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Stati Uniti d’Europa

di Sàntolo Cannavale | 27 Febbraio 2016

debitoVogliamo davvero farla funzionare l’Unione europea? Vogliamo vederli realizzati gli Stati Uniti d’Europa?

A volte gli “shock” sono dei sollecitatori eccezionali e non programmati per ritrovare equilibri soddisfacenti idonei a proseguire in sicurezza un certo cammino (politico, sociale, economico …).

In termodinamica si apprende che lo stress termico (oshock termico) è uno stato di sollecitazione interna ad un materiale causato da variazioni termiche che, se brusche, possono causare in elementi fragili (ad esempio lastre di vetro) la loro rottura.

Questo fenomeno è tanto più marcato tanto minore è la conducibilità termica del materiale e/o tanto più rapido è lo sbalzo termico.
Lo stress termico avviene anche in caso in cui si crea un raffreddamento di una delle due superfici, soltanto che in questo caso la parte resa più fredda tende a contrarsi e quella più calda si oppone a tale movimento.

Il referendum del 23 giugno 2016 improvvidamente propugnato dal britannico David Cameron potrebbe rappresentare lo “shock termico” che giunge al momento opportuno, provvidenziale, per la “rivisitazione e risistemazione” di elementi sconclusionati della incompleta costruzione europea. 

Vista la scarsa, prolungata “conducibilità” tra Gran Bretagna (o meglio classe politica locale) e dirigenza dell’Unione europea, il progetto referendario inglese potrebbe portare ad una rottura del giocattolo Europa (moneta unica compresa) o, al contrario, potrebbe rappresentare la molla che porta al suo completamento ed al suo profittevole funzionamento in prospettiva.

Il tentativo in corso di affratellare la Borsa valori di Londra (London stock exchange ) con quella di Francoforte (Deutsche Boerse) è un segnale illuminante e prepotente lanciato dagli uomini dell’industria e della finanza delle due parti in gioco (tre parti, ad essere buoni, includendo la borsa italiana incorporata in quella londinese) che, con la mente ed il portafoglio viaggiano veloci e concludenti sugli scenari economici prospettici, a differenza della lentezza e dell’opportunismo disgregante della classe politica interessata.

Non fa testo la trattativa di questi giorni tra Cameron e Commissione europea per guadagnare trattamenti economici privilegiati a favore del socio britannico, tesa innanzitutto a “portare a casa” visibilità politica ed elettorale ad uso interno da parte del contraente Cameron, proprio in vista dell’appuntamento referendario del 23 giugno 2016.
Di fatto la trattativa ed i risultati tanto pubblicizzati e commentati appaiono una sceneggiata che danneggia l’immagine del partner inglese ma toglie punti e credibilità anche alla Comunità europea, sollecitata ed ingabbiata a forza in una trattativa che sa tanto di ricatto.

Occorre cogliere la palla al balzo. Inutile dire che tra i tanti problemi che caratterizzano la vita dei 18 Paesi aderenti al patto dell’Euro (fiscale, normativo, giudiziario, amministrativo, ecc.) quello relativo al peso del “debito pubblico” dei partecipanti al patto monetario appare condizionante e portatore di diffidenza non celata tra la Germania (in particolare) ed altri componenti interessati al problema (Italia in primis).

Mi chiedo se non sia possibile ed opportuni intervenire sullo specifico tema investendo la Banca Centrale europea in qualità di “motore” per il riallineamento del peso riferito al debito pubblico in relazione alla ricchezza nazionale prodotta (PIL) dai singoli Stati partecipanti al patto dell’euro.

Era stato deciso in sede europea che i singoli Stati dovessero avere un debito pubblico pari al 60 per cento del PIL nazionale o perlomeno che dovessero tendere nel tempo verso quell’obiettivo di finanza pubblica.

E’ inutile insistere: gli Stati direttamente interessati (Italia in testa in uno alla Grecia) non riescono a perseguire l’allettante obiettivo, nonostante i tentativi continuativamente posti in essere.

A titolo d’esempio, il nostro Paese registra un rapporto tra debito pubblico (2.190 miliardi di euro) e PIL nazionale pari al 132,5 per cento. Per ridurre detto rapporto del 132,5 per cento a quello immaginato e programmato del 60 per cento, il Governo italiano dovrebbe “liberare”, meglio “rimborsare circa mille miliardi di euro di buoni del tesoro emessi a più riprese per rifinanziarsi.

A questa operazione straordinaria potrebbe provvedere la BCE, assumendo su di se i mille miliardi in questione, e riportando la situazione finanziaria italiana ad un punto di partenza tale da renderla allineata e competitiva rispetto agli altri 17 partecipanti al “gioco” della moneta unica e condivisa.

Ovviamente il rapporto del 60 per cento potrebbe essere posizionato ad un livello più o meno elevato in rapporto alle convenienze ed alle intuizioni che la politica europea ritenesse opportune e sopportabili, per il bene di tutta la Comunità, con estensione anche agli altri dieci Paesi dell’Unione, al momento non allineati monetariamente.

Qualcuno potrebbe osservare che i mille miliardi di euro” abbuonati” all’Italia sono un favore eccessivo. A questa osservazione, di per se legittima, si può argomentare che i mille miliardi caricati a debito pubblico italiano sono stati comunque spesi, in massima parte, nella Comunità europea ed a beneficio di aziende ed istituzioni comunitarie ed hanno, in tal modo, apportato direttamente e indirettamente giro d’affari e reddito ai molteplici destinatari.

A questo intervento, per certi versi eccezionale e scioccante, dovrebbero essere collegate delle misure che aumenterebbero il peso dell’organo comunitario nella definizione delle linee di condotta dei singoli Stati “bonificati” e, all’occorrenza, nella “gestione diretta” della rispettiva cosa pubblica nazionale.

L’Unione europea, dovrebbe, tanto per cominciare, nominare un Ministro del Tesoro europeo con legittimità, capacità di intervento e direzione della politica economica e finanziaria dei singoli Stati in via diretta e tramite commissari di sua fiducia e nomina.

La supervisione in atto delle maggiori banche nazionali (cosiddette sistemiche) da parte della BCE sarebbe di per se un braccio operativo di grande rilevanza per l’azione attiva e propositiva del nuovo Ministro del Tesoro europeo.

I Governi nazionali, in questa nuova impostazione di “governance europea” dovrebbero lavorare sul campo e guadagnarsi il grado di affidabilità nei riguardi del costituendo Ministero del Tesoro europeo con conseguente, possibile autonomia di manovra nelle di scelte economiche e finanziarie del loro Paese, in linea stretta con il dettato comunitario.

Con gli “Stati Uniti d’Europa” e con la nuova figura di Ministro del Tesoro europeo il “disallineamento economico” del Mezzogiorno d’Italia, le riforme strutturali a livello nazionale, quelle davvero consistenti ed incidenti, la protezione del risparmio europeo, oggi in balia di provvedimenti innaturali, sarebbero temi e problemi più facilmente supportabili e risolvibili.

Pubblicato in : Primo pianoTag: banca centrale, banca centrale europea, banche, bce, borsa, buoni del tesoro, classe politica, commissione, commissione europea, comunità europea, debito pubblico, euro, europa, finanziaria, francoforte, germania, governo, governo italiano, gran bretagna, grecia, incidenti, italia, la germania, manovra, mezzogiorno

Info Sàntolo Cannavale

Laureato in Economia e Commercio, vanta una grossa esperienza nell’ambito bancario. Ha scritto numerosi articoli a sfondo economico-finanziario. Nel 1992 ha pubblicato “Bot, Cct, Btp: Chi salderà il conto? Debito pubblico e riforme elettorali. Crisi dell’Est europeo e riflessi sull’economia italiana”.

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STATI UNITI D’EUROPA

di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 28 Novembre 2010

Ormai è chiaro anche a chi finora ha evitato di guardare in faccia la realtà: l’euro è in crisi. Non la moneta sui mercati, che pure è ulteriormente scesa arrivando ieri a 1,32 sul dollaro – ma fa solo bene all’export, e poi se si guardano i fondamentali dovrebbe calare ancora – quanto l’impianto stesso della moneta unica. Infatti, formalmente è l’eccesso di deficit e debito pubblico in Grecia e Irlanda a provocare la caduta dell’euro, in realtà è la sua fragilità strutturale che trasforma le difficoltà di quei paesi – che non dispongono più della leva monetaria e quindi non possono svalutare – in altrettante bombe pronte a scoppiare se non vengono disinnescate a suon di miliardi che in solido devono metterci tutti gli altri membri dell’euroclub.

Dunque, finora della crisi finanziaria europea abbiamo confuso le cause con le conseguenze: il rischio di default greco ieri e quello irlandese oggi – come quello portoghese e spagnolo domani, se disgraziatamente la pressione speculativa dovesse continuare – altro non sono che il precipitato di un problema a monte, quello dell’esistenza di debiti sovrani in capo a Stati che hanno una comune valuta.

Racconta chi ha partecipato all’inizio degli anni Novanta alle trattative prima e in occasione della firma del Trattato di Maastricht da cui è nato l’euro, che una delle questioni più spinose che furono affrontate dai padri della moneta unica era proprio quella dei debiti degli Stati membri.

La proposta italiana fu quella di unificarli in un unico debito comune – non casualmente, visto che avevamo già allora quello maggiore, sia in termini di stock sia in proporzione al pil – ma l’idea, che pure non fu formalmente respinta, rimase sulla carta. Al di là della strumentalità, che indubbiamente c’era, l’intenzione non era affatto peregrina, perché con l’eliminazione delle valute nazionali e delle relativa sovranità monetaria veniva a mancare un pezzo decisivo degli strumenti di gestione dei singoli indebitamenti, e siccome tra i firmatari di quel Trattato e poi effettivi soci della moneta europea c’erano paesi forti e sani e altri deboli e indebitati, una politica monetaria unica per situazioni tanto diverse era scritto che avrebbe causato un mare di problemi.

E’ anche vero, peraltro, che per unificare i debiti pubblici si sarebbe dovuto gestire con mano se non unica almeno il più unitaria i deficit correnti, e con essi le politiche fiscali e quelle di spesa. In una parola, l’intera politica economica. Insomma, i padri dell’euro capirono che l’unificazione monetaria avrebbe dovuto comportare la creazione – se non prima, almeno in concomitanza – di uno stato federale che unificasse l’Europa, almeno quella dell’euro, sul piano politico e istituzionale. Ma non se la sentirono di fare quel passo, o più probabilmente non c’erano le condizioni per compierlo, e così si affidarono alla speranza – malriposta – che il processo fosse inverso: prima la moneta e poi l’unificazione politica.

Così non è stato, però, né poteva ragionevolmente essere. E chi, come il sottoscritto – ma in buona compagnia: ricordo il governatore della Banca d’Italia, Fazio – ebbe ad ammonire che quel miracolo non si sarebbe verificato e che costruire l’impianto della moneta europea su quelle fragili basi rappresentava un azzardo che prima o poi avremmo pagato caro, fu descritto non “euro-preoccupato”, come era giusto, e nemmeno “euro-scettico”, che era definizione un po’ forzata e fuorviante ma ci poteva anche stare, bensì fu esposto al pubblico ludibrio con l’infamante bolla di “euro-disfattista”.

Che è la stessa, noto, usata in questi giorni anche per la signora Merkel, rea di aver espresso la sua preoccupazione per un sistema di crisi e di conseguenti salvataggi che non può certo perpetuarsi a lungo, sia perché dopo Grecia e Irlanda c’è spazio solo per un intervento a favore del Portogallo e poi sono finiti i soldi del fondo anti-default varato a giugno, sia perché non ha senso che i paesi solidi e oculati nella gestione della loro finanza pubblica debbano tassarsi per rimediare agli errori compiuti da altri.

Oltretutto, non lo accettano le opinioni pubbliche: quelle dei paesi virtuosi per ovvie ragioni, ma neppure quelle dei paesi “viziosi”, perché giustamente i primi pretendono misure draconiane per mettere in campo gli aiuti (vedi le reazioni, a suon di scioperi e manifestazioni anche violente, che ci sono in Grecia e Irlanda).

Qui i “disfattisti” sono coloro che ritardano colpevolmente il chiarimento finale in seno a Eurolandia: o si va subito verso gli Stati Uniti d’Europa, e allora l’euro si salva, oppure, siccome è assodato che senza un’integrazione politico-istituzionale l’Europa monetaria non ha né senso né futuro, è meglio (meno peggio) decidere una multipla separazione consensuale. Perché l’alternativa è che a prendere la decisione sia in via unilaterale la Germania, che è più che mai tentata dal ripudiare l’euro, o espellendo i paesi più deboli o resuscitando il marco. E non lo dico per prendermi una rivincita postuma: se c’è un paese che dalla crisi dell’euro ha più da rimetterci, questo è l’Italia.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, crisi, crisi finanziaria, debito pubblico, europa, finanziaria, futuro, germania, grecia, la germania, mare, mercati, merkel, misure, moneta unica, nato, politica monetaria, processo, separazione, soldi, speranza, stati membri, stati uniti

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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