Pare che il premier (Conte, e tutti i media si affrettano a nominarne il nome come se qualcuno potesse averlo dimenticato), in partenza per il Vietnam, abbia pronunciato queste parole. E, dato che siamo all’inizio di un’ estate che si preannuncia torrida a seguito di una primavera praticamente inesistente, la metafora è inquietante.
Bene, attendiamo e vediamo. L’autunno, dove ci aspetta, appunto, il redde rationem.
Intanto come le foglie in incipiente caduta sono i dipendenti delle tante aziende che, pare senza ragione alcuna, stanno per delocalizzare. E la loro disperazione si palpa, dopo che avevano avuto rassicurazione dal ministro del lavoro. Ah, si, Luigi Di maio, Giggino detto, nonché il bibitaro, sembra di ricordare. E sono solo il simbolo di un ‘Italia in gran parte purtroppo costretta a chiedere la carità, nei suoi vari aspetti. Bonus di vario tipo, redditi senza lavoro, assistenza sociale a macchia d’olio. Aiutini. Tutto questo ben venga ma solo come valore aggiunto e temporaneo. Ma poi bisogna smettere di giocare su tagli a pensioni d’oro, togliere a chi ha di più, minacce varie di aumenti d’iva che quotidianamente imperversano e ci rendono la vita ansiosa e infelice. Quasi fossero la panacea di tutti i mali. E cominciare, altresì, a inoltrarsi verso la via di risoluzione dei problemi.
Da liberale dovrei stare o mettermi in una posizione aperta al libero mercato. Della serie l’imprenditore fa quel che vuole e si alloca dove riesce ad avere più profitto. Ma la parte socialista della mia anima, si ribella. Amici liberali duri e puri, quasi ottocenteschi, mi bacchettano accusandomi di scarso sentiment liberale. E che socialismo e liberalismo non si possono incontrare procedendo su due binari paralleli. E io a sottolineare e a darmi da fare per far loro capire che quando il mondo cambia e gira in senso contrario o inverso o quantomeno diverso, bisogna adeguarsi. E, parallelamente, andare avanti insieme. Da decenni, ormai, la narrazione dei politici e il consiglio di tanti economisti, non tutti in verità, ruota intorno a una revisione del fisco per raggiungere almeno l’inizio di una crescita. Il mondo globalizzato offre mano d’opera a basso costo e dunque che devono fare? Il costo del lavoro in Italia è altissimo nonostante si assista all’ossimoro di una paga oraria di 3/ 5 euro per alcuni lavoratori. Non posso e non voglio inoltrarmi in meandri di temi a me sconosciuti e piuttosto ostici, ma auspico che qualcuno prenda il toro per le corna e inizi un percorso virtuoso acciocchè questa situazione possa essere sconvolta e incominci la giusta strada per uscire dal pantano in cui ormai da troppo tempo ci dibattiamo. L’abbassamento delle tasse è un mantra perverso. Non saprei se flat tax o meno, perchè più si cerca di informarsi e meno si capisce. Io un nome ce lo avrei in testa, una personcina che meno di coloro che stanno operando al momento, ops, governando, non sa, anche perché non è difficile. Ma non lo dirò neppure sotto tortura. Mica per altro, per non vedere sorrisini sardonici di chi, pur sapendo di non sapere come venirne fuori , continua in questo cammino diretto verso il baratro pur di non ammettere i propri errori e chiedere aiuto a chi ne sa di più.
Da semplice e tapina cittadina direi che le tasse vanno abbassate immantinente e le imprese devono impegnarsi, anzi, essere obbligate a non delocalizzare e a reinvestire i profitti che derivano dalla manovra. Dunque Stato e Imprese insieme, per far riprendere fiato al paese che giace in semicoma indotto e respirazione assistita, prima di essere costretti a staccare la spina, o prima che deceda di morte naturale.
Carla Ceretelli


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