roba…
Conclusione. Oggi uno Stato palestinese operativo non esiste neanche come idea funzionante. Il piano sbandierato rischia di essere l’ennesimo flop, l’ennesimo aborto dialettico, l’ennesimo aborto progettuale vanaglorioso trumpiano al quale oramai ci stiamo tristemente abituando.
Fortuna che la Roma è prima in classifica, ma resto scettico.
Piero Terracina

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