Sì, la social card era difficile. Si poteva fare in altro modo? Certo che si poteva. Si poteva fare, ad esempio, come dice Bersani: “Mettetegli sulla pensione quei quaranta euro”. Era meglio così? Per niente. Perché la scelta avrebbe dovuto basarsi sul reddito Irpef e in Italia non c’è nulla di più improbabile del reddito Irpef. A meno di tollerare che il titolare del bar sotto casa vada a far la spesa con lo sconto e la pensionata a fare i conti con la spesa. L’opposizione lo sa benissimo ma fa comodo che la social card fallisca per poter dire che è fallita l’idea di Tremonti come se il suo buon funzionamento dipendesse da lui.
Sembra d’essere al Luna Park a sparare ai gessetti. Via uno, sotto l’altro. I rifiuti di Napoli. Va bene, centro per Berlusconi. Ma poi l’abolizione dell’Ici? Inopportuna. La detassazione degli straordinari? Inutile. Il bonus famiglia? Inadeguato e insufficiente. Il lodo Alfano? Per carità. La social card? Una presa in giro. Così, senza nemmeno concedere il beneficio d’inventario ad una nuova iniziativa. Senza ammettere i lati buoni della procedura, e cioè gli accertamenti Isee per rendere più difficili le truffe; la responsabilizzazione delle Poste per la consegna, lo sforzo dell’Inps pressato da tempi strettissimi. Ci sono stati degli errori nel caricamento? Evidentemente sì se la carta non ha raggiunto la percentuale auspicabile di aventi diritto. Ma serve a poco perdersi in polemiche e assistere dalla sponda del fiume al palleggio di responsabilità tra Inps, Ministero e Agenzia delle Entrate, cioè alla solita battaglia fra burocrazie diverse di cui fanno le spese i cittadini. I quali, a loro volta, sono spesso colpevoli di inconcludenti fai-da-te, di saltare i Caf (i centri di assistenza fiscale) e quindi il primo controllo di legittimità che offre garanzie e fa risparmiare tempo.
Quanto al governo, crediamo che non possa permettersi una figuraccia. Si dia da fare a individuare a chi spetta dare copertura alla carta acquisti. Non solo perché di quei soldi c’è bisogno (tanto è vero che sono stati molti a vincere la reticenza a richiederla) ma anche, e in molti casi soprattutto, perché fa male al cuore pensare a un anziano in fila al supermercato che si vede rifiutare il pagamento davanti a tutti. Se la carta è nata anonima proprio per evitare l’attestato di povertà non può e non deve assolutamente somigliare a un marchio d’infamia. E’ inconcepibile che, con la diffusione che ha ormai raggiunto la moneta elettronica e di conseguenza l’affinarsi della tecnologia, non sia possibile espletare a monte tutti i controlli e le procedure necessarie affinché, una volta consegnata, la carta azzurra sia azzurra davvero.
Enrico Buffoni

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