
di Roberto Italia*
Dopo aprile 2025, luglio 2025 e febbraio 2026, la politica commerciale di Donald Trump giunge a un nuovo snodo. Il 23 luglio 2026 il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), Jamieson Greer, ha annunciato dazi tra il 10% e il 12,5% su molte merci provenienti da 60 economie – tra cui Cina e Unione europea[1] – ricorrendo alla Sezione 301 del Trade Act del 1974.
Trump ha rispolverato così lo spartito utilizzato nel 2018-19 che gli consentì di muovere la prima guerra commerciale contro la Cina. È l’ennesimo capitolo dell’America First Trade Policy nonché il primo tassello nell’ambito di una strategia di ricostruzione su basi più solide di quel muro tariffario che lo scorso febbraio la Corte suprema (SCOTUS) aveva smantellato in buona parte (Figura 1).
Figura 1

Dall’IEEPA alla Sezione 122: un anno volatile
Da novembre 2024 a oggi, Trump ha minacciato di imporre dazi in oltre 60 occasioni. Un conteggio che include imposizioni effettive, avvii di indagini preliminari, repentini dietrofront e annunci via Truth Social. Una sequenza di iniziative che può apparire senza senso, ma che segue una logica ben precisa: la possibilità di modulare l’offensiva tariffaria ricorrendo a una pluralità di basi giuridiche che consentono – salvo l’intervento del potere giudiziario – all’amministrazione statunitense di agire sulle importazioni con margini di manovra differenti (Tabella 1). Considerando anche il suo primo mandato, Trump detiene un primato rispetto ai suoi predecessori alla Casa Bianca: è l’unico presidente ad aver invocato tutte le opzioni a disposizione.
Tabella 1

Per capire come si è arrivati ai dazi entrati in vigore il 24 luglio, occorre riavvolgere il nastro e ripercorrere gli ultimi 18 mesi.
Tra febbraio 2025 e febbraio 2026, Trump ha scatenato la più ampia offensiva tariffaria della storia degli Stati Uniti degli ultimi 100 anni. Il momento di maggiore intensità è avvenuto nella primavera 2025, con l’annuncio dei dazi “reciproci” il 2 aprile (“Liberation Day”), le tensioni alle stelle tra Washington e Pechino, e una proiezione di dazio effettivo medio sopra il 20%. Questo è stato possibile grazie al ricorso spregiudicato e senza precedenti all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977, che conferisce al presidente ampi poteri, tra cui la “regolamentazione delle importazioni”, per affrontare emergenze nazionali. Nel corso di quei 13 mesi, sfruttando il fatto di essere il primo presidente a farlo, Trump ha preso tutti in contropiede: si è servito dell’IEEPA per minacciare e imporre dall’oggi al domani dazi elevati – a due o anche tre cifre – nei confronti di specifici Paesi, con l’obiettivo di ottenere concessioni di politica estera, impegni di investimento straordinari e un migliore accesso ai mercati per il Made in the USA. Inoltre, queste misure hanno fatto impennare immediatamente i prelievi in dogana agli importatori: grazie ai dazi IEEPA, in particolare quelli “reciproci”, il Tesoro ha incassato circa la metà delle entrate tariffarie federali del 2025, ossia 140 miliardi di dollari su quasi 260 miliardi complessivamente riscossi in dogana.[2]
Questa estrema flessibilità, esibita in tutta la sua teatralità il 2 aprile 2025 a Rose Garden e durata per oltre un anno, si è però dovuta scontrare a un certo punto con il sistema giudiziario a stelle e strisce.[3] Infatti, il 20 febbraio 2026 la SCOTUS ha stabilito che l’IEEPA non autorizza, senza se e senza ma, il presidente a imporre dazi. La sentenza ha fatto venir meno dall’oggi al domani una parte significativa dell’impianto tariffario costruito da Trump 2, oltre ad aprire le porte a un maxi-rimborso alle imprese da parte del Tesoro – che ha registrato un balzo nei rimborsi alle aziende rispetto a numeri fisiologici sia a maggio (22 miliardi di dollari erogati) che a giugno (49,2 miliardi) che a luglio (33,4 miliardi) alla voce “Customs Duties”, mandando il saldo mensile in territorio negativo per tre volte consecutive. L’amministrazione MAGA, tuttavia, si aspettava da tempo questo esito e aveva già predisposto una strategia alternativa.
Il 24 febbraio i dazi IEEPA, in particolare quelli “reciproci”, sono stati rimpiazzati da un dazio universale pari al 10% ai sensi della Sezione 122 del Trade Act del 1974. Questa base giuridica attribuisce esplicitamente al presidente la facoltà di imporre unilateralmente dazi fino al 15% sui beni importati “ogniqualvolta problemi fondamentali nei pagamenti internazionali richiedano misure speciali sulle importazioni per limitarle”. Accampando come scusa – già, peraltro, messa in discussione nei tribunali – la presenza di persistenti squilibri all’interno del conto delle partite correnti degli USA, la Casa Bianca ha colmato buona parte del vuoto lasciato dai dazi IEEPA e ha potuto raccogliere altri 31 miliardi di dollari tra la fine di febbraio e l’inizio di luglio. Lo ha fatto, tuttavia, nella consapevolezza che la Sezione 122 prevede un limite temporale alle misure introdotte pari a 150 giorni, salvo una proroga autorizzata dal Congresso, eventualità mai realmente sul tavolo in questi mesi alla luce delle elezioni di metà mandato a novembre e dell’impatto della guerra in Medio Oriente sull’economia statunitense.
Sezione 301 e Sezione 232: Trump 2, la forza di uno
È così che Trump non ha potuto far altro che ricorrere a basi giuridiche che autorizzano sì inequivocabilmente il potere esecutivo a imporre dazi, ma richiedono anche accertamenti e passaggi procedurali prima di poterli introdurre. Si arriva dunque alle misure tariffarie della Sezione 301 annunciate il 23 luglio. Questi dazi, tra il 10 e il 12,5% secondo quattro diversi regimi, sostituiscono quelli della Sezione 122 e colpiscono le importazioni degli USA provenienti da 86 Paesi, che rappresentano il 99,4% di ciò che arriva dall’estero sul suolo a stelle e strisce, accusandoli di “non aver imposto e fatto rispettare efficacemente il divieto di importazione di merci prodotte con il lavoro forzato”.[4] Sui beni dell’UE, per esempio, verrà applicata un’aliquota attorno al valore di riferimento del 10%. In linea con la logica sancita un anno fa dall’accordo di Turnberry, i prodotti comunitari soggetti a dazi della nazione più favorita (Most Favoured Nation, MFN) inferiori al 10% vedranno l’aliquota aumentare al 10%; i prodotti già soggetti a dazi MFN pari o superiori al 10% non vedranno ulteriori prelievi in dogana ma solo quelli MFN. Eccezion fatta per Canada e Messico, si tratta del trattamento meno stringente, condiviso con Taiwan, riservato alle economie indagate. Come in passato, vengono risparmiati dai dazi molte merci, come i prodotti colpiti dalle azioni della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, i beni conformi allo USMCA, certe materie prime critiche, energia, beni del comparto tecnologico, aerospaziale, farmaceutico, agricolo, tessile, ecc.
Il dossier, palesemente pretestuoso e già portato in tribunale, non è l’unico di cui si sta occupando lo USTR ai sensi della Sezione 301. C’è un’altra indagine aperta che coinvolge 16 economie – tra cui Cina, UE, Giappone e India – “che sembrano presentare un eccesso strutturale di capacità produttiva in diversi settori manifatturieri, come dimostrano, ad esempio, ampi o persistenti avanzi commerciali oppure capacità produttiva sottoutilizzata o inutilizzata”. La chiusura dell’indagine non è ancora avvenuta, ma tutto fa pensare a nuovi dazi in arrivo che, insieme a quelli per il lavoro forzato, ristabiliscano in toto le aliquote IEEPA in vigore prima della decisione della SCOTUS di febbraio. In questo caso per i prodotti UE il dazio salirebbe dal 10 al 15%.
In secondo luogo, come hanno dimostrato i recenti annunci riguardanti le importazioni di polisilicio/derivati e droni/componenti, Trump può ancora fare affidamento sui numerosi dazi già introdotti nonché su quelli eventualmente derivanti dalle molteplici indagini in corso ai sensi della Sezione 232. Misure difficili da rimuovere, tanto per ragioni politiche quanto giuridiche visto che toccano interessi settoriali e geografici rilevanti a fini elettorali. Infine, va segnalato il triplice ricorso della Casa Bianca alla Sezione 338 del Tariff Act del 1930 su circa 20 miliardi di dollari di importazioni dal Canada: una scelta senza precedenti che, nonostante sia limitata nella portata – il 50% minacciato verrebbe prelevato sul 5% di ciò che vende il Canada al suo partner nordamericano – e possa alla fine non essere attuata a partire dal 19 agosto, costituisce per Trump un primo test per capire fin dove può spingersi senza l’IEEPA nei prossimi mesi.
Dal breve al lungo periodo
Più che il ritorno massiccio di posti di lavoro nella manifattura statunitense – missione utopistica – o la protezione delle industrie strategiche – perseguibile attraverso altri strumenti di politica economica – l’America First Trade Policy 2 continua a scommettere su due risultati più immediati e spendibili in patria. Il primo è di natura fiscale, ovvero l’aumento immediato del gettito per mitigare parzialmente un deficit di bilancio a livello federale indomabile – anche per colpa dello stesso Trump – e sempre più vicino alla soglia annua dei 2mila miliardi di dollari. A parità di condizioni, fatto tutt’altro che scontato come si è visto a febbraio, nella testa del presidente un’aliquota effettiva media stabilmente al 15% imposta dal governo su un import che si aggira a 3.400 miliardi di dollari porterebbe a pieno regime nelle casse del Tesoro 510 miliardi ogni anno. Il secondo risultato è di natura politica, ovvero l’”estrazione” di concessioni di svariata natura dagli altri Paesi.
Su entrambi i fronti, la spregiudicatezza e la celerità dell’amministrazione MAGA permettono al presidente di ottenere comunque risultati anche senza la carta IEEPA, sfruttando la lunghezza dell’iter giudiziario e la digestione ormai avvenuta di questo livello di dazi da parte di Wall Street e degli altri Paesi (eccezion fatta per la Cina).
Infine, la raffica di annunci e azioni riguardanti la politica commerciale di Trump 2 che ha caratterizzato questi ultimi 18 mesi si intreccia con due questioni profonde. Il primo elemento da sottolineare è che le categorie di merci lasciate fuori dalle misure tariffarie restano cospicue: circa il 58% dell’import in termini di valore entra ogni mese nel mercato statunitense a dazio zero. Tra queste merci, spiccano l’energia e molti beni abilitanti per l’intelligenza artificiale (Figura 2). Queste esenzioni, niente affatto casuali, stanno spingendo la corsa degli USA all’IA e stanno dando respiro a un’economia in rallentamento rispetto all’andamento pre-2025.
Figura 2

Il secondo elemento è che la politica commerciale di Trump sta accelerando trasformazioni già in atto nella geografia dei fornitori degli USA (Figura 3 e Figura 4), trasformazioni che alimentano tra l’altro la retorica sul fenomeno del “Great Transshipment Scam“ dalle parti della Casa Bianca in vista delle elezioni di novembre. Il Messico, complici anche le esenzioni tariffarie sui beni conformi allo USMCA godute in questo anno e mezzo, è ormai proiettato a superare l’Unione europea come principale fonte di beni ed è già un Paese connettore chiave per il boom dell’IA statunitense – il che porta a pensare a un’intesa prima o poi tra i partner nordamericani sul rinnovo dell’accordo di libero scambio; i Paesi dell’ASEAN hanno ormai compensato il crollo delle importazioni statunitensi dalla Cina, anche grazie a pratiche di trasbordo e a spostamenti di linee produttive dalla prima economia asiatica; Taiwan, infine, sta scalando le classifiche grazie al ruolo che ricopre lungo la filiera dell’IA con i suoi semiconduttori avanzati e i suoi investimenti in Arizona.
Figura 3

Figura 4

Si apre così il terzo capitolo dell’America First Trade Policy 2 dopo la grande offensiva tra febbraio 2025 e febbraio 2026 e la toppa messa tra febbraio e luglio 2026. Il presidente spera ora di aver posto il suo muro tariffario su basi più solide rispetto al passato, da alzare ulteriormente nei prossimi mesi qualora la contingenza politica, economica e finanziaria glielo permettesse. Molto dipenderà sicuramente da quanto accadrà nei tribunali statunitensi, dove potrebbe prevalere la tradizionale deferenza dei giudici verso le conclusioni fattuali dell’esecutivo nell’ambito della Sezione 301 e della Sezione 232. Comunque vada, il dado è da lungo tempo tratto: la metamorfosi del sistema commerciale internazionale è in atto, alimentata anche dalla svolta protezionistica della prima economia e del primo importatore di beni al mondo.
Roberto Italia
*Istituto Ispi
[1] Gli Stati membri dell’UE sono conteggiati come una sola economia tra le 60 oggetto dell’indagine dello USTR.
[2] Questo importo è approssimativamente salito a febbraio 2026 a un totale di 166 miliardi di dollari, a cui dovrebbero aggiungersi gli interessi, coinvolgendo nei 13 mesi 330.566 importatori per 53.173.939 spedizioni di merci in entrata nel Paese.
[3] Prima della decisione della Corte suprema, erano già avvenute le bocciature dei dazi IEEPA da parte della Corte per il commercio internazionale degli Stati Uniti e della Corte distrettuale per il Distretto di Columbia a maggio 2025 e della Corte d’appello per il circuito federale ad agosto 2025. A onor del vero, già prima delle elezioni presidenziali del 2024 erano emersi parecchi dubbi sulla possibilità per l’esecutivo di imporre dazi indiscriminati in assenza di emergenze nazionali effettive, indipendentemente dagli equilibri al Congresso.
[4] Il Brasile è stato bersaglio esclusivo di una seconda indagine dello USTR.

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