Comprensibile la voglia di concludere prima dell’inizio del semestre europeo. Ma niente giustifica tanta intolleranza per ogni minima critica. Come emerge da una intervista di Vannino Chiti rilasciata al Tirreno.

Giustamente, Matteo si preoccupa di un’altra scadenza: il semestre europeo affidato all’Italia che avrà inizio a luglio. Da quel momento, e per sei mesi, sotto scacco ed esposto ad ogni ricatto degli avversari, soprattutto dentro il suo partito, ci sarebbe proprio lui. L’onta di una crisi nel momento di maggiore esposizione a livello interno ed internazionale sarebbe tale da non potersi più risollevare.
Questo spiega (ma non giustifica) tanta intolleranza verso ogni accenno di critica che manifestano, in dosi francamente eccessive, i seguaci del presidente del consiglio.
Uno spaccato della vita all’interno del PD di oggi emerge nitidamente da un brano dell’intervista rilasciata a Mario Lancisi, sul Tirreno, dal senatore Vannino Chiti, primo firmatario del disegno di riforma del Senato alternativo rispetto alla proposta del governo.
D-Non l’ha chiamata neppure il suo ex assistente giuridico Dario Nardella?
R-«Nardella mi ha mandato un sms, dopo la mia intervista a Repubblica, che era una sorta di scomunica. Legittimo cambiare posizioni ma un renzismo acritico, secondo me, non serve neanche a Renzi».
D-Che rapporti ha con il premier?
R-«Normali. Vorrei ricordare che quando Renzi era presidente della Provincia di Firenze mi propose in alcuni incontri riservati di fare il sindaco di Firenze. Gli risposi che occorreva puntare su candidati nuovi, io ero stato già sindaco di Pistoia e presidente della Regione. Contro Renzi non ho nulla. Anzi apprezzo il dinamismo della sua azione, la misura degli 80 euro in busta paga dei meno abbienti e anche la sottolineatura che spesso fa del primato della politica.
D-Se insiste sul suo ddl rischia di far cadere il governo.
R-«Io sono un cattolico e per me la coscienza, come ricorda anche papa Francesco, è fondamentale. Pertanto non mi sento vincolato a ragioni di partito quando in ballo ci sono questioni etiche o di difesa della democrazia e della Costituzione. Questioni non negoziabili, sulle quali non rinuncio, appunto, alle ragioni della mia coscienza».
Invece di lanciare anatemi e scomuniche, Renzi e i suoi farebbero bene ad entrare nel merito, accettando il confronto sulle diverse ipotesi. Perché come le vorrebbero loro (e Berlusconi, salvo ripensamenti) le riforme della legge elettorale e del Senato sono indigeste, confuse e arrangiate. E, oltretutto, sostenute con argomenti fragilissimi.
Prendiamo il Senato: si vuole risparmiare e superare il “bicameralismo perfetto”? Chiti e gli altri firmatari raggiungono lo stesso risultato (con un maggiore risparmio) dimezzando il numero di deputati e senatori e differenziando i compiti delle due Camere.
E prendiamo la legge elettorale: i renziani dicono che è necessaria una riforma che assicuri la governabilità ed invitano a votare l’Italicum . La minaccia è, in caso contrario, di andare al voto: con la legge risultante dalla sentenza della Corte Costituzionale che è proporzionale e non darebbe alcuna maggioranza. Complimenti per la coerenza!
Se questo è il prezzo da pagare per tenere fede alla voglia di dimostrare il “cambio di passo” e la velocità delle decisioni, francamente sembra troppo alto. L’impressione che rischia di prevalere è quella di tanti improvvisatori che, messi assieme, assomigliano sempre di più ad una armata Brancaleone.
Certamente in Italia c’è bisogno di cambiare, e non poco. Ma nessuno può arrogarsi l’esclusiva della voglia di cambiamento. E tutti, proprio tutti, sono persuasi che il primo cambiamento necessario è quello di avere, finalmente, meno propaganda e più sostanza.

Scusate l’errore, volevo solo ripetere il mio slogan elettorale:
DISERTARE LE PROSSIME ELEZIONI EUROPEE E ALLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE NAZIONALI AZZERARE LE RAPPRESENTANZE PARLAMENTARI DEL PARTITO DEMOCRATICO E DI FORZA ITALIA.
Caro Nicola,
anche se non esposto nel cattocomunismo come una Rosy Bindi, certamente Vannino Chiti è un cattolico per molti aspetti affine a quell’area. La sua contrapposizione a Renzi per le riforme costituzionali dà quindi l’occasione per un confronto disinteressato all’interno del cattolicesimo politico tra il versante prossimo al cattocomunismo e il cattolicesimo liberale. Balza agli occhi che il cattolicesimo liberale è un ossimoro molto più impraticabile sotto il profilo della coerenza speculativa teologica e politica del cattocomunismo. La sottigliezza dell’incoerenza del cattolicesimo liberale è tale che può essere abilmente nascosta in una tattica accorta, vedi alti e bassi del pragmatismo, la stessa tattica che ha permesso per mezzo secolo ai cattolici di governare l’Italia. Ora se indaghiamo il tasso di contraddizioni che insorgono in ogni scelta del cattolico in politica è innegabile che il cattocomunismo, benché più sbracato e intransigente, sia intimamente più coerente nel sua radicalismo egualitario che trascina nell’immanenza le attese della Parusia, molto più coerente rispetto alle pretese del cattolicesimo liberale la cui unica ideologia coincide col proprio unico strumento, la mediazione del riformismo per altro riformismo. Nel cattolicesimo liberale il mito del pragmatismo non sta nell’empirismo anglosassone ma nell’identità tra ideologia cattolica e il suo strumento che trascina su un piano di pragmatismo altalenante in sé lesivo per le irrinunciabili istanze della tradizione del cattolicesimo sociale. Intendo con ciò che il cattolicesimo illuminato è sì ricco di individualità precedenti anche l’89, ma cade prima o dopo nelle stesse aporie del cattocomunismo da cui si differenzia solo dando accelerazione al tasso di ipocrisia delle istanze cattoliche ridotte a facciata. Ma sappiamo pure che il cattolico è capace di vertiginosi dietro front dalla propria ipocrisia, se essa lo ha condotto troppo lontano dalla via di Damasco. La storia del cattolicesimo politico novecentesco è la storia di questa altalena, dopo il cattofascismo dal ’29 al ‘38, dopo il cattoclericalismo della stagione democristiana che è vivacchiata a singhiozzi tra cattocomunismo e cattoliberalismo, ora con Renzi si dovrebbe aprire una stagione cattoliberale a tutto campo, giustificata non tanto dalle condizioni del paese, quanto dall’allineamento alle funzionalità di nazioni portate a modello ma a noi storicamente e culturalmente estranee, fatte compagne di viaggio obbligate dal diktat transeunte della globalizzazione, ossia dalla caricatura tecnologica della cristiana evangelizzazione, in cui il cattolico sguazza vittima anch’egli della palude di comprensione che sta attualmente paralizzando il pensiero critico. Direi che con Renzi la plurisecolare traiettoria del cattolicesimo politico novecentesco in tutte le sue versioni si stia concludendo, sia per la risibilità del personaggio, sia per la debolezza delle necessità imposte dallo scenario. Quanto allo scenario ho già avanzato i miei dubbi sulla fondatezza di una globalizzazione trascinata dal tecnomercato, e mi esento dall’enumerare i limiti materiali e culturali invalicabili che si celano nel tecnomercato inteso come vettore unificante. Quanto al personaggio le difficoltà sono sotto gli occhi e dispiace che discrepanze così macroscopiche debbano essere ricordate. Renzi è un figlio dell’indulgenza del ’68, che nel suo programma senile prevedeva di rinnegare e condannare i propri padri e connotati. Fin da quegli anni e per mia sventura mi piaceva ripetere l’espressione “ I non selezionati selezioneranno “, e questo sta accadendo addirittura con risvolti psicanalitici. Renzi, figlio dei ceti che scambiarono la politica per ufficio di collocamento, Renzi, che ha alle spalle una mediocre carriera politica sia per le cariche sia per i tempi in esse rivestiti, sembra dominato dal rimosso del proprio passato. Non altrimenti si deve interpretare la sua ossessione di impedire che troppi si dedichino alla politica – proprio lui! – o che le Province siano davvero estirpate, o che il Senato sia di fatto svuotato d’ogni valore istituzionale prima di essere azzerato. Renzi si sta muovendo in politica come chi ritorna a cancellare le tracce del proprio crimine per poi porsi come uomo nuovo, mentre è vecchissimo nei contenuti e nel loro darsi. Ora l’indebolimento oggettivo degli organi di garanzia e decisione come è nella riforma del Senato, insieme a una legge elettorale che in nome della governabilità impone la dittatura da parte della minoranza reale del paese, sono dati di fatto negati solo da chi è in scoperta malafede. E concludo con la nota di colore forse più triste per me. Renzi è un prodotto di quella che chiamo “florentinitade” che con la nostra Firenze non ha niente a che vedere. La “florentinitade” è odiosa e stupida, possiede tassi di americanismo che superano di gran lunga la media dell’americanismo di questo disgraziato paese. Cosa fanno più di venti collegi americani in città? Chi è questa gente? Cosa vuole da noi, oltre alla retorica michelangiolesca e collinare? Ci preoccupiamo a ragione delle migliaia di disperati che sbarcano in Sicilia, ma perché non ci preoccupiamo degli spocchiosi che imitano la consunta stagione degli anglobeceri, di chi viene qua a rifarsi la verginità con un neoplatonismo turistico e aeroportuale, perché non ci preoccupiamo di un’informazione locale che a ogni piè sospinto evoca come una benedizione dall’alto l’accostamento alle gioie del “newyorchismo”, per non dire della ridicola “querelle” su un aeroporto ridicolo, fino ai penosi arredi urbani in cui il tenero verde va a coprire la nostra pietra perché l’ottica estetica delle sovrintendenze è compiacente con un’ottica nordica? In questo sfascio mentale fatto passare per il nuovo planetario un Renzi e la sua comitiva hanno potuto prosperare e approntare la loro scalata da due lire. E dispiace molto che il gruppo di Pensalibero abbia visto in lui non un fantino appiedato ma il cavallo di razza per sognare la rivincita dei piccoli partiti contro l’asfissia cattocomunista. La quale asfissia fu intollerabile e esecrabile ma intimamente più coerente con i travagli e le furbizie del cattolicesimo politico italiano, rispetto al pragmatismo coatto perché non empirico del cattolicesimo liberale che impone velocità per dare il tempo di nascondere la mano a chi ha lanciato il sasso. Ma nascondere la mano è importante per nascondere l’ennesima cattolica ipocrisia che alla fine ci farà pagare molto più di un conto politico.
A proposito di riforme, dal sito de la Repubblica:
La rabbia di Nencini. “E bravi!”, ironizza amaro su Facebook Riccardo Nencini, segretario del Psi, vice ministro alle Infrastrutture e firmatario del ddl con Forza Italia. “Bocciato in Commissione l’art. 1 del disegno di legge Buemi-Nencini-Longo sulla responsabilità civile dei magistrati. Una bella prova di civiltà giuridica. Nonostante il crepuscolo berlusconiano, la giustizia continua a fare da spartiacque tra le forze politiche, producendo un danno agli italiani e a certa sinistra, prigioniera di stereotipi del passato. E dire che anche il premier Renzi era stato chiaro”.
Caro Nicola,
anche se non esposto nel cattocomunismo come una Rosy Bindi, certamente Vannino Chiti è un cattolico per molti aspetti affine a quell’area. La sua contrapposizione a Renzi per le riforme costituzionali dà quindi l’occasione per un confronto disinteressato all’interno del cattolicesimo politico tra il versante prossimo al cattocomunismo e il cattolicesimo liberale. Balza agli occhi che il cattolicesimo liberale è un ossimoro molto più impraticabile sotto il profilo della coerenza speculativa teologica e politica del cattocomunismo. La sottigliezza dell’incoerenza del cattolicesimo liberale è tale che può essere abilmente nascosta in una tattica accorta, vedi alti e bassi del pragmatismo, la stessa tattica che ha permesso per mezzo secolo ai cattolici di governare l’Italia. Ora se indaghiamo il tasso di contraddizioni che insorgono in ogni scelta del cattolico in politica è innegabile che il cattocomunismo, benché più sbracato e intransigente, sia intimamente più coerente nel sua radicalismo egualitario che trascina nell’immanenza le attese della Parusia, molto più coerente rispetto alle pretese del cattolicesimo liberale la cui unica ideologia coincide col proprio unico strumento, la mediazione del riformismo per altro riformismo. Nel cattolicesimo liberale il mito del pragmatismo non sta nell’empirismo anglosassone ma nell’identità tra ideologia cattolica e il suo strumento che trascina su un piano di pragmatismo altalenante in sé lesivo per le irrinunciabili istanze della tradizione del cattolicesimo sociale. Intendo con ciò che il cattolicesimo illuminato è sì ricco di individualità precedenti anche l’89, ma cade prima o dopo nelle stesse aporie del cattocomunismo da cui si differenzia solo dando accelerazione al tasso di ipocrisia delle istanze cattoliche ridotte a facciata. Ma sappiamo pure che il cattolico è capace di vertiginosi dietro front dalla propria ipocrisia, se essa lo ha condotto troppo lontano dalla via di Damasco. La storia del cattolicesimo politico novecentesco è la storia di questa altalena, dopo il cattofascismo dal ’29 al ‘38, dopo il cattoclericalismo della stagione democristiana che è vivacchiata a singhiozzi tra cattocomunismo e cattoliberalismo, ora con Renzi si dovrebbe aprire una stagione cattoliberale a tutto campo, giustificata non tanto dalle condizioni del paese, quanto dall’allineamento alle funzionalità di nazioni portate a modello ma a noi storicamente e culturalmente estranee, fatte compagne di viaggio obbligate dal diktat transeunte della globalizzazione, ossia dalla caricatura tecnologica della cristiana evangelizzazione, in cui il cattolico sguazza vittima anch’egli della palude di comprensione che sta attualmente paralizzando il pensiero critico. Direi che con Renzi la plurisecolare traiettoria del cattolicesimo politico novecentesco in tutte le sue versioni si stia concludendo, sia per la risibilità del personaggio, sia per la debolezza delle necessità imposte dallo scenario. Quanto allo scenario ho già avanzato i miei dubbi sulla fondatezza di una globalizzazione trascinata dal tecnomercato, e mi esento dall’enumerare i limiti materiali e culturali invalicabili che si celano nel tecnomercato inteso come vettore unificante. Quanto al personaggio le difficoltà sono sotto gli occhi e dispiace che discrepanze così macroscopiche debbano essere ricordate. Renzi è un figlio dell’indulgenza del ’68, che nel suo programma senile prevedeva di rinnegare e condannare i propri padri e connotati. Fin da quegli anni e per mia sventura mi piaceva ripetere l’espressione “ I non selezionati selezioneranno “, e questo sta accadendo addirittura con risvolti psicanalitici. Renzi, figlio dei ceti che scambiarono la politica per ufficio di collocamento, Renzi, che ha alle spalle una mediocre carriera politica sia per le cariche sia per i tempi in esse rivestiti, sembra dominato dal rimosso del proprio passato. Non altrimenti si deve interpretare la sua ossessione di impedire che troppi si dedichino alla politica – proprio lui! – o che le Province siano davvero estirpate, o che il Senato sia di fatto svuotato d’ogni valore istituzionale prima di essere azzerato. Renzi si sta muovendo in politica come chi ritorna a cancellare le tracce del proprio crimine per poi porsi come uomo nuovo, mentre è vecchissimo nei contenuti e nel loro darsi. Ora l’indebolimento oggettivo degli organi di garanzia e decisione come è nella riforma del Senato, insieme a una legge elettorale che in nome della governabilità impone la dittatura da parte della minoranza reale del paese, sono dati di fatto negati solo da chi è in scoperta malafede. E concludo con la nota di colore forse più triste per me. Renzi è un prodotto di quella che chiamo “florentinitade” che con la nostra Firenze non ha niente a che vedere. La “florentinitade” è odiosa e stupida, possiede tassi di americanismo che superano di gran lunga la media dell’americanismo di questo disgraziato paese. Cosa fanno più di venti collegi americani in città? Chi è questa gente? Cosa vuole da noi, oltre alla retorica michelangiolesca e collinare? Ci preoccupiamo a ragione delle migliaia di disperati che sbarcano in Sicilia, ma perché non ci preoccupiamo degli spocchiosi che imitano la consunta stagione degli anglobeceri, di chi viene qua a rifarsi la verginità con un neoplatonismo turistico e aeroportuale, perché non ci preoccupiamo di un’informazione locale che a ogni piè sospinto evoca come una benedizione dall’alto l’accostamento alle gioie del “newyorchismo”, per non dire della ridicola “querelle” su un aeroporto ridicolo, fino ai penosi arredi urbani in cui il tenero verde va a coprire la nostra pietra perché l’ottica estetica delle sovrintendenze è compiacente con un’ottica nordica? In questo sfascio mentale fatto passare per il nuovo planetario un Renzi e la sua comitiva hanno potuto prosperare e approntare la loro scalata da due lire. E dispiace molto che il gruppo di Pensalibero abbia visto in lui non un fantino appiedato ma il cavallo di razza per sognare la rivincita dei piccoli partiti contro l’asfissia cattocomunista. La quale asfissia fu intollerabile e esecrabile ma intimamente più coerente con i travagli e le furbizie del cattolicesimo politico italiano, rispetto al pragmatismo coatto perché non empirico del cattolicesimo liberale che impone velocità per dare il tempo di nascondere la mano a chi ha lanciato il sasso. Ma nascondere la mano è importante per nascondere l’ennesima cattolica ipocrisia che alla fine ci farà pagare molto più di un conto politico.
“…quando in ballo ci sono questioni etiche o di difesa della democrazia …”!
E bravo Vannino Chiti cattolico estimatore di Papa Francesco ! Ma a me risultava anche fosse capofila nell’ affossamento della minacciata riduzione dei mega stipendi…una vera questione etica ! Ma chi gli regge la grancassa ?