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Sigonella attiva, MUOS intoccabile: l’Italia non si smarca dagli USA

La decisione del ministro della Difesa Guido Crosetto di negare agli Stati Uniti l’utilizzo della base di Sigonella per operazioni dirette verso il Medio Oriente ha riportato al centro dell’attenzione nazionale un tema che in Sicilia è noto da decenni: il rapporto tra sovranità italiana e presenza militare statunitense. Secondo la ricostruzione pubblicata da Il Post, gli aerei americani erano già in volo verso la Sicilia quando lo Stato Maggiore italiano ha informato il ministro dell’assenza di una richiesta preventiva di autorizzazione. Crosetto ha quindi comunicato a Washington il divieto di atterraggio, in coerenza con quanto annunciato in Parlamento: ogni utilizzo delle basi USA in Italia dovrà essere sottoposto al vaglio delle Camere, pur non essendo un passaggio obbligatorio secondo gli accordi bilaterali del 1954.

di Angioletta Massimino | 1 Aprile 2026

La decisione del ministro della Difesa Guido Crosetto di negare agli Stati Uniti l’utilizzo della base di Sigonella per operazioni dirette verso il Medio Oriente ha riportato al centro dell’attenzione nazionale un tema che in Sicilia è noto da decenni: il rapporto tra sovranità italiana e presenza militare statunitense. 
Secondo la ricostruzione pubblicata da Il Post, gli aerei americani erano già in volo verso la Sicilia quando lo Stato Maggiore italiano ha informato il ministro dell’assenza di una richiesta preventiva di autorizzazione. Crosetto ha quindi comunicato a Washington il divieto di atterraggio, in coerenza con quanto annunciato in Parlamento: ogni utilizzo delle basi USA in Italia dovrà essere sottoposto al vaglio delle Camere, pur non essendo un passaggio obbligatorio secondo gli accordi bilaterali del 1954.

È proprio a partire da questi accordi che si comprende la portata del problema. Nel 1954 Italia e Stati Uniti firmarono una serie di intese tecniche e amministrative che regolavano la presenza militare americana sul territorio nazionale. Non furono veri e propri trattati internazionali, ma accordi esecutivi stipulati nell’ambito della cooperazione NATO. 

La loro natura giuridica è stata oggetto di discussione per decenni: non furono sottoposti a ratifica parlamentare perché considerati “accordi attuativi” di impegni già assunti dall’Italia in sede NATO. Tuttavia, la loro applicazione ha prodotto effetti profondi sulla sovranità territoriale, soprattutto in Sicilia, dove Sigonella è diventata uno dei principali hub logistici e operativi degli Stati Uniti nel Mediterraneo.

Formalmente la base è italiana, ma ospita reparti, mezzi e personale statunitense con un margine operativo che, nei fatti, ha spesso superato il controllo politico italiano. L’episodio degli aerei diretti a Sigonella senza autorizzazione preventiva non è un incidente isolato: è la conferma di una prassi consolidata, in cui gli Stati Uniti considerano la base come un’estensione naturale della loro infrastruttura militare globale.
E tuttavia, questo divieto arriva solo ora, quando le operazioni militari americane in Medio Oriente vanno avanti da mesi e quando le basi italiane sono state utilizzate ripetutamente senza che il governo italiano sollevasse obiezioni. 

Il confronto con la Spagna è inevitabile: il governo di Pedro Sánchez ha vietato immediatamente l’uso delle basi americane sul proprio territorio, ha rivendicato la sovranità nazionale e ha assunto una posizione chiara e tempestiva. 

L’Italia, invece, ha atteso, ha esitato, ha taciuto. E solo dopo la crisi politica, il crollo del consenso e la perdita di credibilità internazionale, il governo ha scelto di mostrare un gesto di autonomia nei confronti degli Stati Uniti. Un gesto che molti osservatori interpretano come un tentativo tardivo di rifarsi una facciata, dopo anni in cui la politica italiana è apparsa prostrata, più attenta agli equilibri con Washington e alle simpatie dell’amministrazione Trump che alla tutela della propria sovranità. 

Il tempismo, in politica estera, non è un dettaglio: e il tempismo di questa decisione solleva più interrogativi che certezze.

Se Sigonella rappresenta il volto visibile di questa presenza, il MUOS di Niscemi ne è il cuore invisibile. 

Il Mobile User Objective System è uno dei quattro terminali terrestri del sistema satellitare della Marina statunitense che consente il coordinamento in tempo reale di operazioni militari, missioni di droni, movimenti navali e attività di intelligence in ogni teatro di guerra del pianeta. 

Gli altri tre MUOS si trovano a Wahiawa nelle Hawaii, a Chesapeake in Virginia e a Geraldton in Australia: tutti collocati in aree desertiche, remote o scarsamente abitate, lontane da centri urbani e da popolazioni vulnerabili. 

L’unico MUOS costruito accanto a un centro abitato è quello di Niscemi, a poche centinaia di metri dal paese, in una riserva naturale protetta. Una scelta geopolitica che da sola racconta quanto la Sicilia sia considerata dagli Stati Uniti una piattaforma operativa privilegiata, più vicina ai teatri di guerra e più permeabile dal punto di vista politico.

Le fonti giornalistiche confermano che il MUOS è pienamente attivo nelle operazioni in corso contro l’Iran, fungendo da infrastruttura di comando e controllo per la US Navy e per le missioni congiunte con Israele. 

Non si tratta di una base NATO, né di una struttura soggetta a comando congiunto: è un’infrastruttura esclusivamente statunitense, costruita su suolo italiano ma sottratta a ogni forma di controllo democratico nazionale.

Ed è qui che emerge il nodo giuridico più delicato. 

A differenza degli accordi del 1954, il MUOS non è stato autorizzato attraverso un trattato internazionale né attraverso un atto sottoposto alla ratifica parlamentare prevista dagli articoli 80 e 87 della Costituzione. La sua realizzazione è stata resa possibile da un semplice protocollo d’intesa firmato nel 2006 tra il Ministero della Difesa, allora guidato da Ignazio La Russa, e la Regione Siciliana, rappresentata dal presidente Raffaele Lombardo. Un atto amministrativo, non un trattato. Un’intesa regionale, non un accordo internazionale. Un documento firmato in silenzio, senza dibattito pubblico, senza passaggio parlamentare, senza la ratifica del Presidente della Repubblica che la Costituzione richiede per gli atti che comportano cessioni di sovranità o modifiche del territorio nazionale.

La dottrina giuridica non è unanime, ma molti costituzionalisti hanno sollevato dubbi profondi: se un’infrastruttura militare straniera opera sul territorio italiano con funzioni strategiche globali, se è sottratta al controllo dello Stato ospitante, se comporta limitazioni permanenti alla sovranità territoriale, allora non può essere autorizzata con un semplice protocollo amministrativo. Richiederebbe un atto di rango superiore, un trattato internazionale ratificato dal Parlamento e controfirmato dal Presidente della Repubblica. In assenza di questo passaggio, la legittimità dell’operazione resta quantomeno controversa.
A rendere la vicenda ancora più problematica è il fatto che il MUOS è stato costruito all’interno di una riserva naturale, la Sughereta di Niscemi, classificata come Sito di Interesse Comunitario. 

In un’area dove non sarebbe consentito toccare neanche un filo d’erba, sono stati autorizzati lavori di sbancamento, l’abbassamento di una collina, la realizzazione di tunnel sotterranei e bunker. 

La normativa europea sui SIC prevede che qualsiasi intervento che possa compromettere l’integrità del sito debba essere sottoposto a una valutazione di incidenza rigorosa e indipendente. Nel caso del MUOS, le autorizzazioni sono state concesse e revocate più volte, tra ricorsi, contro-ricorsi, pareri tecnici contraddittori e pressioni politiche. La Regione Siciliana, dopo aver inizialmente sospeso i lavori, li ha riattivati con un provvedimento che molti giuristi hanno definito abnorme, perché adottato in assenza di una valutazione ambientale adeguata e in contrasto con i vincoli comunitari.

Sul piano giudiziario, il TAR Sicilia nel 2015 aveva annullato le autorizzazioni regionali, riconoscendo l’insufficienza delle valutazioni ambientali e sanitarie. 

Il CGA, Consiglio di Giustizia Amministrativa, nel 2016 ha poi ribaltato la decisione, sostenendo che il MUOS rispondeva a “interessi strategici superiori” e che le valutazioni tecniche prodotte dal Ministero della Difesa erano sufficienti a garantire la sicurezza. Una motivazione che molti giuristi hanno giudicato discutibile, perché introduce un principio non previsto dalla normativa europea: la possibilità di sacrificare un SIC per ragioni militari non dichiarate e non valutate da autorità indipendenti.

La Corte Costituzionale, pur non essendosi mai pronunciata direttamente sul MUOS, ha più volte affermato che gli atti che incidono sulla sovranità nazionale o comportano limitazioni permanenti del territorio devono essere adottati con strumenti di rango legislativo e non con atti amministrativi. 

Le sentenze 164/1985, 284/2007 e 179/2012 ribadiscono che la cessione di funzioni sovrane non può avvenire senza legge di autorizzazione e ratifica del Presidente della Repubblica. 

È difficile non vedere un parallelismo con il caso MUOS.

A questo si aggiungono le violazioni edilizie e sanitarie denunciate negli anni da comitati, tecnici e amministrazioni locali. L’area del MUOS ha registrato episodi di contaminazione delle acque sotterranee con sostanze riconducibili alle attività di cantiere e alle infrastrutture militari preesistenti. 

Le analisi condotte da enti indipendenti hanno evidenziato anomalie nei parametri chimici e microbiologici, mentre la popolazione lamenta da anni problemi di approvvigionamento idrico e timori per la salute pubblica.

Sul fronte elettromagnetico, la situazione è ancora più delicata. 

La legge 36/2001 fissava il limite di esposizione a 6 V/m, un valore prudenziale pensato per proteggere la popolazione da impianti ad alta potenza.

Il MUOS, secondo diversi studi tecnici, avrebbe potuto superare questo limite in alcune condizioni operative. 

Nel 2023 il governo Meloni ha innalzato il limite a 15 V/m, triplicando la soglia precedente. Una decisione contestata da ARPA, ISS, associazioni scientifiche e giuristi, perché consente l’operatività di sistemi ad alta potenza come il MUOS e riduce le tutele per la popolazione. È difficile non notare la coincidenza tra l’aumento dei limiti e le esigenze operative delle installazioni militari statunitensi.

Infine, la questione sanitaria. Da quando nel 1991 furono installate a Niscemi le prime antenne del sistema NRTF della Marina USA, i medici di base e le associazioni locali hanno segnalato un aumento anomalo di patologie oncologiche, leucemie, linfomi, malattie autoimmuni e disturbi del sistema immunitario. Studi epidemiologici indipendenti, come quelli condotti dal dottor Massimo Zucchetti del Politecnico di Torino e da gruppi di ricerca locali, hanno evidenziato correlazioni statistiche tra esposizione ai campi elettromagnetici e incremento di patologie gravi. Pur non essendo mai stati riconosciuti ufficialmente dalle autorità sanitarie nazionali, questi dati hanno alimentato un allarme sociale che non può essere liquidato come infondato, soprattutto considerando che gli altri MUOS nel mondo sono stati collocati in aree desertiche proprio per evitare rischi sanitari alla popolazione.

Il risultato è che la Sicilia si trova oggi in una condizione di sovranità limitata, non per dichiarazione formale ma per effetto pratico.

Sigonella è una base italiana che gli Stati Uniti utilizzano come se fosse propria. 

Il MUOS è una base americana costruita su suolo italiano senza un trattato internazionale. 

La riserva naturale di Niscemi è stata trasformata in un nodo della rete bellica globale senza che il Parlamento ne fosse informato. 

Le norme edilizie, ambientali e sanitarie sono state piegate, sospese o reinterpretate per consentire la realizzazione di un’infrastruttura che risponde esclusivamente a interessi militari stranieri.

E mentre il governo rivendica il diritto di autorizzare o negare l’atterraggio di aerei militari, il sistema che rende possibile la guerra tecno‑militare americana continua a operare senza alcuna limitazione, senza alcun controllo democratico, senza alcuna trasparenza. 

La decisione di Crosetto su Sigonella non rappresenta alcun atto di coraggio politico: è un episodio tecnico, isolato, privo di conseguenze reali. Perché se è vero che gli aerei americani non possono atterrare senza autorizzazione, è altrettanto vero che il MUOS non richiede alcun movimento di mezzi sul territorio italiano, non dipende da autorizzazioni italiane, non è soggetto a controllo parlamentare e consente agli Stati Uniti di condurre operazioni militari globali dalla Sicilia anche senza toccare Sigonella. 

Abbiamo chiuso una porta, ma abbiamo lasciato spalancato un portone. 

E la domanda che resta sospesa, più urgente che mai, è semplice e terribile: chi decide davvero l’uso del territorio italiano in tempo di guerra.

A tutto questo si aggiunge una vicenda che conosco direttamente, perché mi riguarda in prima persona.

Da membro del Consiglio Nazionale del Partito Socialista Italiano avevo chiesto ai parlamentari socialisti presenti in Senato di presentare un’interrogazione parlamentare sul MUOS, per portare all’attenzione del Parlamento i problemi ambientali, sanitari, giuridici e di sovranità che questa struttura ha generato in Sicilia. 

La mia iniziativa nasceva da anni di lavoro sul territorio di Niscemi, dove mi ero attivata per rompere il silenzio mediatico, portando giornalisti e televisioni in un luogo dove era stato di fatto scoraggiato ogni servizio sull’argomento. Questo impegno mi aveva permesso di entrare in contatto con la popolazione, che mi aveva consegnato documenti importanti, tra cui il protocollo d’intesa firmato da Ignazio La Russa e Raffaele Lombardo, base amministrativa dell’intero progetto MUOS.

Scrissi personalmente l’interrogazione e consegnai il testo al senatore Riccardo Nencini, che però mi fece attendere un anno e mezzo prima di presentarlo. 

Solo grazie alla mia insistenza fu infine depositato, ma quando arrivò in aula per la discussione, Nencini non era presente: il gruppo parlamentare socialista inviò al suo posto il senatore Enrico Buemi – oggi scomparso – che votò contro, allineandosi alla posizione del governo italiano, a sua volta allineato alla volontà del governo americano. 

Un episodio che racconta meglio di molte analisi quanto sia stato difficile, in quegli anni, far emergere la questione MUOS nelle sedi istituzionali. 

Chiunque voglia leggere il testo integrale dell’interrogazione parlamentare scritta da me può farlo attraverso il link ufficiale del Senato della Repubblica:  

https://www.senato.it/show-doc?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=727238

Nelle ultime ore è arrivata anche una nota ufficiale del Ministero della Difesa, che precisa: “Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il Governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i Governi italiani in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento ed alla linea ribadita anche in Consiglio Supremo di Difesa in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni”.

Una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni: non c’è alcun atto di coraggio, nessuna scelta autonoma, nessun tentativo di smarcarsi dalle posizioni americane sulla guerra. 

Il governo stesso conferma che tutto resta esattamente com’era, che le basi continuano a essere operative e che la linea di continuità con gli Stati Uniti non è mai stata messa in discussione. 

Il divieto imposto a un singolo volo non rappresenta una svolta, ma un episodio tecnico, isolato, privo di conseguenze reali. E soprattutto non tocca minimamente il nodo centrale della sovranità italiana: il MUOS, che continua a operare senza alcun controllo democratico, senza alcuna trasparenza e senza che il governo senta il bisogno di affrontare la questione. 

La nota del Ministero, nel suo linguaggio istituzionale, conferma esattamente ciò che emerge da tutta questa ricostruzione: nessuna discontinuità, nessuna autonomia, nessuna scelta politica. Solo la conferma che la Sicilia resta, nei fatti, una piattaforma militare essenziale per le operazioni statunitensi nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

Alla luce dei fatti, e delle guerre che l’amministrazione Trump sta conducendo in aperto disaccordo con gran parte della comunità internazionale, una domanda diventa inevitabile: quanto ancora l’Italia può permettersi di restare vincolata ad accordi bilaterali firmati quasi ottant’anni fa, in un mondo che non esiste più? E soprattutto: non è forse arrivato il momento di rimettere mano a quei trattati, per restituire al Paese la sovranità che ha progressivamente ceduto senza che nessuno lo dicesse ad alta voce?

Angioletta Massimino

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Angioletta Massimino

Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, musicali, giuridici, sociologici e giornalistici.
Dal 1987 ha guidato la ‘Massimino Editrice’ e la Tipolitografia ‘Sicilmediterranea’, collaborando con Giuffrè, Giappichelli e Istituzioni accademiche.
La Sicilia è il centro del suo impegno: una terra ricca e capace, spesso relegata in un ghetto culturale e politico. Il suo lavoro nasce dall’esigenza di restituirle spazio e dignità.
Socialista per convinzione, ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI, contribuendo alla redazione di un’interrogazione parlamentare sul MUOS e alla stesura di un disegno di legge sullo stalking giudiziario.
Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE e La Giustizia.
Vive e lavora in Sicilia.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giuseppe

    1 Aprile 2026 alle 17:28

    ho letto con attenzione quanto esposto sul messaggio di Angioletta. Disconoscevo la realta’ e sudditanza nei confronti degli USA. Aumentata con l’ingresso sulla politica dell’eletto attuale presidente Trump.
    Da qualche diventato mio diletto leggerla, con continuità su Fb ( Meta dal momento del subentro ed ancora oggi mi sta sui.(………..). Di Angioletta disconoscevo la sua passione e l’iscrizione al P.S.
    Un 🤗 caloroso.👋

    Rispondi

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