
di Davide Cucciati, David Fiorentini, Nathan Greppi, Ilaria Myr*
Liceali che hanno paura ad esprimersi e a dichiarare la propria identità. Studenti universitari ebrei aggrediti mentre cercano confronto e dialogo. Ma anche lo scandalo dei bambini più piccoli che sfilano in piazza con i parenti urlando Free Gaza, “usati” contro Israele. Oggi, chi non “tifa” Palestina si sente a disagio. Ecco il racconto di ragazzi e genitori che confessano quanto sia difficile essere ebrei in una Scuola che ha abdicato alla propria missione educativa.
Chiedono ai genitori di non indicare il motivo sulla giustificazione scolastica: l’assenza è per Rosh haShanà ma meglio non scriverlo. Meglio essere prudenti. Soprattutto meglio non protestare con il preside per iniziative di altri compagni di scuola e, sempre più spesso, di professori che, con un insegnamento “a senso unico”, parlano esplicitamente di genocidio a Gaza, di Hamas come resistenza, senza dare agli studenti nessuna informazione storica, omettendo deliberatamente di nominare i massacri del 7 ottobre 2023 e non fornendo alcun contraddittorio quando vengono invitati sostenitori della causa palestinese. Meglio stare zitti, guai a dire qualcosa.
In Italia, essere uno studente ebreo in una scuola o università pubblica sta diventando sempre più difficile. Dalle minacce nei corridoi universitari agli slogan d’odio scritti nei bagni, fino all’auto-censura forzata in ambienti scolastici dove esprimere la propria identità può significare isolamento o peggio. Dopo il 7 ottobre, in molte scuole e atenei il clima si è fatto più duro, più carico di ostilità e sospetti. Il filo che unisce le testimonianze raccolte da Bet Magazine-Mosaico fra gli studenti e i genitori è uno: la crescente difficoltà per i giovani ebrei italiani di vivere apertamente la propria identità, costretti a scegliere ogni giorno se esporsi o nascondersi, se parlare o restare in silenzio. Questo articolo raccoglie le loro storie, le voci, i timori, la loro forza.
In Università il confronto non esiste
«La situazione si sta aggravando. E questo aggravamento ha avuto come punto di svolta ciò che è successo a Torino dove è stata sdoganata anche la violenza fisica all’interno dell’università». A parlare è Luca Spizzichino, Presidente dell’UGEI, Unione Giovani Ebrei d’Italia, aggredito lo scorso 15 maggio all’Università di Torino da un gruppo di manifestanti filopalestinesi che hanno impedito lo svolgimento dell’evento Il manifesto nazionale per il diritto allo studio – per l’università come luogo di dialogo, di democrazia e di contrasto all’antisemitismo. «Stanno venendo a mancare le regole fondamentali su cui si basa l’università: la libertà di espressione e il confronto civile. E questo non si riflette solo sui giovani ebrei ma su tutta la collettività studentesca – denuncia Spizzichino -. Anche i professori, come dimostrano i fatti di Pisa (l’aggressione nei confronti del docente Rino Casella, ndr), sono vittime se non si piegano a una minoranza violenta. E il problema è che chi compie certe azioni resta impunito. L’università sta fallendo nella sua missione più profonda».

Scritta all’Università Statale di Milano

Università di Pavia

Aggressione all’Università di Torino a maggio di quest’anno
A Torino, teatro dell’aggressione a Luca Spizzichino, le intimidazioni non si sono fermate. Secondo un’inchiesta trasmessa dal programma di Rete4 Quarta Repubblica, studenti israeliani iscritti alla Facoltà di Medicina dell’Università di Torino hanno ricevuto messaggi anonimi in cui veniva chiesto loro di abbandonare le aule universitarie. I messaggi provenivano da profili anonimi, in contesti legati probabilmente alla galassia dei collettivi studenteschi. L’inchiesta ha inoltre documentato la presenza di gruppi organizzati che discutono apertamente della presenza degli studenti israeliani, con l’obiettivo dichiarato di “affrontare il tema”. Parole che, in molti casi, sfociano in un linguaggio minaccioso e violento. Al Politecnico di Torino, alcuni studenti sono stati registrati mentre commentavano: “Ha cominciato a fare l’ebreo… se l’avessero picchiato avrebbero fatto bene”, in riferimento a un professore israeliano. E ancora: “Se becco un compagno di corso israeliano, lo meno”. Un linguaggio apertamente antigiudaico e che viene confermato anche dalla testimonianza, rilasciata in forma anonima, di uno studente israeliano, che ha raccontato alle telecamere di essere stato vittima, insieme ad altri, di vere e proprie minacce a sfondo antiebraico.
Ma non tutti i contesti sono ostili. L., studente di economia, ha vissuto due esperienze molto diverse tra loro. «Quando frequentavo la Cattolica, in zona Buonarroti, ho trovato un clima di apertura. Potevo dire di essere ebreo senza problemi. Anzi, erano curiosi! Molto spesso mi chiedevano il mio parere. Percepivo interesse e rispetto». Secondo lui, però, «tra i giovani c’è sempre meno interesse reale per la politica: pochi approfondiscono davvero, molti si limitano a seguire la corrente». Poi il cambiamento, quando ha lasciato l’università e si è iscritto a un ITS in finanza ed economia, con sede nella zona di Cimiano. «Lì non mi sono mai esposto come ebreo. Le persone hanno un background culturale più basso e spesso non sanno nulla della questione. Tra i miei compagni c’erano anche studenti non italiani, tra cui un’egiziana e uno di Marrakech. Una volta, quando abbiamo visto scritto con la penna un Magen David sul banco, il ragazzo di Marrakech ha reagito male. Io sono stato zitto. Non ho detto di essere ebreo».
Ben più duro il racconto di M., studentessa di Giurisprudenza alla Statale di Milano: «Nei primi giorni dopo il 7 ottobre non ho avvertito un grande pericolo. Ma cinque o sei mesi dopo, sono comparsi striscioni, cartelli, scritte come Free Palestine, Stop genocidio, Stop occupazione. E il clima è cambiato. Il problema è che so di sapere più di chi ha queste posizioni, ma non posso esprimere la mia opinione. È diventato uno status sociale: se li contraddici, ti trattano male o ti escludono. I giovani vogliono sentirsi parte di una moda o di un ideale, non importa quanto ne sappiano davvero. E allora io ho nascosto sempre di più la mia identità. Due amiche all’università sanno che sono ebrea ma, dopo il 7 ottobre, ho smesso di dirlo ad altri». Due episodi l’hanno segnata particolarmente. «Nel bagno delle ragazze ho letto: bombe su Tel Aviv, morte ai sionisti. E poi c’è stato il congelamento del rapporto tra la Statale e la Reichman University: il rettore ha ceduto a un gruppo studentesco. Ora ci sono accampamenti, sale occupate, assemblee in cui spiegano come boicottare Israele, come riconoscere i prodotti israeliani dal codice a barre. Anche la massa è influenzata».
Davide Cucciati, David Fiorentini, Nathan Greppi, Ilaria Myr
*(da Bet Magazine Mosaico)

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