
C’è un fenomeno sempre più diffuso, e ogni giorno più grottesco. Riguarda tutti quelli che si dichiarano fermamente al fianco di Israele, che riconoscono senza esitazioni che Hamas è un’organizzazione terroristica feroce, che ammettono che la convivenza è impossibile, che la pace non si costruisce con chi ha scritto nel proprio statuto l’annientamento del nemico. Ma poi, appena Israele agisce, si alzano in piedi a fare la morale, con la faccia seria e lo sguardo deluso.
Luigi Marattin, tanto per fare un esempio, è uno di questi. Una persona onesta, preparata, con una buona dose di onestà intellettuale. Non fa confusione tra carnefici e vittime. Non cade nella trappola della finta equidistanza. Sta dalla parte di Israele e lo dice chiaro. Ma quando si tratta di giudicare le azioni concrete, la strategia sul campo, le decisioni del governo israeliano, si irrigidisce. Critica Netanyahu, lo accusa di improvvisare, di non avere un piano chiaro, di gestire male la guerra.
E non è l’unico. È il volto rispettabile di un pensiero che si è fatto largo in molti ambienti: Israele sì, ma non così. Difendersi va bene, purché sia fatto con garbo. Guerra, sì, ma educata. Se proprio deve bombardare, che almeno lo faccia con misura, con stile, magari avvisando prima.
Ma contro chi credono stia combattendo Israele? Con chi si nasconde sotto gli ospedali, lancia razzi dalle scuole, usa i bambini come scudi umani e poi distribuisce video strappalacrime in mondovisione? Con Hamas non si combatte con le buone maniere. Non si neutralizza una rete jihadista con le caramelle, le cerbottane o le dichiarazioni piene di pathos in Consiglio di Sicurezza.
Una guerra vera si fa con la forza. Con i droni, l’intelligence, i raid, la pressione continua. E con la volontà incrollabile di arrivare fino in fondo. È sporca, dolorosa, ingiusta come tutte le guerre. Ma è necessaria. E Israele non se l’è cercata.
Criticare Netanyahu per aver risposto al massacro del 7 ottobre significa ignorare completamente la natura del nemico. È come accusare un chirurgo di essere troppo invasivo mentre tenta di salvare un paziente con metastasi diffuse. Non si tratta di stile. Si tratta di sopravvivenza.
Il punto non è la simpatia per un leader. Il punto è che Israele è in guerra. E in guerra non si cercano applausi, si cerca di restare vivi. Non si ascoltano le opinioni dei salotti. Non si guardano i sondaggi. Non si cercano strette di mano, ma si neutralizza il nemico.
Riconoscano pure la Palestina. Tengano pure congressi, distribuiscano bandiere e facciano marce per la pace. Israele va avanti. Si fermerà solo davanti a due scenari. O Hamas si arrende, depone le armi, lascia Gaza e libera quel poco che resta dei poveri ostaggi del 7/10/23, oppure quando l’ultimo dei suoi combattenti sarà accolto dalle sue settantadue vergini.
Così è, se vi pare, il resto chiacchiere a pancia piena.
Piero Terracina

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