Mia madre (ad esempio) è uno specchio. Se nella versione favolistica vale: “Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. La domanda da farle a lei è un’altra: “Specchio specchio delle mie brame, chi è la più mignotta del reame?” E lei ti risponderà molto sinceramente (e non sentirti al riparo perché potrebbe indicare anche te – a me è capitato). Tra gli specchi annovero anche un paio di amiche: dicono se sono (o meno) in forma, in palla. Oppure il mio capo (“specchio specchio chi è la più brava del reame?”). Oppure quella santa single del piano di sotto che un tempo rifletteva (con i suoi sorrisi) il compiacimento per gli uomini che portavo a casa (quando li portavo, prima d’accasarmi): “Specchio specchio chi è il più bono del reame?”.
Di specchi veri ne abbiamo tutte: i soliti in camera; in bagno (compreso quello piccolo e tondo per accanirsi sui dettagli); e di portatili. Tra gli specchi più importanti (fondamentali) includo quelli degli ascensori.
Quando lavori, il transito finale (prima della riunione) avviene in quella stanzetta che viaggia verso l’alto. Ultimo momento utile per guardarsi capelli e rossetto, verificare se la camicetta sia o meno macchiata, se hai il viso stanco, insomma, che razza di donna sei in quel momento.
Ieri, era il primo giorno in Europa dopo una settimana (più che abbondante) trascorsa in un luogo complicato, in cui passavo da un albergo a cinque stelle ad ambientazioni esterne piuttosto impervie, faticose, poco amichevoli. Al rientro, dopo periodi così faticosi, tendo a moltiplicare le verifiche sullo stato esteriore. Insicurezze da modella prima di zompare sulla passerella, da giornalista prima di andare in onda, da rimorchiona prima di lasciare il bagno dopo essersi spogliata (mentre lui aspetta e ti osserverà dirigerti verso il letto): in questi casi, è tutto un continuo guardarsi e riguardarsi allo specchio. Ieri, invece, al momento opportuno, è mancato quel momento.
Le conosco bene quelle cattivelle di aziende che non mettono gli specchi nei loro ascensori. Sono poche, però insistono con questa inurbana (maleducata) politica avversa al genere femminile. Non sono mai (naturalmente) quelle del settore moda. Raramente le banche. Sono sovente quelle che si occupano di meccanica o di tecnologia. Le prime perché tanto quelli lavorano nei capannoni tra oli, fumi, polveri e chissenefrega. Le seconde perché (tanto) essere sciamannate fa fico. Sono poche e le ho segnate nel libriccino nero.
Ieri mattina, mi è capitata una di queste.
Come prima uscita professionale nel mondo occidentale, avevo optato per una camicia bianca e leggera. In trasparenza si notava il reggiseno nero. A giacca abbottonata, la mattina, non ci avevo fatto caso. Mal di nulla, s’intende. Però se proprio avessi voluto mantenermi sul formale-formale devo ammettere che ero una mezza riga fuori posto. Me ne sono accorta in bagno. A metà riunione. Troppo tardi per rimediare dato che erano due ore abbondanti che tenevo la giacca sbottonata.
Il loro CFO (Chief Financial Officer – si dice in inglese) era anche uno spiritosone ridanciano. Cosa rara. Generalmente i CFO (un tempo il ragioniere) sono rompiscatole e io mi metto (subito) al loro livello così facendone una discreta canizza. Ieri (stranamente) tutto liscio, se non fosse che mi ero sentita buggerata dallo specchio mancante. Come (talvolta) faccio quando sono nervosa e voglio vendicarmi sparacchiando a vanvera nel mucchio, ho detto al CFO (un tempo il ragioniere) che aveva qualcosa tra i denti. Ovviamente non era vero. Ha smesso di ridere, ha cominciato a parlare a buco stretto ed ha (anche lui) maledetto la sua azienda senza sti specchi negli ascensori.
Qui per dovere d’ufficio ma annoiatissima (piazza Affari, Milano)
Specchi del reame
Tra gli specchi più importanti (fondamentali) includo quelli degli ascensori.

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