Naturalmente non c’e’ in genere una causa unica per il peggioramento o miglioramento della competitività. E’ il buon funzionamento complessivo di un’economia nazionale a rendere un sistema produttivo più competitivo rispetto ad un altro. È quindi assolutamente falso ritenere che la capacità competitiva di un paese sia inversamente proporzionale all’entità del costo del lavoro o direttamente proporzionale al grado di flessibilità raggiunto nello stesso paese. Accanto all’aumento dell’esportazione di prodotti, necessario per sostenere l’economia interna e garantire almeno il pareggio della bilancia commerciale (EXP – IMP), risulta indispensabile esportare nei paesi ad economia emergente (Cina, India, Filippine ecc) un modello di lavoro (non faccio riferimento al mercato del lavoro) tipicamente occidentale caratterizzato da elementi quali: stipendio garantito, straordinario retribuito, ferie, permessi, tredicesima, gratifiche motivazionali, pensione.
A vaglio di quanto detto faccio presente che nei primi posti delle classifiche stilate dal World Economic Forum troviamo paesi nordici come la Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca, dove certamente il costo del lavoro è elevato ed il livello di tassazione è tra i più alti del mondo ma che investono in maniera rilevante in tecnologia ed istruzione, hanno bassi livelli di corruzione e criminalità , un apparato statale efficiente, uno stato della finanza pubblica dignitoso e soprattutto una strategia di lungo termine d’investimento ed innovazione.
La situazione dell’Italia invece è piuttosto critica. Per il nostro paese, nonostante settori d’eccellenza, risulta difficile da un lato competere con le economie asiatiche che, anche se tecnologicamente non avanzate come la Cina, Malesia, Tailandia, hanno un costo del lavoro ridicolo, dall’altro integrarsi in sede europea con paesi dell’Est Europa che hanno una cultura economica e sociale simile all’Italia ma che presentano una manodopera qualificata a basso costo. È lì che molte imprese italiane si sono spostate avendo la possibilità di rimanere vicino ai mercati di sblocco ed usufruire dei bassi costi di produzione.
Ma perchè investire in Italia?
Un’impresa che decide di venire da noi deve innanzi tutto confrontarsi con quelli che sono i principali problemi del nostro paese: criminalità, corruzione, burocrazia, una tassazione abbastanza elevata ecc. Il mercato interno non è in crescita e l’Euro, inspiegabilmente e strategicamente sopravvalutato rispetto al dollaro (una strategia pensata, sviluppata ed attuata dalla FED) rende i prodotti italiani più costosi al di fuori dell’Unione Europea.
Una società che vuole investire in Italia naturalmente prima di prendere questa decisione compara i rischi, le debolezze ed i vantaggi di quest’investimento con quello in altri paesi. Se l’investimento riguarda prettamente un prodotto indirizzato al mercato italiano allora la situazione è diversa, ma se deve essere esportato si pensa soprattutto a localizzare la produzione dove i costi sono più bassi e dove risulterà possibile riscontrare una maggiore efficienza infrastrutturale.
Si riesce a competere bene solo dove c’è un vantaggio d’innovazione e tecnologia.
Aziende come Saipem, Danieli, Ferrari sono tra i leader mondiali perchè hanno fortemente puntato sull’innovazione e sull’inventiva italiana. Il settore della moda e’ ancora al top.
Non si può puntare su un solo elemento competitivo, perchè gli investimenti sono il risultato di decisioni che considerano l’insieme dei rischi, delle opportunità e dei vantaggi. È lecito ritenere che la tassazione non può essere ridotta smisuratamente senza una conseguente compressione dei servizi pubblici ai cittadini e alle imprese e senza danneggiare le finanze pubbliche. Raggiungere livelli d’imposizione come quelli della Slovacchia (19%) , dell’Estonia o della Romania è impensabile senza stravolgere il sistema sociale e l’organizzazione di tutto l’apparato pubblico.
Fabio Amiranda

Lascia un commento