La figura di Charles de Foucauld mi incuriosiva già da tempo, ma fino allo scorso anno non avevo letto di lui che poche notizie in qualche articolo di cui neppure ricordo. Nel mio immaginario era rimasta l’idea di questo mistico, di questo solitario esploratore che aveva scelto il deserto come luogo e orizzonte della propria vita e della propria fede. Dopo averlo solo un po’ conosciuto (ho letto di lui, per esempio, quanto ha scritto José Luis Vazquez Borau in “Charles de Foucauld e la spiritualità di Nazaret”, ma ancora mi manca il fondamentale di Rene Bazin, “Charles de Foucauld, esploratore del Marocco, eremita del Sahara”) l’idea si è trasformata in stupore e ammirazione, attrazione, compiacimento.
Nato a Strasburgo nel 1858 da famiglia nobile e benestante ma rimasto orfano di entrambi i genitori nel 1864, con la sorella Marie viene affidato al nonno Charles Gabriel de Morlet. Studente svogliato e apatico, nel 1876 entra alla Scuola Militare di Saint Cyr a Parigi e nel 1878 passa a quella di Cavalleria di Saumur, conducendo uno stile di vita assai poco ordinato, peraltro avendo ereditato alla morte del nonno una ingente eredità che ben presto dilapida. Nel 1880 si trasferisce in Algeria ove “tra i pericoli e le privazioni delle colonne militari”, questo “letterato festaiolo” si comporta “da vero soldato e capo, sopportando allegramente le prove più dure” (Vazquez Borau, op. cit., 18). Ben presto però lascia la vita militare per intraprendere ripetute esplorazioni in Marocco, nelle quali dimostrerà una sorprendente tenacia e resistenza alle ostilità e non solo, ma anche una straordinaria vocazione alla solitudine e alla contemplazione, un grande amore “per l’imprevisto e il primitivo della vita” (Vazquez Borau, op. cit., 18). A pochi anni successivi risale l’inizio di un cammino di fede che lo porta a Nazaret, poi di nuovo in Francia dove nel 1890 entra nella trappa di Notre-Dame-des-Neiges per poi partire per la Siria, trappa di Akbès; ma nel 1897 si scioglie anche dalla trappa. Non cessa però la sua vita religiosa, nella povertà e nella penitenza, anzi. Nel 1901 è ordinato prete nella diocesi di Viviers, ma riparte per l’Africa e si stabilisce nell’oasi di Beni-Abbès, tra Algeria e Marocco, donde tra il 1904 e il 1905 percorre il Sahara centromeridionale. Qui vive la propria esistenza votandosi al silenzio, al lavoro, all’assistenza ai bisognosi. A Tamanrasset fonda un eremo e vi si stabilisce:”ogni anno trascorre tre mesi a Beni-Abbès, sei a Tamanrasset e tre di viaggio” (Pensieri e parole di Charles de Foucauld, Edizioni Paoline, 2006). Di tanto tornerà in Francia, soprattutto per fondare l’Unione dei Fratelli e delle Sorelle del Sacro Cuore, inseguendo il sogno di una congregazione di laici missionari che però non gli riuscirà di vedere. Scoppia la Prima Guerra Mondiale e i suoi riverberi si spingono anche nelle terre sperdute del Sahara: il 1 dicembre 1916 Fratel Charles muore assassinato durante un assalto al fortino che aveva fatto costruire a Tamanrasset.
Una morte violenta ma banale, a chiudere una vita intensa – a tratti davvero drammatica – tutta imperniata su una spiritualità semplice e una dedizione assoluta a Dio e al prossimo. Perché, oggi, nel 2010, sentirsi stupito e ammirato, attratto e compiaciuto di fronte ad un simile personaggio?
Lo stupore e l’ammirazione si rivolgono naturalmente alla sua fede e alla sua tempra morale, entrambe decisamente fuori dall’ordinario: “Le sofferenze della terra ci sono date per farci rendere conto che siamo in esilio e per farci sospirare la patria celeste”, scrive il nostro nel 1905. E ancora: “La povertà è il luogo privilegiato del divino”. Ha la forza per vincere ogni genere di ristrettezza, soprattutto se interiore: “Quando abbiamo un difetto dominante bisogna contrastarlo con la virtù opposta, perché è con l’esercizio che si rafforza la virtù”.
L’attrazione è per l’ineffabile connubio tra (la sua) spiritualità e (il) deserto. Il deserto è da sempre per l’uomo un contesto fascinoso e terribile, per Fratel Charles è forse il luogo privilegiato del silenzio, quel silenzio in cui si ascolta il Supremo, nel quale si fanno i conti con il proprio essere e le ragioni essenziali della propria come dell’altrui esistenza: ecco quel “primitivo” di cui si diceva prima, sopra e al di là di qualsiasi orpello: che meraviglia. C’è un passaggio di Fratel Charles così efficace: “[Il deserto, ndr] E’ un luogo splendido per adorare il Creatore… Anche senza essere cristiano, io amavo la solitudine al cospetto della bella natura (… ): a maggior ragione quando il mondo invisibile e così dolce fa in modo che nella solitudine non si sia mai soli. L’anima non è fatta per il rumore, ma per il raccoglimento, e la vita dev’essere una preparazione al cielo, non soltanto con le opere meritorie, ma anche con la pace e il raccoglimento in Dio”.
Infine, il compiacimento: per il suo concetto di apostolato indiretto, quello “dell’amicizia che evita qualunque pressione e che non suscita sfiducia né antipatia” (Vazquez Borau, op. cit., 101). Fratel Charles “(…) si rifiuta di predicare il Vangelo per le strade e le pubbliche piazze (…). Per lui c’è un solo modo: prima di tutto, vivere egli stesso il Vangelo; quindi, farlo conoscere attraverso i gesti di tutti i giorni, semplici, senza ostentazione” (Vazquez Borau, op. cit., 188). Una grande lezione di umiltà e di coerenza. Per il credente e per il non credente, il laico e l’ecclesiastico. Un esempio sconcertante e bellissimo di umanità vissuta senza veli e senza traccia di ipocrisia, porta intatti la forza e il fascino nei nostri giorni e li terrà certamente per i tempi a venire.
Paolo Marini

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