
Quello che è successo ieri, 14 dicembre, a Bondi Beach il durante “Chanukah by the Sea”, non è “solo” una strage: è un messaggio. Uomini armati che aprono il fuoco su famiglie riunite per accendere una menorah sulla spiaggia – bambini, anziani, gente normale – significa voler colpire la visibilità ebraica, la festa, la luce esposta nello spazio pubblico. Le autorità australiane hanno parlato di attacco terroristico antisemita, con un bilancio salito nelle ore tra 11 e 16 morti a seconda degli aggiornamenti (con un sospetto ucciso e l’altro in condizioni critiche), e decine di feriti; tra le vittime è stato indicato anche il rabbino Eli Schlanger, Chabad.
E qui il punto non è fare a gara a chi urla più forte. Il punto è capire che cosa rende possibile un episodio del genere in un Paese come l’Australia, e perché proprio a Chanukkah. Se la chiamiamo “onda lunga del 7 ottobre”, come fanno alcuni, rischiamo di trasformare una causa complessa in un interruttore unico: ON/OFF. In realtà è più simile a quello che Gilles Kepel descrive quando parla di ecosistemi: una miscela di polarizzazione, imprenditoria dell’odio, propaganda, micro-radicalizzazioni, e un terreno sociale già predisposto. Non serve essere “inermi” per essere bersagli: basta essere simbolo. La menorah accesa in pubblico – Chabad lo fa ovunque proprio per questo – diventa un bersaglio perfetto per chi vuole portare la guerra nel quotidiano e trasformare una minoranza in capro espiatorio.
Poi c’è il tema, freddo e scomodo, della prevedibilità. Non nel senso complottista (“si sapeva tutto”), ma nel senso statistico e politico: negli ultimi due anni l’Australia ha registrato un’impennata di episodi antiebraici, e il report dell’Executive Council of Australian Jewry indica 1.654 incidenti tra 1 ottobre 2024 e 30 settembre 2025, numeri fuori scala rispetto al passato. Quando una società vede crescere così tanto intimidazioni, vandalismi, aggressioni e incitamenti, non è più un “clima”. È un’infrastruttura. E un’infrastruttura, prima o poi, produce un attentato.
“Ma non confondiamo antisemitismo e critica a Israele.” Vero. Solo che qui non stiamo parlando di critica politica: stiamo parlando di uomini che sparano su un evento ebraico. L’antisemitismo contemporaneo ha un trucco: si maschera da discorso morale assoluto, scivola dall’anti-israelismo alla demonizzazione degli ebrei come collettivo, e infine al permesso implicito: “se li colpisci, è resistenza”. È una catena che parte dalle parole e finisce nel piombo. Per questo frasi-slogan come “globalize the intifada” diventano micce: non perché ogni manifestante sia un terrorista, ma perché una minoranza violenta ci legge un’autorizzazione. E quando il fuoco attecchisce, è tardi per distinguere le intenzioni.
In parallelo, e qui serve onestà: la strage viene subito risucchiata nella contesa politica. Netanyahu e altri leader israeliani hanno accusato Canberra di aver “alimentato” l’antisemitismo, collegando la questione anche al riconoscimento della Palestina annunciato dall’Australia (e ad altre scelte diplomatiche). Reuters riporta questo scambio durissimo. Ma attenzione: è troppo facile trasformare l’orrore in un’arma retorica. Si può dire contemporaneamente che riconoscere uno Stato palestinese non è “sparare agli ebrei”, e uno Stato che fa quel passo ha il dovere raddoppiato di blindare le proprie minoranze, perché sa che nel clima attuale ogni simbolo viene radicalizzato da qualcuno. La politica estera non giustifica la violenza, ma può cambiare la temperatura interna se manca un argine chiaro e credibile.
E qui entra il fallimento tipico delle democrazie quando l’odio cresce: reagiscono dopo. Dopo l’incendio, le promesse. Dopo il sangue, le task force. Albanese ha definito l’attacco “un atto di malvagio antisemitismo” e ha parlato di sradicare l’odio. Bene. Però la domanda che resta è: cosa c’era prima? C’erano allarmi delle comunità? C’erano dati? C’era un pattern di minacce? Se sì, allora non basta dire “tolleranza zero”. Serve un sistema. Perché l’odio non è solo un reato, è un’abitudine sociale che si installa.
Chanukkah, poi, è una festa che parla proprio di questo: non dell’eroismo hollywoodiano, ma della tenacia. Una luce piccola che non dovrebbe durare e invece dura. La tentazione, dopo Bondi, è spegnere la luce per prudenza: rendersi invisibili, non fare eventi, non esporre simboli, non “provocare”. È umano. Ma è anche il trionfo del terrorista: non uccide solo persone, uccide la normalità. E infatti la vera battaglia – la più difficile – non è accendere una candela, ma mantenere l’idea che accenderla sia normale.
Quando la violenza “esportata” non colpisce più obiettivi statali ma riti civili, feste, spazi comuni. È terrorismo come pedagogia negativa: insegna a tutti a vivere più stretti, più sospettosi, più tribali. E la risposta seria non è solo polizia ma una politica che interrompa i circuiti: finanziamenti opachi, predicatori d’odio, reti online, e anche quel conformismo “educato” che tollera l’insulto perché “è solo uno slogan”. Perché oggi sappiamo che non è “solo”.
Alla comunità ebraica australiana, e a chiunque si senta toccato, resta una domanda intima e devastante: “Siamo ancora a casa?” Il Guardian riporta che alcuni leader temono un’escalation e persino un’uscita di massa. È la domanda che fa più male perché non riguarda geopolitica: riguarda appartenenza. E la risposta, se una democrazia vuole chiamarsi tale, non può essere “vi capiamo”. Deve essere: vi proteggiamo, vi rispettiamo, e non negoziamo la vostra sicurezza con nessuno. Non perché gli ebrei siano “speciali”, ma perché quando una minoranza diventa bersaglio, il giorno dopo il bersaglio si allarga. La storia lo ripete con una noia crudele.
Ecco perché questo attacco è uno spartiacque. Non solo per gli ebrei. Per tutti. Perché o la società decide che il confine è invalicabile – e lo dimostra con leggi applicate, intelligence, scuola, media, responsabilità politica e culturale – oppure la prossima Hanukkah, il prossimo Ramadan, la prossima messa di Natale, il prossimo Pride, la prossima manifestazione qualunque, diventa “un rischio calcolato”. E una società che vive così non è più libera: è solo in pausa, in attesa del prossimo sparo.
Nico Kir

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