
C’era una volta “il” sindacato, ma oggi sono tornati “i” sindacati. E non solo perché le sigle minori si moltiplicano magari all’insegna di corse al ribasso nei contratti e di scioperi dei servizi pubblici. Ma perché la famosa “triplice”, non più collaterale ai partiti di massa del Novecento, tende sempre più a differenziarsi al suo interno sui grandi temi della nuova realtà sociale. E se il discrimine non è più tra sinistra e destra, può accadere che la necessità di adeguarsi ai tempi e innovare, finisca per spiazzare rendite di posizione un tempo granitiche.
L’imminente referendum sul jobs act affida ad esempio alla promotrice CGIL un ruolo di conservazione del bel tempo antico (compreso il dinosauro dell’art. 18) che a Landini non piacerà, ma che la CISL, con la sua freddezza, mette in spietata evidenza.
I partiti, dal canto loro, non stanno a guardare e il loro rapporto con il mondo del lavoro conosce nuove frontiere. Proprio in questi giorni, è iniziato un tour parallelo e separato dei neoprogressisti a 5 stelle e del PD ai cancelli di molte fabbriche italiane. Avendo finalmente capito a sinistra che ci sarà pure una ragione perché i ceti popolari votano a destra, si apre un contatto malignamente concorrenziale teso a dimostrare chi è davvero dalla parte dei lavoratori. I Sindacati in questo sono tagliati fuori e le loro avanguardie dentro la politica segnalano disagio.
Significativa una notizia recente, e cioè l’uscita dal PD, per andare con Renzi, di una brillante ex segretaria CISL come Annamaria Furlan, che era stata eletta in Parlamento sotto le insegne democratiche e che ora dichiara persa la battaglia interna di un partito senza linearità sui temi del lavoro.
Le ragioni che Furlan adduce sono proprio quelle che dividono il mondo sindacale in questa vigilia referendaria: jobs act, ma anche salario minino e nuova legge sulla partecipazione alla gestione delle imprese.
Temi laceranti per il Pd, che per una specie di riflesso condizionato insegue Landini, ma non può dimenticare di aver votato unanime per una riforma del lavoro che arrivava dopo un lungo percorso avviato fin dalle coraggiose innovazioni di un esperto vero come Tiziano Treu (governo Prodi) e razionalizzate infine da Matteo Renzi in un quadro organico che comprendeva ad esempio un tema di alta qualità sociale come le dimissioni in bianco delle lavoratrici madri.
Sulla questione referendum, Schlein sembra aver lasciato libertà di coscienza, ma in realtà spera che alla fine il quorum non si raggiunga, con fastidiose conseguenze, e quindi non si abroghi una legge che è all’origine di una flessibilità che ha fatto crescere l’occupazione a livelli mai visti in passato, unico dato macroeconomico positivo per il governo ora in carica, a cui i democratici lasciano meriti che non possono riconoscere al loro ex segretario.
Sta di fatto che la CISL appare più movimentista e aggiornata della CGIL e della trainata UIL. La designata segretaria Daniela Fumarola, che succederà a Luigi Sbarra, ha idee chiare alternative alla spallata referendaria a favore della qualità del lavoro e della capacità di generare valore aggiunto e salari migliori. Altro che articolo 18, peraltro abolito senza i drammi annunciati.
Anche la legge di iniziativa popolare sulla partecipazione (gestionale, organizzativa, finanziaria, consultiva) dei lavoratori, di ispirazione CISL, pur già fortemente emendata dal Governo, può essere criticata, ma non in chiave ideologica, come se fosse uno sfregio alla “benemerita” lotta di classe di antico stampo.
Sul salario minimo, infine, c’è continuità con l’antica impostazione a favore della contrattazione, che è stata sempre la linea della triplice ma anche di Confindustria, ora abbandonata a sinistra per favorire, caso raro, il fu campo largo.
In questo contesto generale uno strumento per sua natura drastico come il referendum non aiuta certamente promuovere un clima migliore nel mondo del lavoro.
Beppe Facchetti

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