Fino a qualche anno fa eravamo all’anno zero anche in tema di antidolorifici.
La domanda che ci attanaglia fin dal momento iniziale dell’età della ragione, è il fine vita. In che modo moriremo. Evitiamo di parlare della questione da un punto di vista religioso; è troppo complessa… Se ne sono occupati alcun illustri dottori della Chiesa poi diventati santi, ed hanno primeggiato fra i grandi filosofi: Sant’Agostino, San Tommaso d’Acquino, San Benedetto ed altri ancora. Ma da laici, una domanda viene spontanea di fronte alle sofferenze di amici, conoscenti e parenti, che si avviano verso la fine fra mille atroci sofferenze. Perché bisogna soffrire così tanto anche per morire? Perché non dev’essere consentita una dolce morte? In Italia, l’eutanasia, l’assistenza medica che aiuti la persona a passare a miglior vita, è vietata. Indro Montanelli, il grande scrittore scomparso nel 2001, fece della richiesta di una legge che consentisse l’eutanasia nel nostro Paese, la sua ultima battaglia giornalistica. Gli esponenti del Partito radicale aiutano chiunque si rivolge loro, accompagnando le persone che vogliono mettere fine alle proprie sofferenze, a recarsi in strutture ospedaliere svizzere. Il tutto dopo l’accertamento dell’irreversibilità della malattia. L’Italia è l’unico fra i grandi paesi occidentali a non aver legalizzato l’eutanasia; in Belgio il fine vita è regolamentato da una legge del 2002. Fino a qualche anno fa eravamo all’anno zero anche in tema di antidolorifici. Per avere la morfina a scopi terapeutici -non è facile neppure adesso- bisognava andare dai medici ad elemosinare una ricetta. Anche per la cannabis (usata per lenire le sofferenze) è in uso in tutti i Paesi progrediti; in Italia è ancora difficile ottenerla per aiutare i malati a migliorare la qualità della vita. Il giorno della resa dei conti è triste in tutte le situazioni; a casa e in ospedale. Ma a meno che la permanenza in ospedale non sia necessaria per lenire il dolore, bisogna dire che la fine dei nostri giorni in casa propria ha un’altra dignità, se è accompagnata dall’affetto dei familiari, dall’assistenza portata dalle persone care e dagli anti dolorifici. In ospedale, anche dopo la morte della persona, si attuano da parte dei sanitari delle pratiche assurde, come fare l’elettrocardiogramma ad un’ora dal decesso. Così com’è assurdo che dopo il decesso, bisogna abbandonare i propri cari in una squallida sala mortuaria; sono i luoghi più brutti e trasandati degli ospedali. Trattando quest’argomento, il mio ricordo va a quando da bambino, andavo alle veglie funebri. A quel tempo, in paese, la vita e la morte facevano parte della quotidianità; i malati erano assistiti dai familiari fino alla fine. Il realizzare il senso della vita fin da piccoli dà la maturità, che ci mette al riparo dai traumi, che in tanti subiscono, quando si trovano per la prima volta ad assistere un familiare in fin di vita. Rispetto al passato, le cose sono cambiate. La morte viene esternalizzata; la persona non è più “cara” e viene portata in casa di riposo o in ospedale quando sta morendo. Non si vogliono “brutti” ricordi nella propria abitazione, ed in questo modo facciamo crescere i nostri figli da alienati. Si sviluppano, diventano grandi e grossi; terminano anche il percorso di studi, ma rimangono fragili e immaturi. Non realizzano il senso della vita.

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