
Sono ebreo e sono nato nel 1956, undici anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Non ho vissuto quella guerra, non ho conosciuto direttamente l’odore della paura che riempiva le strade d’Europa, né il silenzio carico di presagi che accompagnava ogni bussata alla porta nel cuore della notte. Eppure quella guerra non mi è mai stata estranea. È entrata nella mia vita attraverso i racconti di chi l’ha attraversata, attraverso gli sguardi di chi è tornato, attraverso le pause improvvise di chi, mentre parlava, si fermava perché la memoria faceva troppo male.
Ho avuto la fortuna di non vivere l’orrore. Ma ho avuto anche la responsabilità di ascoltare chi quell’orrore lo ha attraversato. Persone che portavano dentro di sé le persecuzioni razziali iniziate nel 1938, quando in Italia si decise che alcuni cittadini non erano più cittadini, che alcuni bambini non potevano più andare a scuola, che alcune famiglie dovevano sparire dalla vita del paese come se non fossero mai esistite.
Come potrei dimenticare le parole di mia nonna Giuditta. Me le raccontò anni dopo, con una calma che non era serenità ma stanchezza. Mi raccontò di quando, dopo sei mesi di attesa e di angoscia, fu costretta a riconoscere suo figlio e suo marito tra i corpi sepolti nella cava di tufo delle Fosse Ardeatine. Un luogo che non è soltanto una pagina di storia, ma una ferita aperta nella coscienza di questo paese. Raccontava senza alzare la voce, ma negli occhi le passava ancora l’ombra di quei giorni. E quella stessa ombra la vedevo negli occhi di mia madre, di mio zio, di mia nonna. Uno sguardo che non ti lascia più.
Io sono nato undici anni dopo, ma quelle storie sono entrate dentro di me come se le avessi vissute. Non come un racconto lontano, ma come una memoria ereditata, una memoria che ti accompagna e che ti chiede di non voltarti dall’altra parte.
Se sono nato è perché qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, ha deciso di non restare a guardare. È perché gli americani sono arrivati, perché hanno aperto i cancelli dei campi, perché hanno fermato una macchina di morte che stava divorando l’Europa e il suo stesso spirito. Se la storia avesse impiegato ancora due mesi a cambiare direzione, anche mio padre e mia madre sarebbero finiti nei convogli verso Auschwitz Birkenau. Anche loro sarebbero stati inghiottiti da quei camini che hanno trasformato milioni di vite in cenere.
Io non dimentico. Non posso dimenticare. Non è una scelta, è un dovere che nasce dalla memoria di chi mi ha preceduto. La mia esistenza stessa è legata a quella storia. Ogni giorno che vivo è anche il risultato di chi non è tornato.
Ricordare non è un esercizio retorico. È un atto di responsabilità. Significa dare voce a chi non può più parlare, custodire ciò che è accaduto perché non venga cancellato o deformato. E questa memoria mi accompagnerà fino alla fine dei miei giorni. Non come un peso, ma come una promessa. Perché alcune cose non devono mai essere dimenticate. Mai.
Piero Terracina

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