
Nel suo recente incontro con la curia Papa Leone ha richiamato l’eredità di Francesco e il suo monito contro la guerra mondiale a tappe. Un conflitto permanente che impoverisce i più fragili e arricchisce pochi, mentre distrugge fiducia, stabilità e futuro. Un fallimento morale ma anche economico. Rivolgendosi alla curia romana il Pontefice ha invitato a fermare la corsa al potere e la smania di primeggiare. Parole che valgono ben oltre i confini ecclesiali e parlano a un sistema globale fondato sulla competizione senza limiti, sull’accumulazione e sull’esclusione. Se perfino la Chiesa avverte l’urgenza di reprimere l’ingordigia di pochi per garantire dignità a molti, significa che l’attuale modello economico è arrivato a un punto di rottura. La concentrazione estrema della ricchezza e delle decisioni non produce sviluppo, ma instabilità, conflitti e povertà. In questo contesto l’inasprimento dei controlli sui beni essenziali destinati a Gaza rappresenta un simbolo drammatico. Colpire popolazioni già stremate non è sicurezza economica, è distruzione di capitale umano. È questa l’economia che dovrebbe garantire benessere? Otto miliardi di persone non possono essere ostaggio di poche migliaia di decisori. Senza una svolta verso un’economia di pace, capace di redistribuire opportunità, tutelare i beni comuni e investire nella cooperazione, la promessa di crescita diffusa si trasformerà in un’illusione pericolosa. Mai come oggi l’umanità gioca con il rischio dell’autodistruzione, anche sul piano economico. La corsa agli armamenti e l’ipotesi nucleare non sono solo una minaccia militare, ma il segno di un sistema che ha smarrito il senso del limite. Invertire la rotta è una scelta economica prima ancora che etica. L’unico esercito di cui c’è bisogno è quello della pace, della giustizia sociale e di un’economia capace di generare futuro, non macerie.
Angelo Santoro

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