Quanto durerà ancora l’agonia della Seconda Repubblica, e dunque dei partiti e dei leader che l’hanno incarnata? Ogni previsione è azzardata, anche se dovrebbe avere il sopravvento la regola secondo cui motus velocior in fine. Ma vale anche il principio ricordato da Altiero Spinelli: instaurare un nuovo ordine è assai difficile, perché il vecchio cadente sprigiona una enorme forza di resistenza.
Vediamo brevemente come sono conciati i pilastri portanti dell’architettura su cui si è retta la vita politica italiana dopo la grande slavina del 93-94.
Che Berlusconi e il berlusconismo siano al capolinea è ormai constatazione generale. Più difficile è preconizzare come si riorganizzerà il centro-destra, con quali capi e con quale progetto (sempre che i diadochi di re Silvio Magno siano capaci di progettazione). Poi c’è l’incognita riguardante l’ipotesi di una scomposizione e riaggregazione del mondo cattolico.
E dove finiranno i voti in copiosa fuoruscita dalla Lega, un movimento che certamente ha esaurito la propria parabola? La fine è ingloriosa perché il bilancio conclusivo di Bossi, Maroni e Calderoli è assai magro: né secessione, né federalismo, ma corresponsabilità in una azione di governo fallimentare.
Ciò detto, se Atene piange, Sparta non ha ragione di ridere. Sì, perché le macerie coprono anche l’intera galassia del centro-sinistra. Il quadro sconfortante è stato così efficacemente dipinto da Emanuele Macaluso su “il Riformista”: “I dirigenti del PD, dopo il teatrino che abbiamo visto nelle sedi dipietriste, dichiarano che l’accordo con IDV e con SEL è la premessa per una intesa più larga con il Centro. Sciocchezze smentite dagli interessati. Ma anche il Centro di Casini, Rutelli e Fini non riesce a definirsi come una forza politica con un progetto”.
Se non fosse perché questa debacle complessiva ha come sottofondo la crisi gravissima dell’Italia e il rischio di dissolvimento dell’intera impalcatura europea con il crollo dell’euro, verrebbe voglia di scorgere qualche barlume in fondo al tunnel. Se un ciclo è finito, possono entrare in campo energie nuove per costruire il futuro. E le forze nuove sono quelle che si ispirano al socialismo liberale, confinate nella catacombe durante gli anni della diarchia Berlusconi – Prodi.
Forse è giunto il momento di rialzare la testa, a condizione che si realizzi, fra tutti gli spezzoni del disperso mondo laico, liberale e socialista un fecondo processo federale, accompagnato da una intensa elaborazione programmatica.
Tempo addietro, qualcuno di noi si era illuso che il Terzo Polo di Casini potesse diventare il naturale alleato dei movimenti di ispirazione liberale, repubblicana e socialista. Ma a questa ipotesi, che Enrico Cisnetto e gli amici di Terza Repubblica hanno immaginato come utile holding elettorale, Pierferdinando Casini ha dato una risposta sostanzialmente negativa. Prima ha preferito l’abbraccio con gli spompati e sbandati Fini e Bocchino e con l’ondivago Rutelli ed ora sembra perseguire il disegno della reincarnazione della DC.
Eppure, a dispetto di questa constatazione, la mia opinione, nel caso in cui fosse inevitabile per l’accesso al nuovo Parlamento una intesa meramente elettorale, è che si dovrebbe preferire l’accordo con il cosiddetto Terzo Polo: lasciando al suo destino il PD, già vincolato nell’alleanza con il demagogo Di Pietro ed il favellatore Vendola: due sodali per noi inaccettabili.
Sono sempre stato convinto che per il PSI non c’è futuro all’ombra del PD.
Che fare allora? Poiché per gli anziani, come è chi scrive, la storia è una buona guida, la memoria va a quanto seppe fare la pattuglia di radicali, laici e socialisti che nei convegni degli Amici del Mondo scrissero il programma del primo centro-sinistra, quello che realizzò le riforme di struttura.
Credo di non illudermi se penso che l’alleanza laico – liberale – socialista promossa da Luigi Covatta e Massimo Teodori possa offrire un primo ancoraggio a quanti sono consapevoli che dalle macerie della Seconda Repubblica si può uscire solo voltando radicalmente pagina: e dunque offrendo agli italiani le idee e le riforme che hanno fatto dei partiti socialisti e socialdemocratici europei la sola valida alternativa ai partiti conservatori. Il sostanziale default dei protagonisti del regime che ci ha emarginato dovrebbe generare nei nostri animi uno scatto di orgoglio e di coraggio: ed una forte volontà di uscire dai nostri pensatoi per parlare al Paese.
Fabio Fabbri (avantidelladomenica.it)

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